Alice Weidel contro gay, immigrati e famiglie arcobaleno: ma è lesbica, ha una moglie di origine straniera e due figli. Il grande inganno dell’Afd

Alice Weidel e la compagna Sarah Bossard

C’è qualcosa di politicamente straordinario nel trionfo dell’Afd in Sassonia-Anhalt. E non è soltanto quel 43,8% che ha terremotato la Germania. È il fatto che a guidare uno dei partiti più ferocemente identitari d’Europa sia Alice Weidel. La stessa Alice Weidel che è lesbica dichiarata, vive con Sarah Bossard, cittadina svizzera nata in Sri Lanka, e cresce con lei due figli. Ovviamente adottati nonostante la sua sia una coppia gay.

Non è gossip. E non è neppure una questione di orientamento sessuale, che appartiene alla sfera privata e sarebbe del tutto irrilevante se Weidel guidasse un partito che considerasse ogni famiglia ugualmente degna di riconoscimento. Diventa invece un fatto politico quando il partito che presiede indica come proprio modello la famiglia formata da padre, madre e figli e combatte da anni contro l’estensione dei diritti alle famiglie omosessuali. A quel punto la domanda diventa inevitabile: le regole valgono per tutti oppure Alice Weidel rappresenta l’eccezione?

La famiglia tradizionale per gli altri, quella arcobaleno per Weidel

È questo il cortocircuito più difficile da spiegare. L’Afd ha fatto della famiglia tradizionale uno dei pilastri della propria battaglia culturale. Weidel, invece, vive esattamente all’interno di quel modello familiare che la destra radicale considera estraneo al proprio ideale sociale.

Non c’è nulla di contraddittorio nell’essere omosessuali e conservatori. La contraddizione nasce quando si gode personalmente della libertà di costruire una famiglia e contemporaneamente si guida una forza politica che vorrebbe attribuire a quella famiglia una dignità diversa rispetto a quella composta da un uomo e una donna. È una differenza enorme.

Perché Weidel può tornare a casa dalla propria compagna e dai propri figli. Può vivere apertamente la propria relazione. Può costruire la propria carriera politica senza nascondere chi ama. E contemporaneamente raccogliere voti difendendo un modello familiare che esclude proprio la sua.

La compagna nata in Sri Lanka e la paura degli stranieri

Poi c’è l’immigrazione. Sarah Bossard è svizzera ed è nata in Sri Lanka. Essere nata all’estero, naturalmente, non significa essere un’immigrata irregolare e sarebbe scorretto confondere le due cose. Ma la biografia familiare di Weidel rimane sorprendentemente lontana dall’immaginario identitario che l’Afd propone ai suoi elettori.

In Sassonia-Anhalt il 91% degli elettori Afd intervistati dichiara di essere preoccupato perché ritiene che in Germania vivano troppi stranieri. Eppure soltanto il 9% circa degli abitanti del Land è straniero. La paura è quindi molto più grande del fenomeno che dovrebbe provocarla.

Ed è su quella paura che l’Afd costruisce una parte enorme del proprio consenso. Immigrazione, perdita dell’identità, sicurezza, trasformazione della società. Parole ripetute fino a diventare una rappresentazione del Paese. Weidel, nel frattempo, conduce una vita che attraversa frontiere, culture e nazionalità. Per lei, evidentemente, non è un problema. Ma per gli altri, sì. Lei si tiene stretta le sue conquiste preparandosi a rovinare la vita a migliaia di altre persone che non rientrano nella sua idea di perfezione ariana.

Goldman Sachs, Cina e la paladina contro le élite

C’è un altro particolare che rende il personaggio ancora più interessante. Alice Weidel non arriva dalla Germania profonda che oggi consegna all’Afd percentuali superiori al 40%. È un’economista con una carriera internazionale. Ha lavorato anche per Goldman Sachs, ha trascorso anni in Cina, parla mandarino e ha lavorato nel mondo della consulenza e della finanza.

Una biografia da élite globalizzata quasi da manuale. Poi sale sul palco e rappresenta politicamente una parte della Germania che proprio contro quelle élite, contro la globalizzazione e contro l’establishment concentra una parte crescente della propria rabbia. E funziona.

Ma gli elettori dell’Afd non vedono il paradosso?

È forse questa la domanda più interessante dopo il voto della Sassonia-Anhalt. Tra gli operai l’Afd ha raggiunto il 59%. Tra le persone in difficoltà economica arriva al 65%. Tra gli elettori con un basso livello d’istruzione raggiunge il 57%, contro il 30% tra quelli con un titolo di studio superiore. Sono numeri che raccontano un partito capace di intercettare rabbia, insicurezza e paura del declassamento.

Ma raccontano anche qualcosa di più inquietante: una parte enorme dell’elettorato sembra disposta a ignorare la distanza tra ciò che i propri leader predicano e ciò che vivono. La domanda, allora, non è se gli elettori sappiano che Alice Weidel è lesbica. Lo sanno. Non è un segreto.

La domanda è perché non considerino una contraddizione votare una leader che vive con una donna mentre il suo partito indica come modello padre, madre e figli; che ha costruito una famiglia con una persona nata in Sri Lanka mentre mobilita il consenso sulla paura degli stranieri; che ha attraversato Goldman Sachs e la Cina mentre parla alla rabbia contro le élite globalizzate.

Il privilegio di essere l’eccezione

Forse la risposta è proprio qui.

Il populismo identitario non ha necessariamente bisogno che i propri leader rispettino personalmente tutte le regole che propongono agli altri. Ha bisogno che quelle regole funzionino politicamente.

Weidel può essere lesbica perché Alice Weidel è Alice Weidel. Può avere una compagna nata in Sri Lanka perché quella donna, nella narrazione politica, può essere separata dalla categoria indistinta dello «straniero» utilizzata nelle campagne elettorali. Può appartenere alle élite economiche perché si presenta come colei che quelle élite ha conosciuto e adesso combatte. È un meccanismo antico: trasformare la propria eccezione in privilegio e la condizione degli altri in problema politico.

Ed è probabilmente questa la contraddizione più feroce dell’Afd di Alice Weidel. Non quella di una donna lesbica che guida un partito conservatore. Quella di una dirigente che può vivere liberamente una Germania aperta, internazionale e plurale mentre raccoglie milioni di voti promettendo ai suoi elettori di combatterne proprio alcuni dei risultati.