Donald Trump rischia di uscire dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026 con un Congresso ostile, un Partito repubblicano indebolito e due anni di presidenza molto più complicati. I sondaggi registrano un forte malcontento nei confronti della Casa Bianca e persino il Texas, storica roccaforte conservatrice, mostra segnali di insofferenza verso la leadership repubblicana. Qui non è soltanto il seggio al Senato a preoccupare il partito del presidente: anche il governatore Greg Abbott, che puntava a conquistare senza particolari difficoltà il quarto mandato, deve affrontare una competizione più serrata del previsto contro la democratica Gina Hinojosa.
Il voto riguarda tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti, 35 dei 100 seggi del Senato e i governatori di 36 Stati, oltre a numerose assemblee legislative locali e referendum. Ma la posta in gioco supera il rinnovo delle istituzioni: gli elettori dovranno decidere se lasciare ai repubblicani il controllo del Congresso oppure consegnare ai democratici gli strumenti parlamentari per contrastare le politiche di Trump.
Per il presidente, che non potrà ricandidarsi nel 2028 secondo il limite costituzionale dei due mandati, una sconfitta rappresenterebbe anche un problema di leadership. Il risultato influenzerà infatti gli equilibri interni del Partito repubblicano e la competizione tra gli aspiranti alla successione.
Il Texas non è più una passeggiata: Gina Hinojosa insidia Greg Abbott
La sorpresa più significativa arriva dal Texas, uno Stato che da decenni costituisce uno dei principali pilastri elettorali del Partito repubblicano. Il governatore Greg Abbott si preparava a una campagna relativamente tranquilla, convinto di poter conquistare un quarto mandato e consolidare il proprio ruolo di riferimento nazionale per i conservatori.
La democratica Gina Hinojosa ha però ridotto sensibilmente il distacco nei sondaggi, trasformando una competizione che sembrava già decisa in una sfida più impegnativa.
Se conquistasse la carica, Hinojosa diventerebbe la prima donna latina e la prima messicano-americana a governare il Texas, segnando un passaggio storico nella politica dello Stato.
A complicare la campagna di Abbott contribuiscono soprattutto il malcontento per la guerra contro l’Iran, l’aumento del prezzo della benzina e le proteste contro l’espansione dei grandi data center, che molti cittadini accusano di consumare quantità eccessive di energia e di contribuire all’aumento delle bollette.
Hinojosa cerca di trasformare queste preoccupazioni in un giudizio politico sulla leadership repubblicana, collegando le difficoltà economiche delle famiglie alle decisioni dell’amministrazione Trump.
Abbott conserva comunque un vantaggio importante sul piano finanziario: dispone di maggiori risorse per acquistare spazi pubblicitari e sostenere la mobilitazione degli elettori nell’ultima fase della campagna.
James Talarico contro Ken Paxton: il seggio al Senato che può cambiare gli equilibri
Il Texas ospita anche una delle competizioni più interessanti per il Senato. Il democratico James Talarico, ex insegnante e studente di teologia presbiteriana, sfida il procuratore generale repubblicano Ken Paxton, alleato di Trump e protagonista di numerose controversie etiche e giudiziarie.
I democratici non conquistano un seggio senatoriale texano dal 1988, ma la candidatura di Talarico ha alimentato nuove aspettative nel partito. Il candidato utilizza anche riferimenti religiosi per presentare proposte economiche progressiste e cercare consensi tra elettori che tradizionalmente guardano alla destra.
La sua strategia punta a superare le divisioni ideologiche più rigide, concentrandosi su salari, costo della vita e difficoltà delle famiglie. Una formula che potrebbe offrire indicazioni importanti anche sul futuro del Partito democratico.
Il risultato texano assume particolare rilievo perché i repubblicani partono da una maggioranza di 53 seggi contro i 47 del fronte democratico, che comprende anche gli indipendenti alleati. Per conquistare il controllo del Senato, i democratici devono ottenere almeno quattro seggi attualmente repubblicani senza perdere quelli che già controllano.
