Zidane ritrova l’Italia vent’anni dopo la testata a Materazzi: «Non ne vado fiero, ma non ho rimpianti. Non ci siamo mai più parlati»

Zidane e la testata a Materazzi

Vent’anni dopo, Zinedine Zidane ritrova l’Italia e inevitabilmente ritrova anche quella notte di Berlino che ha consegnato al calcio l’ultima immagine della sua straordinaria carriera da giocatore. Era il 9 luglio 2006, Francia e Italia si stavano giocando la Coppa del Mondo e Zizou, dopo aver segnato il rigore dell’1-0 con un cucchiaio diventato storia, chiuse la sua vita da calciatore nel modo più imprevedibile: la testata al petto di Marco Materazzi, l’espulsione e quella lunghissima camminata verso gli spogliatoi passando accanto alla Coppa che non avrebbe più potuto sollevare.

Adesso il calendario sembra essersi divertito a chiudere il cerchio. Zidane ha aspettato a lungo la panchina della Francia e, dopo le prime due trasferte da commissario tecnico in Turchia e Belgio, debutta davanti al pubblico francese proprio contro l’Italia. La stessa Nazionale contro cui aveva disputato l’ultima partita da giocatore torna così dall’altra parte della sua nuova vita calcistica.

E naturalmente, alla vigilia, quella testata è tornata.

Zidane e Materazzi, vent’anni dopo: «Non l’ho mai più visto né sentito»

Zidane non cerca giustificazioni e non prova neppure a cancellare il passato. Alla domanda sul gesto che decise la sua ultima apparizione in campo risponde con parole nette: «Di quel gesto non vado fiero, ma non ho rimpianti. In un percorso di vita si fanno tanti sbagli, è normale».

Poi arriva inevitabilmente il nome di Marco Materazzi. I due protagonisti di una delle immagini più celebri nella storia dei Mondiali non hanno mai ricostruito alcun rapporto: «No, non l’ho mai più visto né sentito», racconta Zidane.

Nessuna voglia, però, di trasformare Francia-Italia in una rivincita personale del 2006. Per Zidane quella storia appartiene ormai a un’altra epoca, mentre il rapporto con l’Italia resta legato soprattutto agli anni trascorsi alla Juventus, quando arrivò a Torino da talento straordinario e ne uscì da campione consacrato a livello mondiale.

«Il periodo alla Juve mi ha segnato, a Torino mi sono sposato, mi è nato un figlio. Si può dire che è alla Juve che sono diventato un giocatore importante, anche grazie a Lippi: tante accortezze tattiche le ho imparate da lui».

Parole che assumono un significato particolare proprio alla vigilia della sfida con gli azzurri. Marcello Lippi, l’allenatore che contribuì alla sua maturazione tattica alla Juventus, sarebbe diventato infatti il ct dell’Italia che nel 2006 gli avrebbe strappato la Coppa del Mondo nell’ultima partita della carriera.

«È bizzarro che l’Italia non giochi un Mondiale da dodici anni»

Zidane arriva alla panchina della Francia dopo averla desiderata e aspettata a lungo. «Questo era il mio sogno», ammette, e l’esordio davanti al pubblico di casa gli consegna immediatamente uno degli avversari che conosce meglio.

Dell’Italia parla con rispetto e anche con una certa sorpresa per la lunga assenza degli azzurri dalla fase finale della Coppa del Mondo: «È bizzarro che non giochi un Mondiale da dodici anni, perché siete tra i grandi del mondo».

Zizou evita invece di formulare diagnosi sui problemi del calcio italiano. «Da fuori non so dare un’opinione su quello che sta succedendo da voi», spiega, prima di ricordare una caratteristica che considera ancora intatta: «Le squadre italiane sono capaci di fare qualcosa di incredibile in ogni match, quindi per noi sarà molto complicato».

Non è più la Francia di Zidane contro l’Italia di Cannavaro, Buffon, Pirlo, Totti e Materazzi, ma il peso della partita resta quello di una grande classica europea. E dall’altra parte della panchina c’è un altro uomo che conosce perfettamente il calcio francese.

Mancini sfida la Francia: «Non veniamo qui soltanto per difenderci»

Roberto Mancini non ha alcuna intenzione di trasformare la partita in un assedio con gli azzurri chiusi davanti alla propria porta. Sa perfettamente quale sia la differenza di qualità individuale e cita senza problemi alcuni degli uomini più pericolosi a disposizione di Zidane, ma chiede all’Italia soprattutto personalità.

«Ci attende una grande partita, dura e complicata, ma dobbiamo essere contenti di affrontarla. La cosa più bella nel calcio è sfidare i più forti, perché ti dà la possibilità di batterli o di misurare il tuo livello», spiega il ct.

La Francia appartiene naturalmente alla categoria dei più forti. Mancini cita Olise, Dembélé e Barcola, giocatori che «ti possono far venire il raffreddore», ma ritiene che una Nazionale organizzata e compatta possa comunque affrontarli senza rinunciare in partenza alla propria identità.

Ed è questo il concetto sul quale insiste maggiormente: «Venire qui e pensare solo a difendersi non mi sembrerebbe bello. Se la Francia ci metterà lì dietro e dovremo difenderci, lo faremo, ma voglio vedere un certo tipo di spirito e l’obiettivo è provare a giocare».

La partita diventa così anche un esame per capire a quale punto sia arrivato il nuovo percorso azzurro. Mancini aveva visto segnali incoraggianti già contro il Belgio e soprattutto nella partita di Bursa, ma evita tanto gli entusiasmi quanto le bocciature premature: «Non ci si deve abbattere per una sconfitta oppure esaltare per una vittoria».

Zidane contro Mancini, ma per Mancio «non è una sfida tra noi»

Il confronto tra i due allenatori avrebbe tutto per diventare il racconto parallelo della serata: due fuoriclasse della stessa generazione, due uomini che hanno attraversato da protagonisti il grande calcio europeo e che adesso si ritrovano uno davanti all’altro in panchina.

Mancini, però, non sembra particolarmente interessato alla sfida personale con Zizou. «È stato uno dei più grandi calciatori del mondo, qualcosa avrà preso dai suoi allenatori, come tutti noi. Penso sia la prima volta che ci incontriamo in panchina, ma non si tratta di una sfida tra noi due».

Per il ct azzurro conta soprattutto ciò che rappresentano le due maglie: «Francia-Italia non è mai stata una partita banale. Non lo sarà neppure questa volta».

Per Mancini, inoltre, la serata avrà un significato personale particolare: raggiungerà quota cento presenze complessive in azzurro, sommando le 36 accumulate da calciatore e quelle da commissario tecnico.

Ma il filo più suggestivo della serata resta inevitabilmente quello che attraversa vent’anni di storia e conduce ancora a Zidane.

Nel 2006 l’Italia rappresentò l’ultima partita della sua vita da calciatore, conclusa con una testata, un cartellino rosso e una Coppa del Mondo perduta ai rigori. Nel 2026 gli azzurri diventano invece gli avversari del suo debutto da commissario tecnico della Francia davanti al proprio pubblico.

In mezzo sono trascorsi vent’anni, una carriera da allenatore, tre Champions League vinte sulla panchina del Real Madrid e una lunga attesa per realizzare quello che Zidane definisce il proprio sogno.

Materazzi, invece, non lo ha mai più incontrato. E quella testata non prova a cancellarla: «Non ne vado fiero, ma non ho rimpianti».