Emma Marrone e il bodyshaming: perché odiamo le star? L’identikit dell’hater medio

Emma Marrone

A volte la musica compie giri immensi per poi tornare a travolgerci. Lo sa bene Emma Marrone, che nel giro di poche settimane ha visto il suo brano del 2013, L’amore non mi basta, trasformarsi in un fenomeno molto virale, una sorta di inno cross-generazionale capace di scalare le classifiche grazie a TikTok e alla nostalgia dei primi anni 2010.

Eppure, nel magico mondo del pop, il miracolo non dura mai abbastanza senza che qualcuno provi a rovinarlo. Dietro i record di streaming e l’affetto dei fan, si è sollevata la solita, flemmatica ondata di fango: commenti gratuiti, feroci e focalizzati unicamente sul suo aspetto fisico. Lo sguardo del pubblico, quando si fa distorto, sa fare malissimo.

Cosa risponde Emma Marrone agli haters?

Davanti all’ennesima sfilata di commenti legati al bodyshaming, la cantante salentina ha scelto ancora una volta la via della trasparenza e della fermezza. La sua risposta agli haters non è mai un piagnisteo, ma una lezione di dignità: Emma si mostra per quella che è, fiera del proprio corpo e della propria salute, rivendicando il diritto di non dover corrispondere agli standard irreali imposti dai filtri social.

​”Il mio corpo è il mio tempio e mi permette di fare il lavoro che amo”, ha ribadito più volte l’artista, sottolineando come la violenza verbale non definisca chi la riceve, ma chi la esercita. Emma non molla, ma non nasconde la cicatrice: l’esposizione costante al giudizio altrui è un peso che nessun successo commerciale può alleggerire del tutto.

Perché insultiamo le celebrità?

Ma da dove nasce questa urgenza di colpire una donna di successo sulla sua fisicità? La sociologia e la psicologia dei media spiegano che insultare le celebrità risponde a un bisogno profondo di “umanizzazione al ribasso”. Vedere una persona famosa, ricca e talentuosa, attiva un meccanismo di frustrazione in chi osserva. Attaccarla sul corpo – la dimensione più intima e vulnerabile di ognuno di noi – serve a colmare quella distanza, a trascinare la “star” sullo stesso piano di insicurezza di chi commenta. Il corpo della donna, in particolare, viene ancora percepito erroneamente come un “bene pubblico” su cui chiunque si sente in diritto di esprimere un verdetto.

Come si chiama questo fenomeno?

​Questo fenomeno prende il nome di cyberbashing (o più specificamente bodyshaming online), spesso alimentato dall’effetto di disinibizione tossica della rete. Lo schermo del computer o dello smartphone agisce come uno scudo psicologico: elimina l’empatia perché manca il contatto visivo con la vittima.

L’identikit dell’hater medio

  • Persone comuni: Spesso non si tratta di mostri mitologici, ma di vicini di casa, insospettabili professionisti o studenti.
  • ​Profili frustrati: Individui che proiettano online le proprie insoddisfazioni personali, economiche o sociali.
  • ​Cacciatori di hype: Utenti che cercano visibilità facile, sapendo che l’insulto a un personaggio famoso attira reazioni e interazioni (i cosiddetti troll).

Dunque, la rinascita de “L’amore non mi basta” ci ricorda la potenza della musica, ma la vicenda umana di Emma ci mette davanti a uno specchio scomodo. Finché il pubblico misurerà il valore di un’artista dalla taglia dei suoi pantaloni anziché dall’estensione della sua voce, quel “miracolo” della musica sarà sempre a metà.