In caso di parità a 50, infatti, il vicepresidente J.D. Vance potrebbe esprimere il voto decisivo, garantendo ai repubblicani il controllo della Camera alta.
I sondaggi bocciano Trump: il 59% disapprova il suo operato
Le rilevazioni dell’ultima settimana di ottobre fotografano le difficoltà del presidente americano.
Secondo un sondaggio del Marist Institute for Public Opinion, pubblicato il 27 ottobre, il 59% degli elettori intenzionati a votare disapprova l’operato di Trump, mentre il 40% esprime un giudizio favorevole.
Un’altra rilevazione, condotta tra il 22 e il 26 ottobre, colloca il gradimento del presidente al 32%. Si tratta di misurazioni differenti, con campioni e metodologie che non consentono di confrontare direttamente le percentuali, ma entrambe indicano una forte insoddisfazione.
Particolarmente significativo è il dato sulle motivazioni del voto: il 44% degli intervistati dal Marist dichiara di voler partecipare alle elezioni soprattutto per manifestare la propria opposizione a Trump, contro il 21% che intende votare principalmente per sostenerlo.
Il problema per i repubblicani consiste anche nella capacità di riportare alle urne gli elettori che avevano contribuito alla vittoria presidenziale del 2024. Nelle elezioni di metà mandato la partecipazione tende a diminuire e il nome di Trump non compare direttamente sulle schede.
Una parte dei cittadini che avevano sostenuto il presidente potrebbe quindi scegliere di non votare, penalizzando i candidati repubblicani anche senza trasferire il proprio consenso ai democratici.
Guerra in Iran, benzina e dazi: il costo della vita diventa un problema per la Casa Bianca
La campagna elettorale ruota soprattutto intorno alle difficoltà economiche delle famiglie americane. Trump aveva promesso di ridurre il costo della vita, ma l’aumento dei prezzi continua a rappresentare una delle principali preoccupazioni degli elettori.
I democratici attribuiscono parte delle responsabilità alla politica dei dazi e alla guerra contro l’Iran, che ha contribuito all’impennata dei prezzi dei carburanti.
Il conflitto mediorientale ha inoltre alimentato tensioni all’interno dello stesso movimento Maga, dove una parte degli elettori contesta il coinvolgimento degli Stati Uniti in nuove operazioni militari dopo le promesse elettorali di porre fine alle guerre interminabili.
Anche l’espansione dei data center destinati all’intelligenza artificiale è entrata nella discussione politica. Le nuove infrastrutture richiedono grandi quantità di energia e acqua, suscitando proteste nelle comunità che temono un aumento delle bollette e un maggiore consumo delle risorse locali.
In Ohio, il democratico Sherrod Brown propone che siano le imprese tecnologiche a sostenere i costi aggiuntivi delle infrastrutture energetiche necessarie ai nuovi impianti, evitando di trasferirli sulle famiglie.
Immigrazione, sanità e caso Epstein: gli altri fronti della campagna
Trump continua a puntare sull’immigrazione, presentando le espulsioni degli stranieri irregolari come una promessa elettorale mantenuta. I democratici contestano invece le modalità operative dell’Ice, l’agenzia federale incaricata dei controlli sull’immigrazione, denunciando abusi durante arresti e deportazioni.
La sanità costituisce un altro terreno di scontro. L’opposizione attacca i tagli a Medicaid, il programma di assistenza sanitaria destinato alle persone a basso reddito, e l’eliminazione dei sussidi per l’acquisto delle assicurazioni nell’ambito dell’Obamacare.
Le critiche riguardano anche le restrizioni allo Snap, il programma federale che sostiene le spese alimentari delle famiglie economicamente più fragili.
