Trump torna alla carica con nuovi dazi a 60 Paesi. Nel mirino ci sono anche l’Ue e la Cina. Le tariffe sono comprese tra il 10% e il 12,5% e, nei piani di Washington, puntano a contrastare il lavoro forzato. La mossa della Casa Bianca nasce dalla necessità di sostituire i dazi globali temporanei del 10% che scadono oggi.
La Corte Suprema degli Stati Uniti, a febbraio aveva annullato gran parte delle tariffe imposte dal presidente ritenendo non congrui e non giustificati i provvedimenti restrittivi assunti. Trump però ha deciso di insistere. Per evitare nuovi stop giudiziari, l’amministrazione Usa ha cambiato base legale, affidandosi alla Sezione 301 del Trade Act del 1974. Il pretesto ufficiale per questa nuova ondata di tariffe è il contrasto al lavoro forzato nelle catene di approvvigionamento globali.
Jamieson Greer, il rappresentante per il Commercio Usa ha dichiarato che queste misure mirano a «ripristinare l’equità nel mercato globale per i lavoratori americani». Tuttavia, per molti osservatori, l’indagine sul lavoro forzato è lo strumento politico scelto per blindare il regime tariffario “Liberation Day” caro a Trump. Di fatto l’obiettivo sono i produttori asiatici le cui merci hanno invaso i mercati Usa, sulla cui realizzazione e sul cui controllo di qualità i dubbi sono enormi. Merci di basso costo che vanificano la produzione interna mettendo a rischio le aziende statunitensi e centinaia di migliaia di posti di lavoro.
La geografia delle sanzioni: chi è colpito e perché
Le nuove misure non risparmiano quasi nessuno, coprendo oltre il 99% del commercio americano. L’indagine condotta dall’ufficio di Greer ha coinvolto tutti i Paesi asiatici. Come pure giganti economici come Giappone, Corea del Sud, India, Canada, Unione Europea, Regno Unito, Cina e Brasile. L’architettura dei nuovi dazi prevede un sistema a due velocità basato sulla legislazione interna dei partner commerciali. Le tariffe al 10% verranno applicate ai Paesi che dispongono già di leggi nazionali per il contrasto al lavoro forzato. Le tariffe del 12,5% verranno applicate ai Paesi privi di tali normative, che subiscono quindi una maggiorazione punitiva del 2,5%.
L’amministrazione Trump mantiene una posizione di estremo rigore: Washington sostiene che, al momento, nessuno dei Paesi sotto indagine tuteli realmente in modo adeguato i lavoratori, indipendentemente dall’esistenza di leggi formali. Negli Usa tra le principali norme in materia di contrasto al lavoro forzato ci sono il Tariff Act del 1930 (Sezione 307) e l’Uyghur Forced Labor Prevention Act (UFLPA). Le Dogane Usa, poi, sono autorizzate a bloccare e respingere le spedizioni sospette tramite ordini di trattenimento. Il processo di due diligence della catena di forniture risulta il più rigido al mondo.
Appare dunque chiaro che l’intenzione dell’amministrazione Trump sia quella di colpire i Paesi da cui gli Usa importano grandi quantità di merci anche tra quelle disponibili nei mercati interni. Appena ieri, infatti, il presidente americano era tornato ad insistere sulla necessità che le imprese straniere delocalizzassero le produzioni aprendo stabilimenti negli Usa.
Esenzioni strategiche e settori chiave
Nonostante l’ampiezza della manovra sui nuovi dazi, il governo statunitense ha previsto alcune esenzioni per proteggere l’economia interna e la sicurezza nazionale. Non sono colpiti dai nuovi dazi acciaio, alluminio, automobili e componentistica, che restano soggetti a dazi specifici legati alla sicurezza nazionale. Esentate anche le risorse energetiche e agricole come petrolio, gas e fertilizzanti e i prodotti per i quali non esiste una produzione nazionale negli Stati Uniti.
