C’era un tempo in cui, davanti a un errore grossolano, si diceva che qualcuno aveva preso fischi per fiaschi. Aveva confuso due cose diverse, scambiandole per equivalenti. Un modo di dire antico, quasi innocente, che oggi torna utile per leggere quanto accaduto fuori dall’aula del Tribunale di Milano, al termine dell’udienza sulla richiesta di blocco dello streaming della nuova puntata di Falsissimo dedicata all’affaire Signorini.
A parlare con i cronisti è Fabrizio Corona, come sempre a favore di microfono, e come spesso accade quando il racconto prende la strada dell’iperbole, le cifre diventano protagoniste assolute. «Qui stiamo parlando di 12-15 milioni di persone a puntata», dice riferendosi alle performance degli account social legati a Falsissimo.it. Poi rilancia: «Tra tutte le interazioni social, TikTok, Instagram e YouTube, parliamo di 60-70 milioni di interazioni». Numeri pronunciati con sicurezza, come se fossero autoevidenti. Peccato che, messi in fila, raccontino tutt’altra storia.
Il primo problema è concettuale, prima ancora che matematico. Corona, nel suo racconto, sembra usare come sinonimi visualizzazioni, interazioni e persone raggiunte. Tre categorie diverse, che nel linguaggio delle piattaforme hanno significati distinti e non sovrapponibili. Le visualizzazioni indicano quante volte un contenuto viene visto, anche per pochi secondi. Le interazioni misurano il coinvolgimento attivo: like, commenti, condivisioni, reaction. Le persone, infine, sono un’altra cosa ancora, perché un singolo utente può generare più visualizzazioni e più interazioni. Confondere questi piani significa alterare la percezione reale dell’impatto.
Se si prova a fare un’operazione elementare, senza forzature e senza sconti, i numeri iniziano subito a scricchiolare. Partiamo dalle interazioni, quelle sventolate come prova di un successo travolgente. Se si sommano tutte le interazioni ottenute complessivamente dagli account legati a Falsissimo – non solo per i contenuti sull’affaire Signorini, ma dall’apertura degli account in poi – e se si aggiungono anche quelle generate dagli account personali di Corona, dal novembre 2024 a oggi, il totale è molto distante dai 60 o 70 milioni evocati davanti ai giornalisti. La cifra complessiva si ferma a 10.244.991 interazioni. Un numero importante, senza dubbio, ma lontanissimo dalla narrazione proposta.
Qui vale la pena fermarsi un attimo, perché le interazioni non sono un dettaglio tecnico da addetti ai lavori. Sono la vera moneta dell’economia degli influencer. È da lì che nasce l’engagement, cioè la percentuale di coinvolgimento di un canale rispetto alla sua base di follower. Un post può avere molte visualizzazioni, ma poche interazioni, segno che è stato visto distrattamente, magari perché spinto dall’algoritmo, senza generare un legame reale. Al contrario, un contenuto con meno visualizzazioni ma molte interazioni indica una community viva, che commenta, discute, partecipa. Gonfiare le interazioni significa gonfiare artificialmente il peso specifico di un progetto.
Certo, dieci milioni di interazioni complessive non sono bruscolini. Ma sono un’altra cosa rispetto ai 60 o 70 milioni dichiarati. È come parlare di un incasso record confondendo il fatturato con gli scontrini stampati. Il problema, però, non finisce qui, perché il racconto di Corona sembra spostarsi continuamente sul terreno che gli conviene di più.
Se si passa infatti alle visualizzazioni, è possibile capire da dove nasca l’errore – o la forzatura – al rialzo. I video dedicati alla vicenda di Alfonso Signorini hanno effettivamente ottenuto numeri rilevanti, e in crescita. In alcuni casi, nell’ultimo mese, le views sono più che raddoppiate. Ma anche qui, la distanza tra realtà e dichiarazioni resta evidente.
Sul canale YouTube, le due puntate su Signorini pubblicate il 15 e il 22 dicembre hanno ottenuto una media di circa 6 milioni di visualizzazioni ciascuna. Una cifra consistente, che dimostra l’interesse del pubblico, ma che rappresenta esattamente la metà dell’audience rivendicata a voce. Su Instagram la media sale, arrivando a circa 7,5 milioni di visualizzazioni per puntata. Anche in questo caso, però, siamo ben lontani dai 12-15 milioni indicati da Corona come dato minimo.
Il punto è che Corona parla di “persone” e di “puntata” come se ogni visualizzazione fosse un utente unico e come se la somma delle views su piattaforme diverse potesse essere attribuita senza sovrapposizioni. Ma la logica delle piattaforme non funziona così. Lo stesso utente può vedere lo stesso contenuto su Instagram, poi su TikTok, poi su YouTube, generando tre visualizzazioni che diventano, nel racconto enfatico, tre “persone”. È una moltiplicazione che esiste solo nella retorica.
La distinzione non è accademica, perché torna utile anche per leggere un altro passaggio delle dichiarazioni di Corona, quello forse più ambizioso: la suggestione di una sua possibile discesa in campo alle elezioni politiche del 2027, forte proprio dell’audience social dei suoi canali. Qui il cortocircuito diventa evidente. Nella logica mediale contemporanea, le interazioni costruiscono relazioni. Le visualizzazioni no, o lo fanno in misura molto minore. Un like, un commento, una condivisione sono segnali di coinvolgimento attivo. Possono tradursi in fiducia, in fidelizzazione, perfino in consenso. Le visualizzazioni, invece, restano spesso un legame liquido, intermittente, guidato dall’algoritmo più che da una scelta consapevole.
Avere milioni di views non significa avere milioni di sostenitori. Significa, nella migliore delle ipotesi, essere passati nel flusso di attenzione di una platea ampia e disomogenea. È un capitale volatile, che cresce e cala con la stessa velocità con cui cambiano le tendenze. E soprattutto non è automaticamente trasferibile su un piano politico o elettorale.
In questo senso, l’uscita di Corona davanti al Tribunale di Milano sembra più una performance comunicativa che una fotografia fedele dei dati. I numeri servono a costruire un’aura di potenza, a suggerire l’idea di un seguito enorme, trasversale, compatto. Ma quando si entra nel dettaglio, quando si separano le interazioni dalle visualizzazioni e le visualizzazioni dalle persone, l’immagine si ridimensiona.
Resta un progetto mediatico che funziona, che intercetta curiosità e polemica, che cresce. Ma resta anche una distanza evidente tra ciò che viene raccontato e ciò che i dati effettivamente dicono. Fischi e fiaschi, appunto. Confondere le metriche non è solo un errore tecnico: è una scelta narrativa. E come tutte le narrazioni, può essere smontata guardando i numeri per quello che sono, non per quello che fanno comodo a raccontare.







