I delitti attribuiti alla mano del cosiddetto mostro di Modena, sui quali la Procura della città emiliana potrebbe riaprire le indagini, rappresentano una delle pagine più buie e dolorose della cronaca nera italiana. Nell’arco di dieci anni, nove giovani donne sono state brutalmente assassinate senza che le indagini riuscissero mai a consegnare un colpevole alla giustizia. La maggior parte delle vittime condivideva la medesima condizione di fragilità: una dipendenza dall’eroina che le costringeva a frequentare la strada per procurarsi il denaro necessario alla dose quotidiana, trasformandole nel bersaglio di un predatore seriale.
Otto le vittime ufficiali, ma potrebbe esserci una nona
La catena di morte ha inizio il 21 agosto 1985. Nei pressi di una fornace abbandonata di Baggiovara viene trovato il cadavere della diciottenne Giovanna Varchetti. Chi l’ha uccisa l’ha prima strangolata e poi le ha assestato il colpo letale alla nuca con un mattone. Due anni prima un’altra prostituta, non tossicodipendente, era stata uccisa a Modena: sul cadavere di Filomena Gnasso il medico legale aveva contato 26 coltellate, ma l’uccisione della donna in quel momento non venne conteggiata nella triste contabilità del mostro.
Gli omicidi a 11 mesi e 11 giorni di distanza
L’ipotesi dell’assassino seriale comincia a farsi strada quando la notte del 12 settembre 1987, nelle cave di San Damaso, viene trovato il corpo della ventiduenne Donatella Guerra, uccisa da due coltellate sferrate alle spalle. Il terzo delitto, l’unico con una cadenza temporale ravvicinata rispetto agli altri che avvengono a distanza di undici mesi e undici giorni l’uno dall’altro, è quello di Marina Balboni, strangolata il 31 ottobre con la sua sciarpa in una frazione di Carpi. La giovane muore forse per aver visto la persona con cui Donatella era salita in macchina la sera della scomparsa.
Tutte le vittime giovani e molto belle
Il 30 maggio 1989 Claudia Santachiara viene trovata nuda in un viottolo di campagna a Campogalliano con il laccio dello strangolamento ancora al collo. L’otto marzo del 1990 tocca alla ventunenne Fabiana Zuccarini, tossicodipendente ma non prostituta. Il killer torna ad agire il 4 febbraio 1992 a San Prospero assassinando la trentatrenne Anna Bruzzese, la più anziana tra le vittime. Il 26 gennaio 1994 tocca ad Anna Maria Palermo, uccisa con 12 coltellate, fino ad arrivare al delitto di Monica Abate. il 2 gennaio 1995. Tutte le vittime erano giovani e molto belle, e tutte avevano avuto un rapporto sessuale con l’assassino prima di morire. Il killer modifica le sue abitudini solo negli ultimi episodi: ad Anna Maria Palermo non porta via la borsetta con i documenti, mentre Monica è l’unica a essere uccisa all’interno di un’abitazione.
Errori d’indagine e reperti mai analizzati
Nel corso degli anni, l’azione degli investigatori è stata caratterizzata da evidenti criticità che hanno compromesso la possibilità di individuare il responsabile. Durante i rilievi sulle scene del crimine e nelle fasi autoptiche sono emersi pesanti limiti procedurali: in nessun caso venne eseguito un tampone vaginale per tracciare il profilo genetico dell’aggressore, nonostante l’accertata presenza di rapporti sessuali precedenti alle aggressioni. Sul luogo del delitto di Donatella Guerra furono individuate le impronte nitide di una calzatura e di uno pneumatico, ma tali repertazioni non sfociarono mai in comparazioni tecniche adeguate.
Gravi lacune nella gestione delle testimonianze
Gravi lacune si registrarono anche nella gestione delle prove documentali e delle testimonianze. I diari personali di Marina Balboni, nei quali la ragazza descriveva un appuntamento decisivo con una persona importante poco prima di essere uccisa, riposarono per anni a casa dei familiari senza essere mai sequestrati. Analogamente, il diario di Monica Abate scomparve senza lasciare traccia. La morte della stessa Abate fu inizialmente scambiata per un’overdose e solo un accurato esame necroscopico permise di rilevare le ecchimosi da strangolamento sul collo, svelando la matrice omicida dell’evento e chiudendo una catena di delitti rimasta tuttora impunita.
I sospetti della mamma dell’ultima vittima
Romana Caselli, madre di Monica Abate, era rimasta vedova del marito Vito da appena quindici giorni, quando vide la figlia ritrovata con una siringa nel braccio. Il caso sarebbe stato archiviato subito come overdose se l’allora direttore della Medicina legale di Modena, il professor De Fazio, non avesse notato dei piccoli segni sul collo riconducibili a uno strangolamento da tergo. La famiglia conosceva i problemi della ragazza ed era a conoscenza del fatto che usasse bucarsi sui piedi per non lasciare segni sulle braccia, elemento che rese da subito non credibile la tesi dell’overdose.
I luoghi dei delitti formano un pentacolo satanista
I sospetti della madre si concentrarono negli anni seguenti su due poliziotti. A seguito di un’indagine interna per cui il Viminale inviò il super-poliziotto Gianni De Gennaro, uno dei due agenti subì il trasferimento al reparto Celere di Milano e l’altro la sospensione dal servizio. Uno dei due agenti era in servizio alla centrale operativa del 113 la notte del delitto, mentre l’altro faceva parte dell’equipaggio intervenuto sul posto. Un cronista di nera della Gazzetta di Modena che seguiva gli omicidi , Pier Luigi Salinari, provò a unire su una cartina i luoghi dei delitti, formando un pentacolo legato all’iconografia satanista che lo portò a individuare in anticipo la zona di Rua Freda, dove si trovava l’appartamento della 31enne, prima che vi venisse uccisa Monica Abate.







