Una nuova prova destinata a «fare scalpore» potrebbe riaprire la battaglia giudiziaria sull’omicidio di Chiara Poggi. Ad annunciarla è Antonio De Rensis, avvocato di Alberto Stasi, che ha indicato la metà di novembre come possibile momento per il deposito dell’istanza di revisione della condanna definitiva a 16 anni di reclusione. Il legale non ha voluto anticipare il contenuto dell’elemento che ritiene particolarmente importante, lasciando però intendere che potrebbe non essere l’unica novità. Intanto, mentre si discute dei video controversi recuperati dai dispositivi di Andrea Sempio, Salvo Sottile richiama il diverso trattamento riservato in passato a Stasi, sostenendo che fosse stato «mostrificato per molto meno».
Le dichiarazioni sono arrivate il 29 ottobre, in una fase nella quale l’inchiesta della Procura di Pavia su Sempio e le iniziative della difesa di Stasi procedono su binari giudiziari distinti, ma inevitabilmente collegati dalla ricostruzione del delitto del 13 agosto 2007. Al centro del confronto ci sono soprattutto alcune risultanze scientifiche utilizzate nel processo concluso con la condanna di Stasi e una serie di documenti che, secondo i suoi difensori, imporrebbero una nuova valutazione.
De Rensis: «A metà novembre la revisione, c’è un elemento che farà scalpore»
Intervistato da Salvo Sottile, Antonio De Rensis ha raccontato di aver incontrato Stasi il giorno precedente, descrivendolo come una persona che continua ad affrontare la propria situazione con equilibrio. «L’ho incontrato ieri a pranzo, lui continua il suo percorso con grande equilibrio, razionalità ci aiuta, ci sostiene, paradossalmente dà forza a me e a Giada, la mia bravissima collega. Noi cerchiamo in questo momento di continuare a dare il massimo per affermare la sua innocenza».
La rivelazione più importante riguarda però i tempi e i contenuti della futura istanza di revisione. «Noi potremmo presentarla intorno a metà novembre, il range è quello, credo contenga elementi molto interessanti. Io non posso anticipare nel merito, posso dire che certamente c’è un elemento che farà scalpore, forse c’è anche qualcos’altro».
Il legale non ha specificato se si tratti di una nuova risultanza scientifica, di un documento investigativo o di un elemento emerso dalle verifiche successive alla riapertura delle indagini. La sua dichiarazione rappresenta dunque un’anticipazione della strategia difensiva, non ancora una prova sottoposta alla valutazione dei giudici.
De Rensis ha ribadito che l’obiettivo suo e della collega Bocellari non è semplicemente ottenere una rivalutazione di alcuni indizi, ma arrivare al riconoscimento dell’innocenza del loro assistito. «L’avvocato Bocellari e io vogliamo affermare l’innocenza di Alberto Stasi, va al di là di ogni ragionevole dubbio, noi lo riteniamo completamente innocente».
Il sangue sui pedali della bicicletta e le analisi negative mai considerate
Uno dei punti più controversi riguarda gli accertamenti sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi. Nella sentenza definitiva viene richiamata la presenza di una quantità significativa di DNA attribuito a Chiara Poggi, considerata nell’ambito del quadro indiziario complessivo che ha portato alla condanna.
La ricostruzione è tornata al centro delle contestazioni dopo l’emersione di documentazione relativa ad analisi successive al primo risultato positivo. Secondo quanto illustrato, sarebbero state effettuate due controanalisi con esito negativo, alle quali si aggiungerebbe un test negativo per la presenza di sangue e un foglio di lavoro che riporterebbe anche una componente di DNA maschile.
Per la difesa, il problema non riguarda soltanto l’interpretazione scientifica di questi risultati, ma anche la loro mancata valorizzazione nel procedimento originario. De Rensis ha rivolto un appello diretto alla magistrata che seguì le indagini: «Alla dott.ssa Muscio, con grande rispetto, che è un magistrato ancora in servizio, vorrei dirle questo: spero che un giorno chieda a Marino e al dottor Garofano cosa ci faceva il sangue di Chiara sui pedali della bicicletta di Alberto, dal momento che quel sangue non c’era e dal momento che qualcuno le ha detto che c’era».
