Caso Garlasco, Chiara Poggi “Ha lottato a lungo per non morire”. Cosa dice la consulenza medico-legale

Delitto di garlasco, chiara ha lottato con il suo assassino

Caso Garlasco, Chiara Poggi ha lottato per non morire. C’è un punto, nel caso di Garlasco, che più di ogni altro potrebbe cambiare il peso delle cose: gli ultimi istanti di vita della ragazzai. Se davvero la consulenza medico-legale depositata dall’anatomopatologa Cristina Cattaneo dovesse confermare quanto trapelato in queste ore, la scena del delitto andrebbe riletta quasi da principio. Non più il fotogramma secco di un’aggressione improvvisa, rapida, alle spalle, consumata nel giro di pochi istanti senza lasciare alla vittima il tempo di reagire. Ma una sequenza più lunga, più feroce, più fisica. Una sequenza in cui Chiara avrebbe lottato.

È questo il dettaglio che pesa come un macigno. Perché la presenza di segni di colluttazione, se confermata, non aggiungerebbe soltanto un elemento tecnico alla perizia: cambierebbe la natura stessa dell’omicidio. Vorrebbe dire che la ragazza non sarebbe stata travolta da un attacco lampo, ma avrebbe avuto il tempo di difendersi, di opporsi, forse di tentare di sottrarsi alla furia dell’aggressore. E vorrebbe dire anche che l’azione omicidiaria non si sarebbe consumata in un solo punto, ma in più fasi, tra il piano terra della villetta di via Pascoli e la scala dove poi il corpo venne ritrovato.

Una dinamica che non sarebbe più quella di un delitto fulmineo

Secondo quanto trapelato, la consulenza della procura si discosterebbe in modo ampio dalla ricostruzione finora ritenuta valida. L’idea di un’aggressione improvvisa, capace di sorprendere Chiara Poggi senza darle né il tempo né lo spazio per reagire, verrebbe messa radicalmente in discussione. Al suo posto emergerebbe uno scenario molto diverso: una colluttazione prolungata, colpi inferti in momenti successivi, una vittima ancora viva e in movimento tra una zona e l’altra della casa, fino all’epilogo sulle scale.

In questa ricostruzione c’è un’immagine che colpisce più delle altre: l’assassino che si sarebbe persino fermato a guardare il corpo della ragazza sull’ultimo scalino. Se davvero fosse andata così, il delitto assumerebbe un profilo ancora più inquietante. Non solo perché si allontanerebbe dall’idea dell’azione improvvisa e istintiva, ma perché lascerebbe intravedere una gestione della scena, una permanenza, quasi una sospensione successiva alla violenza.

Ed è proprio questo a rendere così delicato il nuovo passaggio investigativo. Perché la dinamica dell’omicidio non è un dettaglio narrativo: è il perno su cui ruotano tempi, compatibilità, alibi e presenza sulla scena del crimine.

L’orario della morte è il vero detonatore del caso

L’altro elemento che potrebbe riscrivere tutto è infatti il tempo. Secondo le indiscrezioni emerse, Chiara Poggi sarebbe stata uccisa almeno mezz’ora dopo aver consumato la colazione. Se questo dato trovasse conferma nei residui di cibo presenti nello stomaco della vittima e nell’interpretazione medico-legale complessiva, l’ora del delitto slitterebbe in avanti in modo significativo.

E qui il caso torna a esplodere. Perché la sentenza definitiva che ha condannato Alberto Stasi aveva collocato l’omicidio in una finestra temporale molto precisa, compatibile con quei 23 minuti che gli avrebbero consentito di lasciare la villetta, raggiungere la propria abitazione in bicicletta e inserirsi poi in una scansione temporale considerata accusatoriamente sostenibile. Da sempre quel margine è stato giudicato stretto, quasi tirato al millimetro. Ma se l’orario della morte dovesse davvero spostarsi in avanti, quella compatibilità si sgretolerebbe.

Fuori da quei 23 minuti, infatti, si aprirebbe un altro scenario. Secondo questa lettura, Stasi sarebbe coperto dal suo computer, acceso quella mattina per visualizzare immagini e poi utilizzato mentre lavorava alla tesi. Non si tratterebbe più di discutere su un alibi fragile o contestabile, ma su una presenza incompatibile con la scena del crimine così come verrebbe ora riletta.

La colluttazione, il Dna e l’ipotesi di più persone

C’è poi un terzo fronte, altrettanto delicato, che si intreccia con i primi due: quello delle tracce biologiche e dell’ipotesi del concorso. Andrea Sempio è attualmente indagato per omicidio in concorso con Alberto Stasi o con altre persone, una formula tecnica necessaria alla luce della condanna definitiva già esistente, ma che segnala comunque come la procura da mesi non escluda affatto la presenza di più soggetti sulla scena del delitto.

In questo quadro, la possibile esistenza di una lunga colluttazione assume un peso ulteriore. Se Chiara Poggi ha davvero lottato a lungo con il suo aggressore, o con i suoi aggressori, allora le tracce di quella resistenza diventano decisive. Sotto le unghie della ragazza, come è emerso, c’era del Dna che le recenti analisi hanno escluso possa appartenere ad Alberto Stasi. È un dato che, preso da solo, non basta a chiudere un cerchio. Ma inserito dentro una scena di difesa, di contatto fisico prolungato, di lotta vera, cambia spessore.

Caso Garlasco, Chiara Poggi ha lottato per non morire

Non si tratterebbe più di un dettaglio marginale o ambiguo, ma di una possibile impronta lasciata nel cuore stesso dell’azione omicidiaria. E allora la nuova consulenza medico-legale, la Bpa eseguita dai Ris di Cagliari e le risultanze genetiche comincerebbero a parlare tra loro. Non ancora con la voce netta di una verità processuale definitiva, ma con quella sempre più insistente di una ricostruzione alternativa.

Il punto, adesso, è tutto qui. L’avviso di chiusura indagini della procura di Pavia non è ancora arrivato e serviranno probabilmente ancora settimane. Ma il quadro che si sta delineando, se le indiscrezioni saranno confermate dagli atti, è quello di un omicidio molto diverso da quello che per anni è stato raccontato nelle sentenze. Un omicidio non istantaneo ma progressivo. Non consumato in un attimo ma in una sequenza. Non privo di difesa da parte della vittima, ma segnato da una resistenza disperata.

E in fondo è forse proprio questo il dettaglio più sconvolgente. Per anni il delitto di Garlasco è rimasto imprigionato in una dinamica apparentemente definita. Adesso, invece, rischia di riaprirsi dal suo punto più doloroso: gli ultimi minuti di una ragazza che, forse, non fu colta soltanto di sorpresa, ma combatté fino all’ultimo contro chi la stava uccidendo.