Neppure Vladimir Putin, alla fine, sembra fidarsi più del suo vecchio amico Donald Trump. E se non si fida lui, che per mesi aveva guardato alla Casa Bianca come a una possibile scorciatoia per ottenere una “pace russa” in Ucraina, vuol dire che qualcosa si è rotto davvero. L’incontro tra i ministri degli Esteri di Stati Uniti e Russia, Marco Rubio e Sergei Lavrov, non ha prodotto aperture, accelerazioni, svolte o fotografie da incorniciare. Ha prodotto gelo. Un gelo diplomatico, quindi ancora più rumoroso.
A raccontarlo è Marco Imarisio sul Corriere della Sera, ricostruendo il clima che si respira a Mosca dopo l’ennesimo faccia a faccia tra americani e russi. Il Cremlino, attraverso il portavoce Dmitry Peskov, ha scelto parole di insolita prudenza: “I colloqui sono stati positivi, ma non ci sembra che ci sia spazio per un eccessivo ottimismo e per una accelerazione del processo di pace. Continueremo a parlare con gli Stati Uniti attraverso i canali di lavoro già esistenti”. Tradotto dal cremlinese: non ci crediamo più tanto, ma continuiamo a sederci al tavolo perché anche il teatro, in diplomazia, ha la sua utilità.
Il gelo tra Rubio e Lavrov
Il punto politico è tutto nello scontro sul famoso “spirito di Anchorage”. Lavrov continua a richiamarsi a quelle linee guida come se esistesse un’intesa già pronta, una cornice entro cui muoversi. Rubio, invece, risponde che ad Anchorage non fu raggiunto alcun accordo. E così il dialogo diventa una conversazione tra due persone che guardano due film diversi e pretendono di commentare la stessa scena.
Per Mosca, Anchorage significava una cosa molto precisa: pressioni americane sull’Ucraina per convincere Kiev a cedere quella parte di Donbass ancora sotto il suo controllo. Una “pace russa”, appunto, non una pace qualunque. Putin, per un breve momento, ha creduto di poterla portare a casa grazie al ritorno di Trump, immaginando una Casa Bianca più accomodante, più insofferente verso Zelensky, più interessata a chiudere il dossier che a difendere il principio dell’integrità territoriale ucraina.
Ma quella stagione di illusioni sembra già consumata. Washington non appare più disposta, o forse non appare più capace, di consegnare a Mosca il risultato che il Cremlino pretendeva. E allora Lavrov ripete Anchorage, Rubio nega Anchorage, Peskov raffredda gli entusiasmi e Putin torna a fare quello che sa fare meglio: preparare la guerra successiva mentre finge di discutere della pace presente.
La Russia non vuole compromessi sull’Ucraina
Il problema, infatti, non riguarda soltanto Trump. Riguarda soprattutto Putin. Perché il leader russo non sembra avere alcuna intenzione di trattare un compromesso vero sull’Ucraina. Le concessioni retoriche del tycoon, le ambiguità americane, le aperture più o meno esplicite alla narrativa russa non bastano più. Mosca non cerca una mediazione. Cerca una resa mascherata da negoziato.
Non è un dettaglio che, subito dopo l’incontro tra Rubio e Lavrov, Putin abbia convocato una riunione del Consiglio di sicurezza dedicata all’approvvigionamento di materie prime per aumentare la produzione di armi avanzate. Mentre i diplomatici parlano di canali, bozze, formule e “nuovi approcci”, il Cremlino discute di equipaggiamenti militari, assemblaggio in serie e modernizzazione degli arsenali. Altro che colomba della pace. Qui siamo alla catena di montaggio della guerra permanente.
“Dobbiamo continuare a essere autonomi per l’assemblaggio in serie di equipaggiamenti militari, oltre alla modernizzazione di quelli esistenti”, ha detto Putin. La frase sembra tecnica, quasi burocratica. In realtà contiene tutta la strategia russa: resistere, produrre, logorare, aspettare. L’Ucraina deve stancarsi. L’Europa deve dividersi. Gli Stati Uniti devono distrarsi. E la Russia deve restare in piedi abbastanza a lungo da trasformare la guerra in una condizione normale.
