La bomba è esplosa, i presunti esecutori sono stati individuati, l’intermediario è fuggito in Africa e Valter Lavitola ha infine ammesso davanti al giudice di essere il mandante. Il caso dell’attentato a Sigfrido Ranucci dovrebbe avvicinarsi alla soluzione. Invece, proprio adesso, comincia il vero mistero.
Perché Lavitola avrebbe ordinato di collocare un ordigno davanti alla casa di un uomo che considerava suo amico?
La spiegazione fornita durante l’interrogatorio nel carcere di Rebibbia è tanto semplice quanto difficile da credere. Lavitola avrebbe agito «per il bene» di Ranucci: voleva costringere le autorità ad aumentare la protezione del conduttore di Report, che vive sotto scorta dal 2021 e aveva già ricevuto minacce.
La bomba, in questa versione, non doveva ucciderlo ma salvarlo. Un “attentato d’amore”, secondo la definizione usata da Paolo Mieli. Peccato che il progetto presenti una crepa enorme: per aiutare davvero Ranucci, Lavitola e gli altri non avrebbero mai dovuto essere scoperti.
Il movente dell’attentato a Ranucci non convince
L’ordigno esplose il 16 ottobre 2025 davanti alla villetta del giornalista a Campo Ascolano, nel comune di Pomezia. Distrusse la sua automobile e danneggiò quella della figlia. Non ci furono feriti, ma per settimane l’attacco fu interpretato come una ritorsione legata alle inchieste di Report.
Affinché il presunto piano di Lavitola funzionasse, quella bomba doveva quindi rimanere senza nome. Un attentato misterioso, attribuibile a uno dei tanti ambienti toccati dal lavoro di Ranucci, avrebbe potuto accrescere l’allarme intorno al giornalista, rafforzarne la scorta e forse aumentarne la popolarità.
Una volta individuato il mandante, però, l’intero castello sarebbe crollato. Ed è precisamente ciò che è avvenuto.
L’attentato non ha rafforzato l’immagine di Ranucci: lo ha trascinato dentro una vicenda opaca, alimentando sospetti sul rapporto con Lavitola e offrendo argomenti a chi cerca di screditarlo. Il gip, nell’ordinanza cautelare, ha escluso un suo coinvolgimento nella pianificazione. Ranucci, secondo quanto emerso dalle indagini, non sapeva nulla ed è la persona offesa.
Resta tuttavia la contraddizione di fondo. Possibile che un uomo esperto e smaliziato come Lavitola non avesse previsto le conseguenze?
La banda sapeva che sarebbe stata scoperta
Non si trattava di un rischio remoto. Un attentato con esplosivo contro uno dei giornalisti più conosciuti d’Italia avrebbe inevitabilmente mobilitato investigatori, magistrati e apparati di sicurezza.
Le immagini delle telecamere permisero rapidamente di ricostruire gli spostamenti dell’automobile attribuita al commando. Già il 18 dicembre 2025, due mesi dopo l’esplosione, i carabinieri fermarono sulla via Pontina la Fiat 500 che sarebbe stata utilizzata dagli attentatori. Le intercettazioni completarono poi il quadro.
Anche gli uomini coinvolti sembravano mettere in conto l’arrivo delle indagini. Gomes Clesio Tavares, ritenuto dalla Procura l’intermediario tra Lavitola e i presunti esecutori, si era già rifugiato in Camerun ed è tuttora ricercato.
Da un’intercettazione contenuta nel fascicolo emerge inoltre che, dopo l’attentato, sarebbe stato indicato agli uomini del gruppo un avvocato al quale rivolgersi «se dovesse succedere qualcosa». Il legale, Sergio Cola, è estraneo alle indagini e oggi assiste Lavitola. Secondo quanto riportato da Repubblica, per farsi riconoscere sarebbe stato sufficiente pronunciare una parola: «Gomes».
La predisposizione di un difensore, di un contatto e perfino di una parola convenzionale mostra che l’eventualità degli arresti era stata considerata. Ma se la banda sapeva di poter essere scoperta, come poteva sperare che l’attentato producesse gli effetti raccontati da Lavitola?
Il dubbio di Paolo Mieli: qualcuno voleva colpire Ranucci?
È qui che Paolo Mieli inserisce il dubbio più inquietante. «Può darsi che qualcuno si sia infilato in questo rapporto proprio allo scopo di mettere in piedi una missione per danneggiare Ranucci», ha dichiarato in un’intervista al Fatto Quotidiano.
Mieli non indica nomi e ammette che nessuno, al momento, può immaginare chi possa aver agito o per conto di chi. La sua è un’ipotesi, non un elemento investigativo. Ma nasce da una domanda alla quale la confessione di Lavitola non ha risposto: chi ha tratto realmente vantaggio dalla bomba?
La Procura ritiene che il movente possa essere legato al progetto politico coltivato da Lavitola intorno al conduttore di Report. Il faccendiere aveva commissionato sondaggi sulla popolarità di Ranucci e immaginava per lui un possibile ingresso in politica. Lavitola nega però che l’attentato servisse a costruirne il consenso e insiste sulla volontà di rafforzarne la sicurezza.
Il giudice ha definito le sue spiegazioni sul movente «fumose, generiche e prive di riscontro», respingendo la richiesta di attenuare la misura cautelare. I difensori hanno annunciato una nuova istanza e stanno valutando un ulteriore interrogatorio per chiarire proprio gli aspetti rimasti oscuri.
Lavitola ha spiegato chi avrebbe ordinato la bomba. Non ha ancora spiegato perché abbia scelto un piano destinato, quasi inevitabilmente, a ritorcersi contro l’uomo che sosteneva di voler proteggere. È in questa contraddizione che potrebbe nascondersi la parte più importante dell’intera storia.







