Un sacco di plastica bianco affiorato dalle acque di un canale, alcuni indumenti sospetti e, poco più di un anno dopo, la morte del giovane che li aveva scoperti. È una vicenda rimasta ai margini del delitto di Garlasco, ma tornata al centro dell’attenzione dopo le dichiarazioni di un amico di Diego Portinari, il 27enne trovato senza vita nel dicembre 2008 nella propria abitazione di Vigevano. L’uomo ha raccontato di nutrire ancora dubbi sulle circostanze del decesso, ufficialmente classificato come suicidio dopo gli accertamenti medico-legali. A rendere la storia particolarmente controversa è il ritrovamento effettuato da Portinari il 22 agosto 2007, appena nove giorni dopo l’omicidio di Chiara Poggi.
Non esistono elementi accertati che dimostrino un collegamento tra la morte del giovane e l’assassinio della ragazza, ma la coincidenza temporale e le circostanze del ritrovamento degli indumenti continuano ad alimentare interrogativi. A distanza di diciotto anni, la testimonianza dell’amico riporta l’attenzione su una vicenda nella quale si intrecciano fatti documentati, ricordi personali e ipotesi mai dimostrate.
L’amico di Diego Portinari: «Ho qualche dubbio, è un campanello d’allarme»
A parlare è una persona che conosceva Diego Portinari e che, intervistata il 25 settembre, ha manifestato apertamente le proprie perplessità sulla ricostruzione della morte del giovane. «Qualche dubbio, o anche un campanello d’allarme date le circostanze, io ce l’ho», ha dichiarato, senza però indicare elementi concreti che possano dimostrare una causa del decesso diversa da quella stabilita dagli accertamenti.
L’amico ha poi ricordato un particolare del carattere di Portinari che, a suo giudizio, renderebbe insolito il comportamento tenuto nell’agosto 2007. Secondo le ricostruzioni dell’epoca, infatti, il giovane avrebbe trovato alcuni indumenti in un canale senza consegnarli immediatamente alle forze dell’ordine.
«Conoscendo Diego, normalmente si sarebbe ben guardato da fare un ritrovamento di qualunque cosa fosse», ha osservato il testimone, aggiungendo che, con ogni probabilità, l’amico «avrebbe tirato dritto».
Si tratta di considerazioni personali, che non modificano i fatti accertati, ma introducono un interrogativo sul comportamento del ventisettenne e sulle ragioni che lo portarono a parlare della scoperta soltanto nei giorni successivi.
Il sacco bianco nel canale e gli indumenti trovati nove giorni dopo il delitto
La vicenda risale al 22 agosto 2007, quando Diego Portinari si trovava nei campi insieme a Massimo Bernardi, nella zona compresa tra Sairano e Villanova d’Ardenghi, in provincia di Pavia. Durante il lavoro, il giovane avrebbe notato un sacchetto bianco di plastica che affiorava dall’acqua di un canale lungo la strada del Cucù.
All’interno c’erano alcuni indumenti sporchi. La scoperta avvenne in un momento particolarmente delicato, perché appena nove giorni prima Chiara Poggi era stata assassinata nella sua abitazione di via Pascoli a Garlasco e gli investigatori erano impegnati nella ricerca di elementi utili a ricostruire l’omicidio.
A raccontare pubblicamente l’episodio, pochi giorni dopo, fu Cristina Bernardi, moglie di Massimo. La donna spiegò che Portinari, dopo aver esaminato il contenuto del sacco, non aveva portato via gli indumenti. «Non l’ha preso, ha ributtato tutto dentro. Lui è uno che ha avuto qualche mese fa dei problemi con la polizia, per storie sue», dichiarò all’epoca.
La segnalazione arrivò soltanto il 24 agosto, due giorni dopo il ritrovamento. Cristina Bernardi raccontò che Diego aveva riflettuto sull’accaduto prima di parlarne con lei e con il marito. «Diego ci ha pensato due giorni», spiegò, aggiungendo: «Ne ha parlato con Massimo e con me. Ci siamo chiesti se per caso quella roba non c’entrava con la storia di Garlasco. La sera, abbiamo deciso di telefonare alla Polizia».
