Ventidue milioni di lire per pagare gli avvocati dei due neofascisti condannati per l’uccisione di un poliziotto e altri venti milioni promessi alla famiglia della vittima. Sono le cifre che riportano sotto i riflettori Ignazio La Russa, presidente del Senato, e uno degli episodi più sanguinosi degli anni di piombo: il cosiddetto giovedì nero di Milano, il 12 aprile 1973, quando una bomba a mano uccise l’agente Antonio Marino, appena ventiduenne, durante gli scontri tra militanti neofascisti e forze dell’ordine.
A ricostruire quella giornata e i suoi sviluppi è Pino Corrias, che ripercorre il ruolo politico dell’allora ventiquattrenne Ignazio La Russa, dirigente del Fronte della gioventù, e i successivi interventi economici di suo padre Antonino La Russa. Il punto giudiziario resta preciso: l’inchiesta dichiarò Ignazio La Russa estraneo ai fatti. La ricostruzione torna però sulle dichiarazioni iniziali di uno degli autori dell’attentato, sulla successiva ritrattazione e sul denaro che il padre del futuro presidente del Senato destinò alla difesa dei condannati.
Il 12 aprile 1973: la manifestazione vietata e la morte di Antonio Marino
Milano viveva una stagione di fortissime tensioni politiche. Il prefetto Libero Mazza aveva vietato una manifestazione del Movimento sociale italiano, ma i militanti neofascisti decisero di scendere ugualmente in strada.
Tra i dirigenti presenti figuravano Ciccio Franco, protagonista della rivolta di Reggio Calabria e noto per lo slogan «Boia chi molla», Franco Servello, Francesco Petronio e Massimo Anderson. Con loro c’era anche Ignazio La Russa, allora segretario del Fronte della gioventù milanese.
La Russa aveva ventiquattro anni, studiava Legge e rappresentava uno dei volti più conosciuti della militanza missina cittadina. Suo padre Antonino, avvocato originario della Sicilia, aveva ricoperto l’incarico di segretario del Fascio di Paternò e sedeva alla Camera come deputato del Msi dal 1972.
Le fotografie del 12 aprile mostrano il giovane La Russa nel gruppo che si dirigeva verso la Prefettura per contestare il divieto della manifestazione. La sua presenza documenta il ruolo politico che svolgeva nell’organizzazione della protesta, ma non costituisce una prova di partecipazione all’attentato.
Nel frattempo, tra corso Monforte, viale Romagna e piazza Ascoli, la tensione degenerò. Gruppi di militanti attaccarono la Casa dello Studente e danneggiarono l’istituto magistrale Virgilio. La polizia intervenne con i lacrimogeni mentre i manifestanti lanciavano pietre, bottiglie e altri oggetti.
Tra gli agenti impegnati nel servizio di ordine pubblico c’era Antonio Marino, originario di Puccianiello, in provincia di Caserta. Aveva lasciato il Sud per lavorare a Milano ed era entrato nel Terzo reparto Celere.
Le due bombe a mano e l’agente ucciso in via Bellotti
Nel corso degli scontri, Vittorio Loi, ventunenne figlio del pugile Duilio Loi, e Maurizio Murelli, diciannovenne vicino agli ambienti neofascisti milanesi, avevano a disposizione due bombe a mano militari SRCM, ordigni a frammentazione.
La prima esplosione ferì un passante e un agente. La seconda investì un gruppo di poliziotti all’incrocio tra via Bellotti e via Kramer.
Cinque agenti finirono a terra. Antonio Marino riportò ferite devastanti al torace e morì sul posto. Le fotografie scattate dopo l’esplosione fissarono una delle immagini più drammatiche della violenza politica che attraversava l’Italia negli anni Settanta.
Il segretario del Msi Giorgio Almirante offrì cinque milioni di lire a chi avesse contribuito a identificare gli assassini. Un militante missino, Gianluigi Radice, fornì una segnalazione anonima alla Questura.
Loi si consegnò alle autorità, mentre Murelli fuggì a Firenze. La polizia lo rintracciò dopo un giorno di latitanza.
La giustizia condannò successivamente Loi e Murelli a diciotto anni di carcere per i fatti che portarono alla morte dell’agente Marino.
