Operazioni chirurgiche, l’effetto placebo può fare miracoli: il caso dei pazienti operati per finta che guarirono come gli altri

Reparto Chirurgia – Ospedale Molinette di Torino

Si può stare meglio dopo un’operazione chirurgica anche quando il chirurgo non ha operato nulla? La risposta, sorprendentemente, è sì. A dimostrarlo fu nel 2002 il chirurgo ortopedico americano Bruce Moseley, protagonista di un esperimento destinato a mettere in discussione alcune certezze della medicina. Su 165 pazienti con problemi al ginocchio, alcuni ricevettero un vero intervento, mentre altri entrarono in sala operatoria, subirono l’anestesia e piccoli tagli sulla pelle, ma nessuna operazione terapeutica. Il risultato? I pazienti dei diversi gruppi riferirono miglioramenti sostanzialmente simili.

Vent’anni dopo, una ricerca della University of New South Wales di Sydney ha riacceso l’attenzione sul fenomeno, stimando che una quota consistente dei miglioramenti osservati dopo alcuni interventi chirurgici possa dipendere da fattori diversi dall’azione specifica del bisturi.

L’esperimento del chirurgo che operava per finta

L’intuizione di Moseley era tanto semplice quanto rivoluzionaria: verificare se i benefici attribuiti a una determinata operazione al ginocchio dipendessero realmente dalla procedura chirurgica oppure anche dalle aspettative dei pazienti e dall’evoluzione naturale dei sintomi.

I ricercatori suddivisero i partecipanti in gruppi. Alcuni ricevettero trattamenti chirurgici effettivi, mentre altri affrontarono una procedura simulata, con anestesia e piccole incisioni superficiali che riproducevano l’esperienza di un’operazione.

I pazienti non sapevano quale trattamento avessero ricevuto. Questa condizione permetteva agli studiosi di confrontare gli effetti specifici della chirurgia con quelli legati al contesto terapeutico.

I risultati mostrarono che i gruppi presentavano miglioramenti comparabili nel dolore e nella funzionalità del ginocchio. Per le procedure studiate, quindi, il beneficio non risultava superiore a quello ottenuto con l’intervento simulato.

Il cervello può influenzare dolore e recupero

Il fenomeno chiama in causa il cosiddetto effetto placebo, cioè la capacità delle aspettative e del contesto di cura di influenzare alcuni sintomi e le risposte dell’organismo.

Quando una persona affronta un intervento, non riceve soltanto un trattamento fisico. Entra in un percorso fatto di visite, spiegazioni, preparazione, anestesia, assistenza medica e aspettative di guarigione.

Tutti questi elementi possono modificare la percezione del dolore e il modo in cui il paziente valuta le proprie condizioni.

L’effetto placebo, però, non equivale a una guarigione immaginaria. Le aspettative possono produrre cambiamenti reali nell’esperienza del dolore, anche attraverso meccanismi neurobiologici. Non significa, invece, che il pensiero possa riparare da solo qualsiasi lesione anatomica.

Lo studio australiano e quel 67% di miglioramenti

Nel 2022, i ricercatori della University of New South Wales hanno analizzato il contributo dei fattori non specifici ai risultati di interventi chirurgici studiati attraverso confronti con procedure simulate.

Secondo la sintesi della ricerca riportata dall’Economist, in media il 67% dei miglioramenti osservati nei contesti esaminati non derivava dall’effetto specifico della procedura chirurgica, ma poteva dipendere da altri fattori.

Tra questi figurano l’evoluzione naturale della malattia, le aspettative del paziente, l’effetto placebo e altri elementi che accompagnano il trattamento.

Il dato non significa che il 67% di tutte le operazioni sia inutile o che la chirurgia funzioni soltanto per suggestione. La percentuale riguarda i miglioramenti misurati negli studi considerati, non la totalità degli interventi praticati negli ospedali.

Quando la chirurgia funziona e quando le aspettative contano

Gli esperimenti con operazioni simulate servono a rispondere a una domanda precisa: quanto beneficio aggiunge una procedura chirurgica rispetto a tutto ciò che accompagna l’intervento?

La distinzione è importante soprattutto per le operazioni destinate ad alleviare sintomi come il dolore, che possono risentire delle aspettative e delle variazioni spontanee della condizione clinica.

Per altri interventi, invece, il beneficio dipende da modifiche anatomiche indispensabili: rimuovere un tumore, fermare un’emorragia o riparare una frattura non equivale a intervenire sulla percezione del dolore.

Il caso di Moseley ha dunque mostrato quanto sia necessario sottoporre anche le tecniche chirurgiche a verifiche rigorose, senza dare per scontato che il miglioramento dopo un’operazione dimostri automaticamente l’efficacia specifica della procedura.