A 8.500 metri non esiste più un confine netto tra il sonno e la morte. Il corpo smette di produrre calore, i pensieri si fanno lenti, ogni passo domanda uno sforzo sproporzionato. In quella parte dell’Everest, appena 350 metri sotto la vetta, l’aria contiene circa un terzo dell’ossigeno disponibile al livello del mare. Gli alpinisti la chiamano “zona della morte” perché nessun essere umano può restarvi a lungo senza cominciare a spegnersi.
È lì, in una piccola nicchia di roccia lungo la cresta nord-est, che per quasi trent’anni ha atteso Green Boots. Rannicchiato su un fianco, il volto nascosto da un indumento rosso, sembrava essersi fermato soltanto per riposare. Dai pantaloni spuntavano due scarponi Koflach color verde brillante. Non aveva più un nome, una storia o una famiglia. Era diventato un punto della montagna.
«Siamo arrivati a Green Boots», comunicavano via radio gli scalatori al campo base. Voleva dire che la cima era vicina. Voleva dire anche che la montagna aveva appena mostrato il prezzo che poteva chiedere.
La notte in cui l’Everest si prese Dorje Morup
Il 10 maggio 1996, mentre una delle tempeste più terribili nella storia dell’Everest travolgeva le spedizioni sul versante meridionale, un’altra tragedia si consumava quasi in silenzio sul lato tibetano.
Tre uomini della polizia di frontiera indo-tibetana – Tsewang Smanla, Tsewang Paljor e Dorje Morup – continuarono a salire quando quattro compagni avevano già deciso di tornare indietro. Nel pomeriggio annunciarono via radio di aver raggiunto la vetta, anche se non è mai stato chiarito se fossero arrivati davvero sul punto più alto o si fossero fermati poco sotto. Poi arrivarono il buio, la neve e il vento. Nessuno dei tre fece ritorno.
Quando il corpo con gli scarponi verdi apparve nella nicchia, si pensò che appartenesse a Paljor. La certezza, però, non arrivò mai. La montagna aveva conservato l’uomo, ma gli aveva tolto l’identità. Per quasi trent’anni il mondo lo ha chiamato semplicemente Green Boots. Ora un documento dell’Indo-Tibetan Border Police indica un nome diverso: Dorje Morup, 48 anni al momento della morte. Le autorità indiane sostengono che l’identificazione sia stata confermata attraverso una precedente procedura di verifica, senza tuttavia rendere pubblici i dettagli.
La missione per riportare Green Boots a casa
L’India ha aperto una gara per affidare il recupero a una squadra specializzata. Non sarà una normale spedizione alpinistica, ma un’operazione nella quale raggiungere Green Boots rappresenterà soltanto l’inizio.
Il corpo potrebbe essere ormai saldato alla montagna da una massa di neve e ghiaccio. Per liberarlo serviranno ore di lavoro a temperature che possono scendere sotto i 30 gradi, mentre il vento cancella la visibilità e l’ossigeno insufficiente indebolisce i muscoli e confonde la mente.
Un corpo congelato, irrigidito dagli abiti e dall’attrezzatura, può arrivare a pesare fino a 200 chili. Dovrà essere sollevato, assicurato alle corde e trasportato lungo passaggi sui quali un uomo vivo fatica a reggere il proprio peso. Gli elicotteri non possono intervenire a quell’altitudine.
Il bando richiede almeno sei sherpa che abbiano già raggiunto più volte la cima dell’Everest. La missione potrebbe durare quaranta giorni e costare circa 150 mila dollari. L’obiettivo è consegnare i resti a Delhi entro ottobre.
Prima degli uomini, servirà il permesso della Cina
Resta però un ostacolo che nessuna corda e nessuna bombola d’ossigeno possono superare. Green Boots si trova sul versante tibetano dell’Everest, controllato dalla Cina. Pechino nel 2026 ha chiuso la montagna agli alpinisti stranieri e non ha ancora annunciato se autorizzerà l’operazione indiana.
Non è certo neppure che il corpo si trovi ancora nella posizione originaria. Negli anni si è detto che fosse stato spostato, coperto con pietre o sepolto lontano dal percorso. Alcuni alpinisti, tuttavia, assicurano che sia rimasto nella sua nicchia, esattamente dove lo videro la prima volta.
Sull’Everest ci sono ancora circa duecento corpi. Recuperarli è spesso più pericoloso che tentare la vetta e, in passato, uomini sono morti cercando di riportare a valle altri uomini. È questo il limite della missione: dare finalmente una sepoltura a Dorje Morup senza chiedere alla montagna nuove vite in cambio.
Se l’operazione riuscirà, gli scarponi verdi smetteranno di essere un segnale lungo la via della cima. Dopo trent’anni, Green Boots tornerà a essere ciò che era prima che l’Everest gli cancellasse il nome: un uomo diretto verso casa.







