Ci sono parole che Alberto Stasi pronuncia raramente. Tra queste c’è il nome di Chiara Poggi, la ragazza con cui condivideva la vita e per il cui omicidio è stato condannato definitivamente a sedici anni di carcere.
Quando ne parla, racconta l’avvocato Antonio De Rensis, lo fa con «delicatezza». Nessuno sfogo pubblico, nessun tentativo di utilizzare il ricordo di Chiara per difendersi, nessuna confidenza trasformata in uno strumento processuale. Soltanto un territorio privato sul quale Stasi continua a muoversi con estrema cautela.
«Abbiamo parlato anche di cose personali», ha spiegato De Rensis durante un’intervista a Zona Bianca. «Quello che ho potuto percepire è sempre la delicatezza con cui lui parla di Chiara, quando ne parla».
Diciannove anni dopo il delitto di Garlasco, il racconto restituisce un’immagine molto diversa da quella costruita intorno al «biondino dagli occhi di ghiaccio»: la formula che trasformò Stasi in un personaggio ancora prima che la giustizia stabilisse se fosse colpevole o innocente.
«Dovreste avere rispetto per Chiara»
In una vecchia intervista, registrata poco tempo dopo l’omicidio, Stasi venne raggiunto per strada da un gruppo di giornalisti. Le indagini erano appena cominciate e il ragazzo si trovava già al centro di un assedio mediatico.
«Come vuole che vada?», rispose a chi gli chiedeva come stesse. «Io ho detto tutto quello che sapevo che poteva essere utile a loro per scoprire chi è stato».
Un cronista gli domandò che cosa pensasse del fatto che gli investigatori potessero non avergli creduto completamente. «Non so se mi hanno creduto, io ho detto tutto quello che sapevo», replicò.
Poi le domande continuarono, sempre più insistenti. Stasi interruppe la conversazione con una frase: «Dovreste avere rispetto per Chiara, e basta».
All’epoca quelle parole vennero lette attraverso il sospetto già costruito intorno a lui. La freddezza apparente, lo sguardo, il tono controllato e persino l’assenza di manifestazioni pubbliche di dolore diventarono elementi di un processo parallelo celebrato sui giornali e in televisione.
Per De Rensis, in quei primi giorni non esisteva alcun garantismo. «Dieci giorni dopo l’omicidio chi poteva avere delle certezze? Nessuno», ha ricordato il legale. Eppure Stasi era già stato ridotto a un soprannome, a una fotografia e a una presunta incapacità di provare emozioni.
La vita in carcere proclamandosi innocente
Stasi è stato assolto in primo grado e in appello, poi condannato nel processo d’appello bis. Nel dicembre 2015 la Cassazione ha reso definitiva la pena di sedici anni. Ha trascorso oltre un decennio in carcere continuando a dichiararsi estraneo all’omicidio.
Oggi è affidato ai servizi sociali e lavora fuori dal penitenziario, ma la condanna rimane intatta. La nuova indagine della Procura di Pavia, che attribuisce il delitto ad Andrea Sempio, potrebbe aprire la strada a una richiesta di revisione. Sempio respinge ogni accusa e deve essere considerato innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva.
In una precedente intervista a Le Iene, Stasi aveva descritto il carcere come un’esperienza «tremenda». Alla domanda su come fosse riuscito a non lasciarsi distruggere, aveva risposto: «Io ho la leggerezza della coscienza che mi aiuta. È una risorsa per fare fronte alle difficoltà».
De Rensis ha confessato di emozionarsi ancora davanti a quelle immagini. «Quando ti proclami innocente davanti a un fatto così grave, devi cercare delle risorse dentro di te», ha spiegato.
Secondo il legale, Stasi sarebbe riuscito a conquistare il rispetto degli altri detenuti anche attraverso il proprio comportamento. «Chi frequenta le carceri sa perfettamente che i detenuti annusano le situazioni. Io credo che Alberto sia stato rispettato anche per come si è comportato».
È la valutazione personale di un avvocato sul proprio assistito, non un elemento capace di modificare la sentenza. Racconta però qualcosa di ciò che è accaduto lontano dalle telecamere durante gli anni trascorsi in cella.
Chiara tra la sentenza e il ricordo privato
Stasi si trova oggi dentro un paradosso. Per la giustizia italiana è l’assassino di Chiara. Per la Procura di Pavia, che ha ricostruito nuovamente il delitto, a ucciderla sarebbe stato invece Sempio. Finché una Corte non annullerà la condanna, le due verità continueranno a convivere.
In mezzo rimane il rapporto tra Alberto e Chiara, raccontato quasi sempre attraverso gli atti giudiziari: le telefonate, i computer, la sera trascorsa insieme prima dell’omicidio, la colazione, la bicicletta, la scoperta del corpo e la chiamata al 118.
È molto più raro sapere che cosa resti di quella relazione nella memoria di Stasi. De Rensis non rivela confidenze e non riferisce parole precise. Sottolinea soltanto il modo in cui il suo assistito pronuncia il nome della ragazza: con delicatezza e rispetto.
Quel riserbo può essere interpretato in molti modi, come quasi ogni gesto di Stasi è stato interpretato dal 13 agosto 2007. Non dimostra l’innocenza e non conferma la colpevolezza. Appartiene a una dimensione che nessuna perizia può misurare.
Diciannove anni dopo, Stasi continua a chiedere che venga riconosciuto l’errore giudiziario che sostiene di aver subito. Ma quando il discorso arriva a Chiara, la battaglia processuale si ferma. Resta quella frase pronunciata quando il caso era appena cominciato: «Dovreste avere rispetto per Chiara, e basta».