La dichiarazione esprime una contestazione molto netta, ma occorre distinguere il risultato delle analisi genetiche dall’effettiva dimostrazione della presenza di sangue. Inoltre, l’esistenza di test negativi successivi non comporta automaticamente l’invalidità di un precedente risultato positivo: la questione richiede una valutazione tecnica del materiale analizzato, delle metodologie utilizzate e della documentazione disponibile.
Le dichiarazioni di Pizzamiglio e il confronto con Garofano
Il dibattito si è concentrato anche sull’attività dei RIS e sulle responsabilità nella trasmissione dei risultati investigativi. Marco Pizzamiglio, all’epoca vice di Luciano Garofano e coinvolto nell’organizzazione del sopralluogo, ha respinto l’idea di una responsabilità diretta dell’ex comandante.
«Non è successo niente, Garofano non c’entra niente, non credo abbia portato lui le risultanze alla Muscio. E avrò operato male io», ha dichiarato, aggiungendo una frase particolarmente significativa: «I magistrati volevano farmi dire una cosa che non era così».
Pizzamiglio ha inoltre precisato di non disporre più della documentazione necessaria per effettuare verifiche autonome, osservando che gli atti possono essere esaminati da chi ne abbia attualmente la disponibilità.
De Rensis ha replicato difendendo l’operato dei magistrati che stanno approfondendo le vicende investigative del passato. Secondo il legale, non ci sarebbero state domande orientate verso una conclusione prestabilita, ma richieste di chiarimento alle quali alcuni testimoni avrebbero risposto con numerosi vuoti di memoria.
Il confronto con Garofano potrebbe proseguire anche in sede giudiziaria. «Non vedo l’ora di incontrarlo in un’aula di giustizia, lui ha chiamato me, scopriremo se io chiamerò lui», ha affermato De Rensis, lasciando aperta la prospettiva di ulteriori iniziative.
Il portasapone, le impronte e i capelli: gli altri elementi contestati
Tra gli aspetti tornati all’attenzione degli investigatori figura anche il dispenser del sapone presente nell’abitazione di Chiara Poggi. Nel corso delle nuove verifiche sarebbero stati individuati nove frammenti di impronte digitali precedentemente non attribuite, tra i quali una traccia riconducibile al mignolo destro di Alberto Stasi.
Secondo la ricostruzione discussa, questi elementi non sarebbero stati adeguatamente considerati negli accertamenti originari. La loro presenza viene ora richiamata per contestare l’interpretazione secondo la quale il dispenser sarebbe stato accuratamente lavato, circostanza che aveva assunto un significato indiziario nella ricostruzione dell’omicidio.
A questi dati si aggiunge il riferimento a quattro capelli lunghi e scuri, anch’essi indicati come elementi potenzialmente rilevanti per una nuova valutazione della scena del crimine.
Un ulteriore punto riguarda le impronte di calzature e la loro compatibilità con le scarpe attribuite all’assassino. La sentenza aveva valorizzato una convergenza di caratteristiche, compresi marca e numero delle scarpe, ma la nuova documentazione richiamata nel dibattito solleverebbe interrogativi sulle conclusioni raggiunte.
Nessuno di questi elementi, considerato isolatamente, determina automaticamente il venir meno della condanna. Il nodo giudiziario sarà stabilire se le risultanze presentate dalla difesa costituiscano prove nuove e se, valutate insieme al materiale già acquisito, siano idonee a giustificare una revisione del processo.
La perizia sulla camminata di Stasi e le critiche del criminologo Marco Strano
Particolarmente discussa è anche la perizia utilizzata per valutare la compatibilità tra il racconto di Stasi e le tracce presenti nell’abitazione. Il giovane aveva dichiarato di essere entrato nella villetta e di aver cercato Chiara, fino a individuare il corpo sulle scale che conducevano alla cantina.
La ricostruzione peritale aveva evidenziato l’assenza di residui ematici sulle scarpe e di modificazioni delle macchie di sangue sul pavimento compatibili con il passaggio descritto. Anche i tappetini dell’automobile non presentavano tracce che confermassero quel percorso.
Il criminologo Marco Strano ha contestato alcuni presupposti metodologici dell’esperimento, sostenendo che non sarebbero stati adeguatamente considerati i comportamenti istintivi di una persona davanti a una scena particolarmente impressionante.
Secondo Strano, una persona che si trovi a camminare in un ambiente insanguinato potrebbe modificare spontaneamente il proprio passo per evitare le macchie, mentre un modello matematico basato su una camminata regolare non sarebbe necessariamente in grado di riprodurre queste reazioni.