Nel secondo collegio dell’Iowa, la democratica Lindsay James, ministra presbiteriana, affronta il repubblicano Joe Mitchell proponendo il ripristino dei finanziamenti sanitari e il contrasto ai tagli a Medicaid. La questione assume particolare importanza in un territorio dove alcune strutture sanitarie hanno già chiuso o ridotto i servizi.
Sul piano politico, i democratici utilizzano anche il caso Jeffrey Epstein per accusare l’amministrazione di proteggere esponenti delle élite e chiedere la pubblicazione dei documenti ancora riservati.
Dal Maine all’Alaska: le sfide decisive per il Senato
Oltre al Texas, numerosi Stati ospitano competizioni che potrebbero modificare gli equilibri della Camera alta.
Nel Maine, la senatrice repubblicana Susan Collins affronta il democratico Troy Jackson, ex taglialegna vicino al movimento sindacale, che sostiene l’introduzione di una sanità pubblica universale e un aumento delle tasse sui miliardari.
In Ohio, Sherrod Brown tenta di tornare al Senato dopo la sconfitta del 2024, sfidando Jon Husted, che ha assunto il seggio precedentemente occupato da J.D. Vance.
Nel Michigan, il democratico Abdul El-Sayed, figlio di immigrati egiziani ed ex responsabile dei servizi di sanità pubblica di Detroit e della contea di Wayne, affronta il repubblicano Mike Rogers per il seggio lasciato da Gary Peters.
Altre competizioni importanti riguardano North Carolina, Iowa e Alaska, dove i democratici cercano di conquistare seggi attualmente controllati dai repubblicani.
La diversa distribuzione geografica del voto spiega perché Camera e Senato potrebbero produrre maggioranze differenti. Alla Camera i 435 deputati rappresentano collegi distribuiti in proporzione alla popolazione, mentre al Senato ogni Stato elegge due rappresentanti indipendentemente dal numero dei residenti.
Per conquistare la maggioranza alla Camera servono 218 seggi. Al Senato, invece, i democratici devono superare un ostacolo numerico più impegnativo, conquistando una serie di Stati nei quali i repubblicani conservano un radicamento elettorale significativo.
Giovani e latinos: il rischio astensione per i repubblicani
Una delle grandi incognite riguarda la partecipazione degli elettori che avevano contribuito alla vittoria di Trump nel 2024, in particolare giovani uomini e cittadini di origine latinoamericana.
Le rilevazioni più recenti indicano un indebolimento del consenso repubblicano in alcune di queste fasce, ma il fenomeno non implica necessariamente un passaggio automatico al Partito democratico.
Una parte degli elettori delusi potrebbe semplicemente rinunciare a partecipare, con conseguenze importanti soprattutto nei collegi dove il risultato dipende da poche migliaia di voti.
Anche tra gli ispanici le preferenze cambiano sensibilmente in base al Paese d’origine, allo Stato di residenza e alle condizioni economiche. Allo stesso modo, tra i giovani emergono differenze rilevanti tra uomini e donne, rendendo poco attendibile l’idea di un comportamento elettorale uniforme.
Per i repubblicani la difficoltà consiste nel mobilitare un elettorato che nel 2024 aveva votato soprattutto per Trump, mentre i democratici cercano di trasformare il malcontento verso l’amministrazione in partecipazione elettorale.
Ocasio-Cortez e la battaglia tra moderati e progressisti
Le elezioni rappresentano anche un banco di prova per le diverse correnti del Partito democratico. I moderati cercano di conquistare gli indipendenti e i repubblicani delusi, mentre l’ala progressista insiste su sanità pubblica, aumenti salariali e limiti al potere delle grandi imprese.
In Michigan, Abdul El-Sayed ha sconfitto alle primarie Haley Stevens, deputata moderata che godeva del sostegno dei vertici del partito. Il risultato ha mostrato la capacità della sinistra democratica di imporsi anche nelle competizioni interne più difficili.
