Diletta Leotta racconta il dolore delle foto rubate e l’amore per Elodie: “Fu un colpo di fulmine, mi mancava il respiro”

Diletta Leotta si racconta senza schermi e senza il tono levigato da intervista promozionale. Ospite del podcast di Paola Perego Poteva andare peggio, la conduttrice di Dazn ha messo insieme due piani solo in apparenza lontani: da una parte il dolore vero, quasi fisico, per uno dei momenti più devastanti della sua vita privata; dall’altra la luce di un’amicizia che nel tempo è diventata famiglia scelta, quella con Elodie. Il risultato è un autoritratto più nudo del solito, in cui la leggerezza del racconto affettuoso si alterna al ricordo di una violenza subita e mai davvero dimenticata.

Il passaggio più intenso riguarda le foto intime sottratte dal suo cloud e finite in circolazione quando era ancora molto giovane. Leotta non usa mezze parole e rimette la vicenda nel suo perimetro corretto, che non è quello del gossip ma quello del reato. “Quel momento è stato terribile”, dice, e in quella parola, terribile, c’è tutto il peso di una vicenda che per anni è stata consumata più come curiosità pubblica che come aggressione alla dignità di una persona. Lei invece lo dice con chiarezza: “Quello è un reato. Tu hai la libertà di scattarti una foto come vuoi, ma nessuno ha il diritto di strappartela via, perché quello è reato”.

Il punto non è solo la violazione tecnica di un account o di uno spazio privato. Il punto è l’età, la fragilità di quel momento, il senso di disorientamento assoluto. “Non ero neanche una donna strutturata, ero una ragazzina di 23 anni”, spiega. È una frase importante, perché sposta il racconto dal meccanismo dello scandalo alla realtà di una ragazza travolta da qualcosa di enorme, mentre intorno il mondo si muoveva con la solita velocità feroce dei social e dei telefoni.

Il ricordo di quelle ore è ancora nitido. Leotta racconta di essere stata sola in casa quando un amico la avvertì di quello che stava accadendo. Da lì in poi, dice, tutto si è trasformato in una specie di assedio. “Non mi sono resa conto di cosa stesse succedendo. Un mio amico mi ha avvertito, e da lì mi si è bloccato il telefono: oltre alle foto hanno pubblicato anche il mio cellulare privato, quindi mi continuavano ad arrivare messaggi di ogni tipo e il mio cellulare si spegneva”. È una descrizione quasi claustrofobica: non solo l’immagine privata che ti viene strappata, ma il telefono che esplode, la linea che diventa una porta aperta sul peggio, il corpo che non regge più il ritmo della paura.

La frase più forte è quella con cui restituisce l’effetto fisico di quella violenza. “È stato come se mi mancasse il respiro e mi sentissi soffocare”. Non è solo un’immagine. È il modo più preciso per descrivere ciò che accade quando la vergogna, il panico e l’impotenza arrivano insieme. Poi la denuncia, immediata, in polizia. Un gesto che oggi può sembrare scontato, ma che allora per una ragazza di ventitré anni, esposta e travolta da una vicenda del genere, aveva il peso di una reazione lucida dentro il caos.

Da quella ferita, però, Diletta Leotta ha scelto di tirare fuori anche una responsabilità pubblica. Oggi lavora infatti come ambassador di Meta su temi legati alla consapevolezza digitale, al cyberbullismo, alla sextortion e agli strumenti di tutela per i più giovani e per le famiglie. È un punto che lei sottolinea con convinzione: “Sono ambassador di Meta per aiutare non solo i più giovani, ma anche i genitori a essere consapevoli dei pericoli ma anche degli strumenti per tutelarsi”. Non c’è enfasi da testimonial, ma il tentativo di dare a un’esperienza personale devastante una direzione utile. E soprattutto c’è una riflessione semplice e giusta: “Già solo il fatto che questo reato abbia un nome, cyber bullismo, sextortion, significa che non devi più combattere contro un gigante invisibile, come è successo a me”.

Accanto a questo capitolo doloroso, nell’intervista c’è poi l’altra faccia del racconto, quella luminosa e quasi domestica del legame con Elodie. Un rapporto che Leotta descrive con un linguaggio molto intenso, persino sentimentale nella sua purezza amicale. “Noi ci siamo conosciute in radio nel 2017, io mi ero appena trasferita da poco a Milano e anche Elodie si era trasferita da poco. Ed è successo che mi sono subito innamorata di questa ragazza e lei si è innamorata di me: è stato proprio un colpo di fulmine”. La parola chiave è proprio quella: colpo di fulmine. Non come formula da copertina, ma come modo per spiegare la rapidità con cui due persone si riconoscono e capiscono di poter diventare essenziali l’una per l’altra.

La scena iniziale che racconta è quasi tenera nella sua normalità. Alla domanda su quale sia stata la prima cosa condivisa, Leotta risponde: “Andiamo dal parrucchiere insieme”. Una frase leggera, quotidiana, quasi da sorelle, che in fondo spiega molto di più di tanti discorsi solenni. Perché le grandi amicizie, spesso, non iniziano con confessioni epocali ma con gesti banalissimi che diventano abitudine, conforto, complicità.

Paola Perego osserva che una sorellanza così forte “è difficile nel nostro ambiente”, ed è difficile darle torto. Il mondo dello spettacolo vive spesso di concorrenze, rivalità, sospetti, paragoni continui. Per questo il modo in cui Leotta parla di Elodie suona ancora più netto. Non come amicizia da red carpet, non come alleanza occasionale da fotografie e cene, ma come un legame reale, radicato, familiare. Non a caso la definisce anche “la zia di Aria”, inserendola in uno spazio affettivo che va oltre la semplice confidenza tra due personaggi pubblici.

L’intervista, in controluce, dice anche un’altra cosa. E cioè che il personaggio Diletta Leotta, molto osservato, molto commentato, molto semplificato, convive con una biografia che è stata segnata da traumi veri e da relazioni autentiche. Da una parte c’è una donna che ha conosciuto la violenza digitale in una forma devastante e precoce. Dall’altra c’è una donna che continua a credere nei legami profondi, nella fiducia, nelle persone che arrivano e restano.

In fondo, le due parti del racconto si tengono insieme proprio lì. Nel bisogno di protezione e in quello di verità. Le foto rubate rappresentano il momento in cui tutto viene strappato, violato, esposto. L’amicizia con Elodie rappresenta il contrario: uno spazio sicuro, scelto, costruito, in cui ci si riconosce e ci si tiene. Ed è probabilmente per questo che le parole usate da Leotta non suonano mai casuali. Quando dice che con Elodie è stato “un colpo di fulmine”, non sta solo raccontando un incontro fortunato. Sta dicendo che, in mezzo a un mondo spesso aggressivo e superficiale, esistono ancora relazioni che salvano.

E quando parla di quel momento in cui “non riusciva più a respirare”, non chiede pietà né rivincite. Fa qualcosa di più utile: restituisce nome, peso e realtà a una violenza che troppe volte viene ancora raccontata come incidente di percorso per donne famose. Non lo è. È un’aggressione. E il fatto che a dirlo oggi, con tanta chiarezza, sia una donna che quella ferita l’ha portata addosso davanti a tutti, rende il suo racconto molto più forte di qualsiasi slogan.