Il cuore trapiantato a Domenico Caliendo potrebbe essere stato danneggiato ancora prima di arrivare a Napoli. È questo il nuovo, pesantissimo elemento che emerge dalla relazione degli ispettori del ministero della Salute e del Centro nazionale trapianti sulla catena di errori che ha portato alla morte del bambino di due anni, deceduto il 21 febbraio, dopo aver ricevuto il 23 dicembre 2025 un organo ritenuto compromesso.
Il caso, già devastante per ciò che raccontava sul piano umano e clinico, adesso si complica ulteriormente. Perché alla conservazione sbagliata del cuore, già finita al centro dell’inchiesta, si aggiunge ora un’ipotesi ancora più inquietante: l’organo potrebbe essere stato lesionato da un farmaco somministrato in modo errato quando l’espianto non era ancora stato completato. In altre parole, il cuore sarebbe partito già danneggiato, prima ancora di essere poi congelato in modo scorretto con il ghiaccio secco.
Gli esperti del ministero e del Cnt hanno effettuato sopralluoghi sia al Monaldi di Napoli sia all’ospedale di Bolzano, dove si sarebbe verificato il primo passaggio decisivo della vicenda. Nella relazione, secondo quanto trapela, si suggerisce che a compromettere l’organo possa essere stato il dosaggio sbagliato di un farmaco somministrato da un anestesista. Un errore a monte, dunque, che cambia la cronologia del disastro ma non ne alleggerisce la gravità. Al contrario, allarga il perimetro delle responsabilità e conferma che la morte del piccolo Domenico potrebbe essere il risultato di una sequenza di omissioni, scelte sbagliate e procedure non concluse correttamente.
Il punto, adesso, è capire se questa ipotesi verrà confermata dagli accertamenti medico-legali. L’avvocato della famiglia Caliendo, Francesco Petruzzi, invita alla prudenza ma non ridimensiona affatto il peso della novità. “Questo verrà accertato dall’autopsia con l’esame sui tessuti”, spiega. È il passaggio tecnico che dovrà dire se davvero il cuore presentava già un danno da farmaco prima dell’espianto. Ma il legale aggiunge subito una precisazione che pesa: l’eventuale errore emerso nella fase iniziale “non muta il quadro delle responsabilità dell’equipe del Monaldi”.
Ed è qui che il caso torna a stringersi attorno a Napoli. Perché, secondo quanto sostiene la famiglia attraverso il proprio avvocato, dalle prime indagini emergerebbe che il team del Monaldi sarebbe partito senza un perfusionista. Un’assenza che, in una procedura così delicata, non è un dettaglio organizzativo ma un possibile vulnus decisivo. Petruzzi sottolinea inoltre che “la dottoressa Farina abbia chiesto che l’infusione del liquido venisse effettuata da un’altra persona”. E aggiunge un altro elemento destinato a pesare: “emerge anche che sarebbe stata la stessa dottoressa del Monaldi a indicare quanto liquido infondere e in quanto tempo”.
La ricostruzione del legale prosegue con un punto altrettanto rilevante. “È stato inoltre riferito che l’infusione non è stata portata a termine perché il chirurgo di Innsbruck ha richiamato l’attenzione per un rigonfiamento del fegato e del cuore”. E ancora: “Sarebbe stato poi lo stesso chirurgo a intervenire per risolvere la situazione”. Se confermata, questa sequenza descriverebbe un quadro in cui l’organo avrebbe già mostrato segnali di sofferenza durante la fase preparatoria. Con un allarme lanciato in sala e una procedura interrotta prima del completamento previsto.
Il caso di Domenico Caliendo, insomma, non è più solo la storia di un cuore mal conservato. Sta diventando il racconto di una filiera clinica che, passaggio dopo passaggio, avrebbe accumulato errori incompatibili con la delicatezza assoluta di un trapianto pediatrico. Ed è questo che rende la vicenda ancora più insopportabile. La sensazione che il piccolo paziente sia stato affidato non a un singolo errore imprevedibile. Ma a una catena di criticità che adesso la magistratura dovrà ricostruire fino in fondo.
Nel frattempo, però, attorno al caso si è aperto anche un secondo fronte, quello del clima pubblico e mediatico. A difesa del professor Guido Oppido, il medico indagato, sono intervenuti 186 genitori di bambini cardiopatici. Con un appello che chiede di fermare subito quella che definiscono “gogna mediatica”. Il loro messaggio è forte e non può essere ignorato. Perché arriva da famiglie che hanno conosciuto l’angoscia della cardiochirurgia pediatrica nel modo più diretto possibile.
“Chiediamo con forza che finisca immediatamente la gogna mediatica contro il professore Guido Oppido”, scrivono. Poi spiegano il motivo profondo della loro presa di posizione: “Molti dei nostri bambini oggi respirano, sorridono e vivono grazie alla cardiochirurgia pediatrica, grazie a medici che ogni giorno combattono una battaglia silenziosa contro il tempo e contro la morte. Tra quei medici, per anni, c’è stato il professor Guido Oppido”.
Il cuore del loro intervento è qui. La difesa di un reparto, di una storia clinica, di una rete di cura da cui dipende la vita dei figli. “Oggi assistiamo a un processo mediatico feroce, spietato, che rischia di travolgere tutto. Una persona, una struttura, un reparto, un’intera rete di cura da cui dipende la vita dei nostri figli”. È un appello che chiede equilibrio, non assoluzioni preventive. Chiede che la verità venga cercata nelle sedi giuste senza distruggere, nel frattempo, la fiducia di chi da quella struttura dipende ogni giorno.
I genitori insistono su questo punto con parole che hanno il peso di chi ha vissuto la paura fino in fondo. Vogliono ricordare “a tutti che dietro questa storia non ci sono solo titoli di giornale ma bambini fragili, cuori minuscoli che lottano per continuare a battere”. E ancora: “Noi siamo madri e padri che hanno guardato negli occhi la paura più grande, quella di perdere un figlio. Siamo genitori che hanno trascorso notti intere nei corridoi degli ospedali, con il cuore fermo davanti a una porta di sala operatoria”.
La loro posizione non cancella la tragedia di Domenico, ma prova a impedire che quella morte diventi una condanna indiscriminata di tutto un sistema di cura. “Trasformare la tragedia del piccolo Domenico Caliendo in uno spettacolo mediatico è una ferita profonda per le famiglie che ogni giorno combattono questa battaglia”, scrivono ancora. E chiudono chiedendo “rispetto, responsabilità e che la verità venga accertata nelle sedi giuste, senza distruggere nel frattempo la speranza di chi sta aspettando una cura”.
Ed è proprio questo il nodo più doloroso di tutta la vicenda. Da una parte c’è una famiglia che chiede verità su una morte che appare sempre più segnata da una serie di errori evitabili. Dall’altra ci sono altre famiglie che temono che l’esplosione del caso travolga anche ciò che, in quel reparto, ha salvato e continua a salvare vite. In mezzo ci sono i medici, i tecnici, gli atti, le relazioni, le autopsie e una domanda enorme che nessun appello emotivo può cancellare: come è stato possibile che un bambino di due anni ricevesse un cuore che, secondo gli ispettori, poteva essere già stato compromesso prima dell’espianto?
La risposta arriverà dagli accertamenti, dalle perizie e dall’inchiesta. Ma una cosa è già chiara: il caso Domenico Caliendo non potrà essere chiuso come un incidente sfortunato. Perché ogni nuovo elemento che emerge rende quella morte meno casuale e più simile al risultato di una catena di errori che qualcuno dovrà spiegare fino in fondo.







