Garlasco, cinquanta querele dei Cappa, social nel mirino e la Procura di Milano ora indaga sul “circo mediatico”

I protagonisti del giallo di Garlasco

Garlasco, cinquanta querele dei Cappa. A diciotto anni dall’omicidio di Chiara Poggi, il caso Garlasco cambia ancora pelle. E lo fa nel modo più contemporaneo possibile: spostando il centro del conflitto dalle aule dei talk show alle scrivanie dei magistrati, dai sospetti rilanciati online alle querele depositate una dopo l’altra. La famiglia Cappa, stavolta, non parla in televisione e non si affida alle mezze frasi. Risponde con una vera controffensiva legale. Ermanno Cappa, la moglie Maria Rosa Poggi e le figlie Paola e Stefania hanno deciso di colpire quello che considerano il “circo mediatico” costruito negli ultimi mesi attorno al loro nome e alla vicenda giudiziaria.

Sul tavolo della Procura di Milano sono arrivate oltre cinquanta denunce ed esposti. Non una reazione simbolica, non il classico atto per marcare una posizione, ma una raffica vera, studiata per costringere la magistratura a guardare da vicino il sottobosco di accuse, allusioni, ricostruzioni fantasiose e contenuti diffamatori che si sono moltiplicati con la nuova ondata di attenzione sul delitto di Garlasco. Il procuratore Marcello Viola ha affidato il fascicolo a un unico magistrato, il pm Antonio Pansa, che adesso sta lavorando a una selezione e a una verifica capillare del materiale raccolto.

Qui sta il punto vero. Perché non si parla soltanto di qualche articolo sgradito o di un commento sopra le righe. Si parla di giornali, blog, trasmissioni televisive, social network, utenti anonimi, audio depositati, contenuti rilanciati in modo seriale e una massa crescente di materiale che, secondo i legali della famiglia Cappa, avrebbe superato da un pezzo il confine del diritto di cronaca per sconfinare nella diffamazione aggravata e, in alcuni casi, forse perfino nella calunnia.

Garlasco, come si muove la Procura di Milano tra querele, social e profili anonimi

Il lavoro della Procura di Milano non è banale e non è neppure automatico. Gli inquirenti stanno incrociando i profili social, i contenuti pubblicati, gli eventuali riferimenti personali e l’identità reale di chi si nasconde dietro account che fino a ieri sembravano intoccabili. È un lavoro tecnico, paziente, che parte da un dato semplice: non tutto quello che gira online ha lo stesso rilievo penale. Alcuni messaggi potrebbero integrare in modo abbastanza evidente un profilo diffamatorio. Altri potrebbero rientrare, invece, nella critica aspra ma lecita. Ed è proprio questo discrimine che il pm Antonio Pansa sta valutando caso per caso.

La novità, però, è un’altra: la Procura non guarda soltanto ai nomi più esposti. Non ci sono solo i commentatori noti o le facce televisive finite nel tritacarne mediatico del caso Garlasco. Nel mirino ci sono anche comuni utenti dei social, convinti che basti un nickname, una foto generica e un tono da tribunale del web per poter accusare chiunque senza conseguenze. È il solito grande equivoco della rete: scambiare l’anonimato per impunità.

E invece il fascicolo milanese potrebbe presto dimostrare il contrario. Perché la mole degli atti è cresciuta proprio in parallelo all’esplosione di commenti, accuse e teorie rilanciate online, spesso con leggerezza spaventosa, altre volte con evidente intenzione denigratoria. Il terreno è delicatissimo: da una parte c’è il diritto di raccontare, commentare, persino dubitare. Dall’altra c’è la trasformazione di un caso giudiziario in una macchina del fango permanente, in cui il condizionale evapora e il sospetto diventa condanna anticipata.

Garlasco, cinquanta querele dei Cappa

Tra i nomi emersi nelle indiscrezioni figurerebbero Massimo Giletti, Olga Mascolo, l’ex maresciallo Francesco Marchetto e l’avvocato Antonio De Rensis, legale di Alberto Stasi. La famiglia Cappa contesta soprattutto le ricostruzioni che hanno provato a legare le gemelle a moventi alternativi, retroscena opachi e piste collaterali, comprese quelle che ruotano attorno al Santuario della Bozzola e ad altre teorie dietrologiche diventate materiale da trasmissione o da post virale.

Ma il vero salto politico e giudiziario sta in un’altra ipotesi, molto più pesante. Secondo alcune indiscrezioni, i Cappa sospetterebbero addirittura un “depistaggio organizzato”, cioè una strategia coordinata per sabotare i nuovi accertamenti della Procura di Pavia e spostare altrove l’attenzione. È una formula fortissima, che cambia il peso della loro reazione: non più semplice difesa reputazionale, ma attacco frontale a quello che viene percepito come un sistema di insinuazioni organizzate.