Trump non basta più a Mosca
Il paradosso è che Trump, da possibile salvatore della partita russa, oggi viene trattato con una sfiducia crescente anche dagli ambienti più duri di Mosca. Nell’ultimo anno, scrive il Corriere, la demolizione dell’immagine del presidente americano è stata sistematica, dentro un antiamericanismo dalle radici profonde e sovietiche. La Casa Bianca non viene più vista come il luogo miracoloso da cui può arrivare la soluzione favorevole al Cremlino.
La conferma arriva anche dalla propaganda e dai commentatori russi. Il filosofo ultranazionalista Aleksandr Dugin, sempre utile per misurare la temperatura della febbre ideologica moscovita, sostiene che “Trump sta definitivamente mostrando la sua sostanza satanica”. Quando pure gli ultrà dell’impero cominciano a dipingere Trump come un emissario del male, significa che la luna di miele geopolitica ha preso una brutta piega.
Il portale economico Bfm.ru ha ridotto il confronto tra Rubio e Lavrov a una semplice “sincronizzazione degli orologi”. Un modo elegante per dire che nessuno ha deciso nulla e che tutti aspettano di capire quanto tempo resta prima del prossimo giro. “A Washington aspettano di vedere come si evolve la situazione: nulla spinge gli americani a intervenire in alcun modo”, è la lettura che circola a Mosca.
Mosca accusa Washington di non controllare Kiev
C’è poi un’altra convinzione russa, ancora più significativa: l’idea che Washington non abbia più davvero in mano Kiev. Commentando la richiesta di Rubio di nuove idee per risolvere il conflitto, il politologo Aleksandr Asafov, volto noto della televisione russa, ha sostenuto che il segretario di Stato americano starebbe ammettendo implicitamente una cosa: gli Stati Uniti non controllano il comportamento del governo ucraino.
Secondo Asafov, il controllo apparterrebbe ai britannici. È una tesi perfetta per il pubblico russo, perché consente di spostare sempre un po’ più in là il vero nemico: non solo Kiev, non solo Washington, ma Londra, la Nato, l’Occidente profondo, la solita congiura che tiene insieme propaganda zarista, paranoia sovietica e talk show del Cremlino. Se gli Stati Uniti non possono imporre a Zelensky la resa, allora bisogna continuare la guerra.
E qui si chiude il cerchio. La Russia dice di voler parlare, ma si prepara a combattere. Dice di essere pronta al negoziato, ma solo se il negoziato coincide con le sue condizioni. Dice di aspettare nuove idee, ma considera ogni idea accettabile solo se porta alla mutilazione territoriale dell’Ucraina. È una pace con il passamontagna: entra nella stanza con il nome della diplomazia, ma pretende il risultato della forza.
Putin e la guerra perenne
Per Putin, ormai, la guerra non è più soltanto uno strumento. È diventata sistema di potere, collante interno, giustificazione economica, disciplina sociale, prova di resistenza e racconto identitario. I falchi russi non vogliono compromessi, la propaganda non può permettersi arretramenti, l’apparato militare-industriale cresce intorno al conflitto e ogni spiraglio diplomatico deve fare i conti con una domanda brutale: che cosa resta del putinismo se la guerra finisce senza una vittoria vendibile?
Ecco perché il gelo tra Rubio e Lavrov pesa più di quanto sembri. Non è soltanto l’ennesimo incontro andato male. È il segnale che anche la pista Trump, quella su cui Mosca aveva investito molte speranze, non produce più la resa rapida dell’Ucraina. Putin pensava forse di avere trovato l’uomo capace di piegare Kiev con una telefonata, una minaccia sugli aiuti, una stretta di mano in Alaska e qualche concessione confezionata come realismo geopolitico. Invece si ritrova ancora lì: con Lavrov che recita Anchorage, Rubio che lo smentisce e Peskov che raffredda tutto.
Come diceva Dmitry Medvedev, la Russia si fida solo di sé stessa. E allora avanti con la guerra a oltranza, con i canali diplomatici lasciati aperti quanto basta per non sembrare chiusi, ma senza alcuna vera fretta di arrivare a una pace che non sia una vittoria russa. Trump può anche continuare a sventolare la promessa dell’accordo impossibile. Putin, però, sembra aver già rimesso il cappotto pesante. A Mosca l’inverno diplomatico è cominciato da un pezzo.







