Non è ancora uscito ma è già un caso: “Melania”, il documentario da 40 milioni tra sale vuote, vandalismi e ironie feroci online

Melania Trump

Non è ancora arrivato nelle sale, ma il verdetto del pubblico sembra già scritto. Melania, il documentario da 40 milioni di dollari prodotto da Amazon MGM sulla First Lady, è diventato un caso mediatico prima ancora di essere un film. I dati delle prevendite parlano di sale completamente vuote, con stime che indicano un incasso di circa due milioni di dollari nella prima settimana. Per un progetto di queste dimensioni, un risultato che assomiglia più a una bocciatura preventiva che a un debutto in sordina.

I segnali del disastro sono visibili anche fuori dai cinema. In diverse città americane i manifesti, che ritraggono Melania Trump seduta su uno sfondo bianco minimalista, sono stati imbrattati con scritte offensive. Un gesto che, al di là della volgarità, racconta un clima di ostilità diffusa e una curiosità che non si traduce in biglietti venduti. Internet ha fatto il resto, trasformando l’uscita imminente del film in un bersaglio collettivo.

Sui social e sui siti di recensioni si moltiplicano giudizi fasulli, spesso estremi e caricaturali, che circolano come meme più che come critiche cinematografiche. C’è chi definisce il documentario “un crimine di guerra”, chi lo paragona a un ostaggio psicologico, chi ironizza sul fatto che “se la sifilide fosse un film” avrebbe questo titolo. Non mancano battute sul fatto che guardarlo sarebbe un’esperienza peggiore di una prigionia, o che potrebbe persino spiegare misteri irrisolti della cronaca americana. Un linciaggio digitale che prescinde dal contenuto reale del film e che sembra colpire il personaggio prima ancora dell’opera.

A rendere la vicenda ancora più controversa è il nome del regista, Brett Ratner. Un autore che in passato ha firmato successi commerciali, ma che da anni era scomparso dai radar di Hollywood dopo accuse di assalti sessuali emerse a Los Angeles e mai dimenticate dall’industria post-#MeToo. Ratner non lavorava dal 2017 e il suo ritorno dietro la macchina da presa, proprio con Melania, è stato letto da molti come una scelta deliberatamente provocatoria. Secondo quanto trapela dall’industria, questo progetto rappresenterebbe anche il ponte per il suo rientro definitivo, con un nuovo capitolo di Rush Hour in preparazione con Paramount Pictures.

Dietro il documentario, però, c’è soprattutto una mossa industriale e politica. L’operazione porta la firma di Jeff Bezos, che avrebbe visto nel film un possibile strumento di dialogo con l’amministrazione Trump su dazi e regolamenti legali. Secondo le ricostruzioni circolate negli ambienti finanziari, una parte consistente dell’investimento sarebbe stata di fatto un “regalo” a Melania, coinvolta anche come co-produttrice attraverso una nuova società cinematografica. Un’operazione ambiziosa, pensata per aprire canali e consolidare rapporti, che oggi appare come un azzardo costoso.

La risposta del pubblico, almeno per ora, non sembra premiare la strategia. Nemmeno l’elettorato più fedele al presidente appare particolarmente interessato. I Maga, che in altre occasioni hanno sostenuto prodotti mediatici vicini all’universo trumpiano, sembrano questa volta disertare le sale. Un dato che pesa, perché priva il film della sua base potenziale più solida.

In caso di debutto disastroso, negli Stati Uniti non sarebbe una novità assistere a operazioni di maquillage sui numeri, con acquisti di biglietti utili ad “aggiustare” le cifre di apertura. Una pratica che, secondo gli addetti ai lavori, non è rara per documentari o biopic particolarmente imbarazzanti. Amazon, del resto, avrebbe già in programma anche una docuserie sullo stesso tema, segno che l’investimento non si esaurisce in un singolo titolo.

Intanto è prevista un’anteprima il 29 gennaio al Kennedy Center, ribattezzato da tempo in chiave politica come “Trump Kennedy Center”. Un evento che dovrebbe fare da trampolino mediatico prima dell’uscita in sala, ma che rischia di diventare l’ennesimo episodio di una campagna segnata più dalle polemiche che dall’attesa.

Il film, nelle intenzioni, vorrebbe raccontare dall’interno i venti giorni vissuti da Melania prima dell’insediamento ufficiale del marito alla Casa Bianca. Un punto di vista ristretto, quasi claustrofobico, che avrebbe dovuto offrire uno sguardo inedito sulla First Lady. Ma il racconto, prima ancora di essere visto, è stato sommerso da titoli satirici e manifesti falsi circolati online, giochi di parole e slogan ironici che hanno trasformato Melania in un oggetto di scherno collettivo.

Anche la stampa popolare internazionale ha contribuito ad alimentare il caso. Il Daily Mail ha pubblicato immagini delle prenotazioni con sale completamente vuote e una fotografia tratta dal film in cui Melania osserva un dipinto attribuito a Renoir nel suo ufficio. Un dettaglio che ha scatenato ulteriori ironie, con utenti pronti a chiedersi se quell’opera non si trovi in realtà a Londra, aggiungendo un nuovo strato di sarcasmo a una vicenda già grottesca.

Il paradosso è tutto qui: un documentario da 40 milioni di dollari che nasce come operazione di prestigio e influenza e finisce per diventare un bersaglio virale. Un prodotto che avrebbe dovuto costruire consenso e curiosità e che invece sembra aver generato disinteresse e ostilità. Prima ancora del giudizio artistico, Melania si scontra con un clima politico e culturale che non perdona, e che trasforma ogni gesto in un referendum implicito. In questo scenario, il vero flop potrebbe non essere l’incasso, ma l’illusione che basti un grande budget per controllare la narrazione.