Il criminologo ha inoltre richiamato le differenze fisiche tra Stasi e il soggetto utilizzato per alcune prove, sostenendo che peso corporeo e numero delle scarpe avrebbero potuto influire sulla ricostruzione. Quanto all’assenza di sangue sulle calzature, ha osservato che queste furono sequestrate soltanto dopo diverse ore, durante le quali avrebbero potuto essere utilizzate su superfici differenti.
De Rensis ha insistito soprattutto sul tempo trascorso tra l’accesso alla villetta e il sequestro delle scarpe, sostenendo che eventuali residui avrebbero potuto essere rimossi attraverso il normale utilizzo. Sono argomentazioni difensive che richiederanno un confronto con le conclusioni delle perizie già valutate nel procedimento definitivo.
Le accuse di pressioni sulla Procura generale e la dura reazione del legale
De Rensis ha preso posizione anche sulle indiscrezioni relative a presunte pressioni nei confronti della Procura generale di Milano, chiamata a valutare eventuali iniziative nell’ambito della revisione.
Il legale ha espresso forte irritazione per la diffusione di simili ipotesi senza adeguati riscontri, difendendo l’indipendenza e la professionalità della procuratrice generale Francesca Nanni.
«Come cittadino sono molto turbato, non come avvocato», ha dichiarato, giudicando grave che si possa sostenere pubblicamente che una magistrata di tale esperienza abbia subito condizionamenti. De Rensis ha sottolineato che chi conosce Nanni sa quanto sarebbe difficile esercitare pressioni su di lei e ha invitato a evitare insinuazioni in una fase giudiziaria così delicata.
La questione rimane distinta dal merito dell’istanza di revisione, ma mostra quanto il confronto intorno al caso Garlasco si sia esteso anche alla rappresentazione pubblica delle istituzioni coinvolte.
La replica a Sempio e il pensiero per la madre di Alberto Stasi
Nel corso dell’intervista, De Rensis ha risposto anche alle dichiarazioni di Andrea Sempio, che aveva accusato la difesa di Stasi di contribuire a riportarlo continuamente al centro delle indagini.
L’avvocato ha respinto questa interpretazione, sostenendo che i legali del condannato stiano semplicemente esercitando il proprio ruolo e che le decisioni investigative appartengano esclusivamente alla magistratura. «La difesa di Stasi fa solo il suo dovere, alla luce del sole, senza calpestare i diritti di nessuno», ha affermato.
Il passaggio più personale è arrivato quando gli è stato chiesto di rivolgere un pensiero ai familiari di Chiara Poggi, che continuano a considerare Stasi responsabile dell’omicidio. De Rensis ha ribadito di rispettare profondamente il loro dolore e di non voler giudicare le loro dichiarazioni, ricordando però anche la sofferenza vissuta dalla madre del suo assistito.
«Dolore che ricordo ha anche una signora di nome Elisabetta che per tanti anni è stata da sola, in silenzio, ha perso il suo ragazzo e l’amore della sua vita», ha detto riferendosi anche alla morte del padre di Stasi. Il legale ha espresso la speranza che il lavoro della difesa possa restituire alla donna una prospettiva diversa dopo tanti anni.
La revisione di novembre potrebbe cambiare il caso Garlasco?
L’eventuale deposito dell’istanza di revisione a metà novembre rappresenta il prossimo passaggio annunciato dalla difesa di Alberto Stasi. Sarà allora possibile conoscere gli elementi che De Rensis ha anticipato senza descriverli e verificare se siano effettivamente in grado di incidere sulla ricostruzione giudiziaria dell’omicidio.
La revisione di una sentenza definitiva non è un nuovo processo automatico né una semplice rivalutazione delle prove già esaminate. Richiede specifici presupposti previsti dalla legge e, quando si fonda su prove nuove, la loro capacità di incidere sul giudizio di colpevolezza secondo i criteri stabiliti dall’ordinamento.
Per il momento, dunque, la novità è l’annuncio di un’iniziativa imminente e di un elemento che la difesa considera particolarmente significativo. Il suo contenuto resta riservato, mentre l’inchiesta su Andrea Sempio continua autonomamente e senza che le accuse nei suoi confronti abbiano ancora ricevuto una valutazione definitiva.







