Salvini e Conte, i «putiniani d’Italia» tornano in coro contro le armi a Kiev. Il Pd attacca: «Ripetono la versione preferita dal Cremlino»

salvini e conte

Matteo Salvini e Giuseppe Conte tornano a parlare quasi all’unisono sull’Ucraina, riportando alla memoria l’asse gialloverde che li vide governare insieme tra il 2018 e il 2019. Il vicepremier leghista ribadisce la propria contrarietà a proseguire con le forniture militari a Kiev, mentre il presidente del Movimento 5 Stelle definisce «fallimentare» la strategia di rafforzamento dell’Ucraina e chiede una svolta diplomatica. Due posizioni espresse il 31 ottobre 2026 che arrivano da schieramenti formalmente contrapposti, ma che mostrano una convergenza su uno dei temi più divisivi della politica italiana.

A rendere ancora più complicato il quadro per il centrosinistra ci pensa lo stesso Conte, che contemporaneamente detta le condizioni per la costruzione del campo largo. Il leader pentastellato non pone un veto personale a Matteo Renzi, ma pretende garanzie politiche da Elly Schlein, a cominciare da una legge sul conflitto di interessi. E avverte che, senza un accordo su questo punto, il Movimento 5 Stelle non parteciperà al progetto comune.

Salvini avverte la maggioranza: «Basta armi, la Lega ribadirà la sua posizione»

Intervenendo a Roma, dopo una visita a un gazebo della Lega a Ponte Milvio, Matteo Salvini ha confermato che il suo partito intende tornare a contestare la strategia degli aiuti militari all’Ucraina quando il Parlamento affronterà nuovamente la questione.

«La Lega continua a ritenere che dopo quasi cinque anni di guerra e centinaia di migliaia di morti sia fondamentale perseguire la via diplomatica e non limitarsi a quella delle armi e delle sanzioni. E quando ci sarà un dibattito parlamentare in questo senso, la Lega ribadirà la sua posizione».

Il riferimento riguarda soprattutto il possibile rinnovo del decreto sulle forniture militari a Kiev, un passaggio che potrebbe riaprire le tensioni all’interno della maggioranza guidata da Giorgia Meloni.

Salvini ha ricordato che la Lega ha sostenuto finora le decisioni del governo, pur continuando a esprimere perplessità sull’efficacia della strategia occidentale.

«Quando ci sarà un dibattito parlamentare su questo, la Lega dirà chiaramente quello che pensa da quattro anni. Poi, per lealtà e rispetto nei confronti della maggioranza, abbiamo sempre sostenuto ogni tipo di intervento a favore dell’Ucraina».

Il vicepremier ha poi aggiunto: «Chiederemo se dopo quasi cinque anni sia quella la via per porre fine alla guerra, visto che ci sono segnali di aperture diplomatiche, di dialogo fra Kiev, Mosca, Washington, Pechino».

Secondo Salvini, inoltre, l’Italia non avrebbe inviato nuove armi nel corso del 2026, mentre altri Paesi europei continuerebbero a privilegiare il sostegno militare. Si tratta di una ricostruzione del leader leghista, che conclude rivendicando una posizione di equilibrio tra la fedeltà alla coalizione e le convinzioni del partito: «Leali con la maggioranza ma fermi nelle nostre convinzioni».

Conte boccia la strategia occidentale: «Rafforzare l’Ucraina è stata una strada fallimentare»

Quasi contemporaneamente, Giuseppe Conte ha espresso una posizione molto simile durante la registrazione del programma Accordi e Disaccordi, affrontando il nodo dell’Ucraina e le difficoltà di trovare un’intesa con il Partito democratico.

Il presidente del Movimento 5 Stelle ha indicato un limite preciso oltre il quale non intende spingersi nella trattativa con gli alleati.

«Un punto è assolutamente non negoziabile per noi è questo: non possiamo proseguire la politica nei confronti del conflitto russo-ucraino che ha spinto tutti a dire ‘affrontiamo militarmente e sconfiggiamo la Russia attraverso l’Ucraina’. Questo non sta succedendo».