La reazione dell’Europa: rispettare gli accordi di Turnberry
L’Unione europea ha reagito con una cauta diplomazia, cercando di preservare la stabilità dei mercati. Un portavoce della Commissione Ue ha osservato che le misure adottate sono in linea con gli impegni tariffari concordati nella dichiarazione congiunta di Turnberry. Per l’Europa, il nuovo regime conferma un’aliquota del 10% ma reintroduce importanti esenzioni specifiche, tra cui sughero e diamanti, aeromobili e relativa componentistica, medicinali generici e principi attivi.
Bruxelles ha sottolineato l’importanza che gli Stati Uniti continuino a rispettare i termini della dichiarazione congiunta anche nelle future indagini ai sensi della Sezione 301, vedendo in questa coerenza uno stimolo per approfondire la cooperazione su temi come l’intelligenza artificiale, la sicurezza economica e le risorse naturali critiche.
L’Alta rappresentante dell’Unione europea per la politica estera, Kaja Kallas, ha contestato le motivazioni addotte dagli Stati Uniti per imporre nuovi dazi sui prodotti europei, definendo «infondate» le accuse secondo cui l’Ue non disporrebbe di adeguati strumenti contro il lavoro forzato. «Questo non si può dire dell’Unione europea», ha dichiarato Kallas a Reuters, a margine della riunione dei ministri degli Esteri dell’Asean a Manila. «Se si confrontano le nostre leggi sul lavoro con quelle degli Stati Uniti – ha detto – noi abbiamo ferie retribuite e condizioni di lavoro molto buone per i nostri dipendenti. Quindi questa motivazione non ha alcun fondamento».
Kallas ha aggiunto che Bruxelles chiederà chiarimenti a Washington, sottolineando che l’Unione ha rispettato gli impegni previsti dall’accordo commerciale transatlantico raggiunto lo scorso anno e che i nuovi dazi rappresentano «una sorpresa negativa».
Tensioni crescenti: la replica di Cina, Brasile e Giappone
Se l’Ue cerca il dialogo, la Cina ha espresso una ferma opposizione. Il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Lin Jian, ha condannato le «misure tariffarie unilaterali», avvertendo che le guerre commerciali non giovano a nessuna delle parti coinvolte. La tensione è alta anche nel continente americano: la mossa odierna segue infatti una recente ondata di dazi del 50% su merci canadesi e del 25% su prodotti brasiliani.
Il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, ha dichiarato che Washington «in assenza di una base giuridica interna per sostenere la propria politica commerciale protezionistica, ha scelto di manipolare un tema caro ai diritti umani e alla tutela dei lavoratori di tutto il mondo».
Anche Tokyo ha rimandato le accuse al mittente. «L’industria e il commercio giapponesi – ha dichiarato il Governo – si svolgono in conformità con le norme internazionali. Il Giappone deplora che quest’ultima misura imponga dazi unicamente sulla base del fatto che non esiste un divieto di importazione di prodotti realizzati con il lavoro forzato».
Il primo ministro neozelandese Christopher Luxon ha definito le nuove tariffe statunitensi «estremamente deludenti». «L’indagine statunitense non ha fornito prove significative a sostegno delle affermazioni relative al lavoro forzato», ha dichiarato Luxon su X.
Il caso Google
Un ulteriore elemento di attrito riguarda il settore tecnologico. Jamieson Greer ha collegato le questioni commerciali alle sanzioni antitrust europee, citando la multa da 890 milioni di dollari inflitta a Google per la violazione del Digital Markets Act. Secondo Greer, tali sanzioni dell’Ue mettono a rischio la tenuta degli accordi commerciali complessivi.
Mentre l’amministrazione Trump celebra la «restaurazione della giustizia» per i propri lavoratori, l’entrata in vigore di questi dazi segna il consolidamento di una politica americana sempre più orientata al protezionismo e all’uso del commercio come leva di pressione politica.