Il sospetto che quegli indumenti potessero avere un collegamento con l’assassinio di Chiara Poggi nacque dunque dagli stessi protagonisti del ritrovamento. Tuttavia, non risulta dimostrato che il materiale provenisse dalla scena del crimine o fosse appartenuto all’assassino.
Dicembre 2008, Diego trovato morto dalla madre nel suo appartamento
Poco più di un anno dopo, la vicenda assunse un risvolto tragico. Nel dicembre 2008, Diego Portinari fu trovato senza vita dalla madre nel suo mini-appartamento di via Dante a Vigevano. La donna, preoccupata perché non riusciva più ad avere notizie del figlio, aveva deciso di raggiungere la sua abitazione per verificare che cosa fosse accaduto.
Secondo le prime ricostruzioni pubblicate il 16 dicembre, il corpo del ventisettenne si trovava sul pavimento e il decesso sarebbe risalito a circa tre giorni prima del ritrovamento. Nell’appartamento non furono riscontrati segni di effrazione né tracce evidenti di colluttazione, mentre la porta d’ingresso risultava chiusa dall’interno.
Inizialmente venne presa in considerazione anche l’ipotesi di un malore improvviso. Gli accertamenti successivi, compresa l’autopsia, portarono invece a classificare la morte come suicidio, con la conseguente archiviazione del caso.
È proprio questa conclusione che, a distanza di anni, l’amico di Portinari afferma di guardare con perplessità. Le sue dichiarazioni, tuttavia, non contengono nuovi riscontri medico-legali o investigativi capaci di mettere in discussione l’esito ufficiale degli accertamenti.
Massimo Lovati e l’ipotesi dell’induzione al suicidio
A rilanciare i sospetti è intervenuto anche Massimo Lovati, ex avvocato di Andrea Sempio, che ha più volte sostenuto l’esistenza di possibili collegamenti tra il delitto di Garlasco e altre morti avvenute successivamente nel territorio della Lomellina.
Commentando la vicenda di Portinari, Lovati ha parlato di «suicidi che evocano omicidi», richiamando poi una diversa fattispecie prevista dal codice penale: «Esiste un altro delitto, che è l’induzione al suicidio».
Il riferimento è all’articolo 580 del codice penale, che punisce, alle condizioni previste dalla legge, chi determina altri al suicidio, ne rafforza il proposito oppure ne agevola l’esecuzione. Lovati ha evocato l’ipotesi che dietro alcune morti sospette possa esserci un’organizzazione criminale, la stessa che, secondo una sua ricostruzione, avrebbe commissionato l’omicidio di Chiara Poggi.
Si tratta però di una teoria personale dell’ex legale, non di una conclusione giudiziaria. Non sono stati presentati, nelle dichiarazioni riportate, elementi verificabili che dimostrino l’esistenza di un’organizzazione responsabile del delitto o un suo coinvolgimento nella morte di Portinari.
Qual è il vero legame tra Diego Portinari e il delitto di Chiara Poggi?
Il collegamento documentato tra Diego Portinari e il caso Garlasco rimane il ritrovamento del sacco contenente indumenti nell’agosto 2007. Un episodio avvenuto a breve distanza dall’omicidio, segnalato alle forze dell’ordine e successivamente ricordato nelle ricostruzioni giornalistiche della vicenda.
La morte del giovane, avvenuta nel dicembre 2008, costituisce invece un fatto distinto, sul quale gli accertamenti dell’epoca portarono alla conclusione del suicidio. L’eventuale esistenza di un nesso tra i due episodi non è stata dimostrata.
Le parole dell’amico restituiscono il disagio e gli interrogativi di chi conosceva Portinari, ma non bastano a trasformare un sospetto in una nuova pista investigativa. Allo stesso modo, le ipotesi avanzate da Lovati richiederebbero riscontri indipendenti prima di poter assumere un significato giudiziario.
Resta la storia di un giovane che, nell’estate del 2007, si imbatté in un sacco di vestiti mentre lavorava nei campi e che, sedici mesi dopo, venne trovato morto nella propria abitazione. Due episodi realmente accaduti, sui quali continuano a concentrarsi domande e ricostruzioni, ma tra i quali non è stato accertato alcun rapporto causale.