Conte ha quindi accusato di ipocrisia chi continua a sostenere la necessità delle forniture militari, affermando che anche l’Italia avrebbe interrotto da tempo nuovi invii.

«E c’è molta ipocrisia: da un anno non stiamo mandando neanche più le armi, neanche l’Italia. Ora vede che hanno difficoltà a fare un nuovo decreto?».

Il leader pentastellato ha ribadito che la fine della guerra costituisce una priorità per il Movimento 5 Stelle e ha respinto l’argomento secondo il quale, per arrivare a un negoziato, sarebbe necessario rafforzare militarmente Kiev.

«È stato fatto fin qui ed è stata una strada fallimentare», ha dichiarato, aggiungendo che occorre difendere gli interessi della popolazione ucraina ma anche riconoscere, a suo giudizio, gli errori compiuti nei rapporti con Mosca.

«Dobbiamo contemperare gli interessi in gioco, difendere l’interesse della popolazione ucraina ma anche dire che è stata una follia non rassicurare la Russia che in prospettiva l’Ucraina sarebbe stata fuori dalla Nato».

Conte vorrebbe che l’Italia assumesse un ruolo di primo piano nella promozione di un negoziato europeo, lasciando agli altri governi la scelta di proseguire con le forniture militari.

Filippo Sensi attacca: «Il duo gialloverde dà la versione preferita dal Cremlino»

La coincidenza delle dichiarazioni non è sfuggita al senatore del Partito democratico Filippo Sensi, che ha criticato apertamente Salvini e Conte con un intervento pubblicato su X.

«Il dinamico duo gialloverde esce sempre in sincrono sull’Ucraina, come ci fosse un input esterno o un patto di consultazione. Per dare, ovviamente, la stessa versione dei fatti, quella preferita dal Cremlino».

L’accusa politica di Sensi mette in evidenza la somiglianza tra le posizioni dei due leader, pur senza fornire elementi che dimostrino un coordinamento effettivo tra Lega e Movimento 5 Stelle.

La convergenza resta comunque significativa per gli equilibri delle rispettive coalizioni. Salvini sostiene un governo che ha mantenuto il proprio appoggio all’Ucraina, mentre Conte tratta con un Partito democratico che considera il sostegno a Kiev parte integrante della propria linea internazionale.

La distanza tra le posizioni non riguarda soltanto le forniture militari, ma anche il giudizio sulla responsabilità della Russia e sulle condizioni necessarie per arrivare a una soluzione diplomatica.

Conte mette alle strette Schlein: «Su Renzi non ci sono veti personali, ma servono garanzie»

Se sull’Ucraina Conte si avvicina alle posizioni espresse da Salvini, sul fronte interno il suo interlocutore principale rimane Elly Schlein. Il leader del Movimento 5 Stelle continua a discutere con il Pd la costruzione di un’alleanza progressista, ma non intende concedere un via libera incondizionato all’ingresso di Matteo Renzi.

«La politica del veto, dicendo che un politico è inaffidabile, a me non piace perché diventa un fatto personale, una rivalità che ci fa scadere tutti», ha spiegato.

Subito dopo, però, Conte ha chiarito che la disponibilità al dialogo non equivale all’accettazione automatica di qualsiasi alleato.

«Schlein e una parte del Pd si è detto testardamente unitario, e quel testardamente unitario voleva dire Renzi deve starci, per ragioni per me non completamente comprensibili. Questo per me tra l’altro ha un costo politico, perché rischia di depotenziare in termini elettorali».

Il presidente del Movimento 5 Stelle sostiene di condividere l’obiettivo di costruire un’alternativa al governo Meloni, ma pretende un progetto che garantisca coerenza politica anche dopo un’eventuale vittoria elettorale.

La richiesta riguarda direttamente la segretaria democratica e l’ipotesi delle primarie per scegliere il futuro candidato alla presidenza del Consiglio.