Olga Mascolo, contattata a proposito della vicenda, ha risposto con fermezza, sostenendo di non avere alcuna preoccupazione e di non avere mai travalicato i confini del diritto di cronaca. Ha spiegato di avere sempre usato il condizionale, di avere riportato notizie e di avere espresso perplessità che ritiene pienamente legittime. Il suo punto è chiaro: fare il proprio mestiere non equivale a diffamare. E infatti è proprio su questo crinale che si giocherà gran parte della partita: distinguere chi ha raccontato fatti e chi invece ha spinto il piede troppo oltre.

Mascolo aggiunge anche un elemento interessante: a suo dire, i nomi coinvolti dai Cappa sarebbero moltissimi, praticamente tutti coloro che li hanno nominati o che hanno rilanciato la vicenda Muschitta. È una frase che misura bene l’ampiezza della controffensiva. Non un intervento chirurgico, ma un rastrellamento giudiziario del rumore accumulato negli ultimi mesi.

Il ruolo degli audio depositati e il nuovo fronte probatorio

Dentro questo scenario si inserisce un tassello ulteriore, ancora più delicato. Tra il materiale finito al vaglio della Procura di Milano ci sarebbero anche recenti supporti audio depositati al pm Antonio Pansa. Si parla di più registrazioni riferibili a una manciata di persone, alcune già molto esposte nel dibattito sul delitto di Garlasco. Se quei file dovessero risultare autentici e pertinenti, potrebbero rafforzare in modo importante l’impianto accusatorio costruito dai querelanti. Perché consentirebbero di collegare con maggiore precisione le identità reali ai contenuti diffamatori e quindi alle relative responsabilità.

È qui che la vicenda smette di essere solo mediatica e torna a essere molto giudiziaria. Perché un conto è un sospetto che galleggia nell’aria di un talk show. Un altro è un supporto audio che, se validato, incrocia nomi, contenuti, intenzioni e responsabilità. Naturalmente tutto questo andrà verificato. Ma il fatto stesso che il materiale sia stato depositato e venga ora analizzato dimostra che la Procura non considera la questione un semplice sfogo da querela privata.

Il caso Garlasco e il confine sempre più fragile tra cronaca e gogna digitale

La vera posta in gioco, adesso, va oltre la famiglia Cappa e oltre persino il delitto di Garlasco. Perché questa inchiesta milanese potrebbe ridefinire il confine tra libertà di espressione online e responsabilità penale in uno dei casi giudiziari più esposti d’Italia. Non si tratta di invocare censure o di imbavagliare il racconto giornalistico. Si tratta di ricordare una regola elementare che online molti fingono di non conoscere: il fatto che una piattaforma ti permetta di scrivere tutto non significa che tu possa davvero scrivere tutto senza pagarne il prezzo.

E infatti il nodo più serio sta proprio qui. In questi anni il caso Garlasco è diventato una calamita perfetta per ogni forma di degenerazione mediatica: teorie complottiste, sospetti spacciati per verità, vecchie testimonianze riesumate come reliquie, social trasformati in tribunali paralleli. Tutto questo ha prodotto ascolti, clic, dibattito, perfino carriere televisive. Ma ora potrebbe produrre anche un’altra cosa: imputazioni.

Diffamazione aggravata e calunnie

La Procura di Milano sta dicendo, nei fatti, che il perimetro non è più quello del chiacchiericcio. Si entra in un territorio dove diffamazione aggravata e calunnia non sono formule astratte ma ipotesi concrete. E a quel punto il diritto di cronaca, se davvero c’è stato, dovrà dimostrarsi per quello che è: uso del condizionale, verifica delle fonti, rispetto della continenza espressiva. Tutto il resto rischia di somigliare molto meno a giornalismo e molto di più a una spedizione nel fango.

Per questo la controffensiva dei Cappa pesa. Perché arriva in un momento in cui il caso Garlasco è tornato a essere una macchina mediatica potentissima, ma prova a spostare il baricentro del discorso. Non più soltanto “chi ha detto cosa” in tv o sui social, ma “chi risponde penalmente di ciò che ha detto”. Ed è un cambio di musica che molti, probabilmente, non avevano messo in conto.

Le prime iscrizioni nel registro degli indagati potrebbero arrivare già nei prossimi giorni. Se succederà, la sensazione diffusa di impunità che ha accompagnato per mesi il circo digitale attorno al delitto di Garlasco potrebbe finire molto in fretta. E allora qualcuno scoprirà che il processo social è divertente finché lo fai agli altri. Quando invece il nome finisce nel fascicolo di una Procura, il tono cambia parecchio.