Murelli chiamò in causa Ignazio e Romano La Russa, poi ritrattò
Uno dei passaggi più controversi della vicenda riguarda le dichiarazioni rese da Maurizio Murelli durante i primi interrogatori.
Secondo la ricostruzione riproposta da Corrias, il giovane neofascista chiamò inizialmente in causa Ignazio La Russa e suo fratello Romano, sostenendo che gli incidenti fossero stati pianificati.
Durante il processo, tuttavia, Murelli ritrattò quelle dichiarazioni. Spiegò di avere mentito perché si sentiva abbandonato dal proprio partito dopo l’arresto.
Ignazio La Russa dichiarò agli investigatori che, al momento della morte di Antonio Marino, si trovava in Prefettura. L’inchiesta lo ritenne estraneo ai fatti, senza attribuirgli responsabilità nell’omicidio del poliziotto.
È una distinzione fondamentale per comprendere la vicenda: la partecipazione politica alla manifestazione e le accuse che Murelli formulò inizialmente non portarono a un accertamento di responsabilità penale a carico dell’attuale presidente del Senato.
Le successive rivelazioni sui pagamenti effettuati dalla famiglia La Russa hanno però continuato ad alimentare interrogativi intorno a quella storia.
I 22 milioni di lire di Antonino La Russa per gli avvocati dei condannati
Il particolare che riporta la vicenda al centro dell’attenzione riguarda Antonino La Russa, padre di Ignazio e Romano.
Secondo la ricostruzione di Corrias, fu lui a sostenere le spese per gli avvocati di Maurizio Murelli e Vittorio Loi, versando 22 milioni di lire per la loro difesa.
Murelli ha confermato la circostanza in una successiva intervista televisiva, ma ha negato che il pagamento avesse un collegamento con la sua decisione di ritrattare le accuse iniziali.
Il dato economico e la smentita del rapporto tra denaro e ritrattazione devono quindi rimanere distinti. Il sostegno finanziario alla difesa, per quanto significativo sul piano della ricostruzione storica, non dimostra da solo che la famiglia La Russa abbia influenzato le dichiarazioni processuali di Murelli.
Corrias riferisce inoltre che la famiglia La Russa promise riservatamente altri venti milioni di lire alla famiglia di Antonio Marino. Il materiale riportato non chiarisce se quella somma sia stata effettivamente versata, né precisa le condizioni dell’impegno economico.
Il ruolo di Antonino La Russa, del resto, si inseriva in una rete di rapporti politici e professionali consolidati. Avvocato e parlamentare missino, aveva lavorato anche al fianco del finanziere Michelangelo Virgilito, imprenditore attivo nel settore immobiliare e finanziario, con interessi nelle operazioni che coinvolsero Liquigas e Lanerossi.
La Russa contro la ricostruzione di Michela Ponzani: torna lo scontro sul passato
A oltre mezzo secolo dal giovedì nero, quella giornata continua a suscitare polemiche. Il nuovo confronto nasce anche dalla ricostruzione televisiva della storica Michela Ponzani, alla quale Ignazio La Russa ha reagito prospettando un’azione legale.
Corrias apre il proprio intervento proprio richiamando quelle contestazioni: «Hai voglia a protestare e minacciare querele».
Il giornalista collega la storia personale e politica dell’attuale presidente del Senato alla morte di Antonio Marino, pur ricordando l’esito dell’inchiesta che escluse responsabilità penali di La Russa.
Dopo la militanza nel Movimento sociale e il successivo percorso nella destra italiana, Ignazio La Russa è diventato deputato, ministro della Difesa e, nell’ottobre 2022, presidente del Senato, seconda carica dello Stato.
La ricostruzione del 1973 continua così a incrociare la sua biografia pubblica, tra il ruolo ricoperto nella manifestazione neofascista, le dichiarazioni poi ritrattate di Murelli e i pagamenti effettuati dal padre per la difesa dei due condannati.
Resta anche la storia di Antonio Marino, il giovane agente arrivato dalla provincia di Caserta e morto mentre prestava servizio a Milano. Alla sua memoria sono stati dedicati riconoscimenti pubblici, un busto, una strada e una scuola. Il suo nome rimane legato a una delle giornate più violente della storia politica milanese del dopoguerra.