«Cara Schlein nel caso dovessi vincere tu le primarie dobbiamo dirlo prima, altrimenti il Movimento non ci sta», ha avvertito Conte, chiedendo di definire anticipatamente le condizioni dell’accordo.

La condizione su Renzi: una legge sul conflitto di interessi

Il principale ostacolo indicato da Conte riguarda le attività professionali internazionali di Matteo Renzi e la possibilità che il leader di Italia Viva assuma incarichi di governo.

«Il problema di Renzi è che fa affari in giro per il mondo, vuole fare il leader di un partito politico ed entrare nel governo, semmai con un potere di condizionamento».

Da questa critica deriva la richiesta di inserire nel programma del centrosinistra una legge rigorosa sul conflitto di interessi.

«Se non si metterà al centro del progetto progressista una legge sul conflitto di interessi seria noi non ci saremo. E questo non vale solo per Renzi, ma per chiunque».

Conte prova quindi a presentare la propria posizione non come un’esclusione personale dell’ex presidente del Consiglio, ma come una condizione politica generale per partecipare alla coalizione.

La distinzione non elimina però le difficoltà per Schlein, che continua a sostenere la necessità di riunire le diverse componenti dell’opposizione per competere con il centrodestra.

Il programma in venti punti del Movimento 5 Stelle: torna il reddito di cittadinanza

Conte ha annunciato che il Movimento 5 Stelle porterà ai tavoli programmatici del centrosinistra un documento articolato in venti punti, che considera la base di un progetto di cambiamento della società.

«Noi ci presenteremo a questi tavoli per il programma con 20 punti che riassumono forse il progetto progressista più avanzato – chiamatelo di sinistra, io lo chiamo progressista – di cambiamento della società».

Tra le proposte figura anche il ritorno del reddito di cittadinanza, una delle misure simbolo del Movimento 5 Stelle durante l’esperienza di governo.

Alla domanda sulla sua presenza nel programma, Conte ha risposto: «Certo che sì», precisando che la misura avrebbe avuto bisogno di ulteriori interventi per migliorarne l’applicazione.

Il leader pentastellato ha inoltre rivendicato le iniziative del Movimento contro la povertà, la corruzione e il precariato, indicando nella redistribuzione della ricchezza una delle priorità dell’alleanza progressista.

«La ricchezza non va demonizzata ma redistribuita», ha affermato, criticando un modello economico nel quale i grandi operatori finanziari possono accumulare profitti senza garantire benefici proporzionati alla collettività.

Extraprofitti, Big Tech e sanità: Conte prende le distanze dalla patrimoniale

Un altro punto di confronto con gli alleati riguarda la politica fiscale. Alla proposta di una patrimoniale avanzata da Alleanza Verdi e Sinistra, Conte preferisce un intervento strutturale sugli extraprofitti e sui grandi gruppi tecnologici.

«Io non voglio fare una tassa una tantum, io voglio offrire una prospettiva molto più coraggiosa», ha spiegato, proponendo misure contro la speculazione finanziaria e una tassazione delle Big Tech.

Il principio che intende introdurre è quello del dividendo sociale, attraverso il quale le imprese che realizzano profitti particolarmente elevati dovrebbero contribuire maggiormente alle esigenze della collettività.

«Se ti arricchisci sulle spalle dei cittadini lasci un dividendo sociale. Con una tassa straordinaria non risolviamo i problemi. Ci confronteremo».

Conte ha affrontato anche il tema della sanità, sostenendo che un aumento delle risorse economiche non basterebbe senza una revisione dell’organizzazione del sistema.

«Fuori la politica dalla sanità», ha dichiarato, chiedendo una riforma che intervenga sulla gestione e sulle interferenze partitiche.

Il confronto programmatico con il Pd e gli altri alleati dovrà quindi affrontare questioni molto diverse, dalla distribuzione della ricchezza alla sanità, fino al ruolo dell’Italia nel conflitto russo-ucraino.