Alexandria Ocasio-Cortez, tra le figure più conosciute dell’ala progressista, sostiene diversi candidati, tra cui El-Sayed e Troy Jackson. I loro risultati contribuiranno al dibattito sull’efficacia delle strategie elettorali democratiche, mentre cominciano a circolare ipotesi su una possibile candidatura della deputata alla presidenza nel 2028.
La competizione interna riguarda soprattutto il modo in cui il partito intende recuperare il consenso degli elettori delusi da Trump, senza perdere il sostegno delle componenti più progressiste.
Se i democratici conquistano il Congresso, Trump rischia di diventare un’anatra zoppa
La conseguenza politica più importante di una sconfitta repubblicana riguarderebbe i poteri del presidente nei due anni successivi.
Con una maggioranza democratica anche in una sola Camera, Trump non potrebbe più contare esclusivamente sui voti repubblicani per approvare nuove leggi. Il Congresso potrebbe bloccare provvedimenti, imporre negoziati sulla spesa federale e avviare indagini parlamentari sull’operato dell’amministrazione.
I democratici potrebbero concentrarsi sulle operazioni dell’Ice, sui rapporti tra potere politico e interessi privati e sulle decisioni economiche della Casa Bianca.
Se conquistassero anche il Senato, avrebbero inoltre la possibilità di ostacolare le nomine presidenziali, comprese quelle dei giudici federali.
Trump conserverebbe comunque importanti strumenti di governo, dal potere di veto sulle leggi ai poteri esecutivi previsti dall’ordinamento americano. Una sconfitta alle midterm non cancellerebbe automaticamente i dazi, le deportazioni o le leggi già approvate.
La perdita del controllo del Congresso potrebbe però trasformarlo in quella che la politica americana definisce una lame duck, un’anatra zoppa: un presidente ancora in carica, ma con una capacità legislativa sensibilmente ridotta.
Impeachment e politica estera: cosa potrebbero fare i democratici
Una maggioranza democratica alla Camera potrebbe anche avviare una nuova procedura di impeachment contro Trump, qualora individuasse presupposti per contestargli gravi illeciti.
La Costituzione americana prevede che la Camera approvi la messa in stato d’accusa a maggioranza semplice, mentre il Senato svolge successivamente il processo. Per arrivare alla condanna e alla rimozione del presidente servirebbe però il voto favorevole di due terzi dei senatori presenti, una soglia che richiederebbe anche il sostegno di una parte dei repubblicani.
Un Congresso ostile potrebbe inoltre esercitare un controllo più stringente sulla politica estera, intervenendo sulle spese militari, sugli aiuti all’Ucraina e sulle sanzioni internazionali.
Il rapporto con la Russia rappresenta già un terreno di tensione tra Trump e alcuni parlamentari del suo stesso partito, che hanno sostenuto insieme ai democratici richieste di applicare pienamente le sanzioni contro Mosca.
La Casa Bianca manterrebbe comunque ampie prerogative diplomatiche e militari, ma dovrebbe confrontarsi con un Parlamento più disposto a utilizzare le proprie competenze di controllo e di bilancio.
Quando arriveranno i risultati delle elezioni americane
Gli americani voteranno martedì 3 novembre 2026, mentre i primi risultati cominceranno ad arrivare in Italia nella notte tra il 3 e il 4 novembre, con la chiusura dei seggi nei diversi fusi orari statunitensi.
Per conoscere il risultato definitivo di alcune competizioni potrebbero servire diversi giorni, soprattutto negli Stati dove lo scrutinio delle schede postali richiede tempi più lunghi.
La California, per esempio, deve verificare e conteggiare anche le schede spedite entro il giorno delle elezioni che arrivano nei sette giorni successivi. Se il controllo della Camera dipendesse da pochi collegi californiani, l’assegnazione definitiva della maggioranza potrebbe richiedere un’attesa prolungata.
I risultati definiranno non soltanto la composizione del nuovo Congresso, ma anche i rapporti di forza tra Trump, i repubblicani tradizionali e i possibili protagonisti delle presidenziali del 2028.







