Garlasco, il generale Garofano difende la condanna di Stasi: “Non abbiamo incastrato nessun innocente”

Garlasco, parla il generale Garofano e difende la condanna di Stasi

Garlasco, parla il generale Garofano e difende la condanna di Stasi. Il punto non è più solo tecnico. Non è la singola impronta, il dettaglio genetico o la lettura di una traccia a fare la differenza. È la cornice generale, il racconto che si sta costruendo attorno al caso Garlasco. Ed è proprio su questo terreno che il generale Luciano Garofano decide di intervenire con parole nette, senza sfumature.

Perché il messaggio è chiaro e diretto: la condanna di Alberto Stasi non può essere trattata come un errore da correggere a posteriori. “Non abbiamo incastrato nessun innocente”, dice, mettendo subito un confine preciso tra il lavoro svolto allora e le narrazioni che oggi tendono a ribaltarlo.

Garlasco, il generale Garofano difende la condanna di Stasi

Garofano non entra nella logica del dubbio crescente che sta accompagnando le nuove indagini. Non accetta che il caso venga progressivamente riscritto come una storia di errori investigativi o, peggio, di superficialità. Rivendica invece la solidità del lavoro dei Ris e sottolinea come le sentenze che hanno portato alla condanna di Stasi siano state costruite nel contraddittorio tra le parti, non su suggestioni.

È qui che la sua posizione diventa anche politica, oltre che tecnica. Perché, a suo giudizio, si sta assistendo a una progressiva delegittimazione di quelle sentenze, trattate come se fossero già superate o svuotate di significato. Un passaggio che Garofano rifiuta con decisione: le decisioni dei giudici, ricorda, esistono e non possono essere cancellate a colpi di ipotesi o interpretazioni successive.

“Le critiche sono suggestioni o manipolazioni”

Il generale va oltre la difesa d’ufficio. Parla apertamente di una narrazione che, nel tempo, avrebbe enfatizzato presunti errori fino a trasformarli in certezze. Secondo lui, molte delle contestazioni che circolano oggi non sarebbero nuove scoperte, ma ricostruzioni forzate, interpretazioni parziali o vere e proprie manipolazioni della realtà.

Una presa di posizione dura, che nasce anche da una stanchezza dichiarata. Garofano dice di essere “abbastanza stufo” di sentire continuamente mettere sotto accusa il lavoro suo e dell’Arma. E proprio questa stanchezza si traduce in un tono meno diplomatico del solito, più diretto, quasi insofferente verso chi continua a parlare di errori decisivi nelle indagini.

Il nodo centrale: la verità processuale di Stasi

Al centro di tutto resta Alberto Stasi. Perché ogni nuova ipotesi, ogni nuova pista, finisce inevitabilmente per rimettere in discussione la sua posizione. Garofano, però, non accetta questa dinamica. Per lui la verità processuale che ha portato alla condanna non può essere trattata come un’opinione tra le altre.

Anzi, sottolinea come il rischio sia quello di creare una realtà parallela, in cui le sentenze diventano irrilevanti e tutto viene rimesso in discussione senza un reale fondamento probatorio consolidato. È qui che torna la frase più forte: parlare di innocenti incastrati significa, nella sua lettura, alterare profondamente il senso di ciò che è stato accertato.

Una linea dura mentre il caso si riapre

Le parole del generale arrivano in un momento delicato. L’informativa del Nucleo Investigativo di Milano è attesa in Procura a Pavia e potrebbe portare a una richiesta di rinvio a giudizio per Andrea Sempio entro fine maggio. Sullo sfondo restano nuovi elementi, consulenze divergenti e la possibilità di una perizia super partes.

Eppure, proprio mentre il caso si apre a nuove letture, Garofano sceglie la linea opposta: chiudere, almeno sul piano del giudizio storico, ogni spiraglio. Nessuna revisione implicita, nessuna autocritica pubblica, nessuna concessione al dubbio mediatico.

La sua posizione è una diga. Non entra nel merito di ogni singolo dettaglio, ma difende l’impianto complessivo: le indagini, le conclusioni, la condanna. E soprattutto difende un principio: non si può riscrivere una verità processuale solo perché, a distanza di anni, il racconto attorno a quella verità cambia tono.

In un caso che continua a vivere di nuove ipotesi e vecchie certezze, Garofano ha scelto di stare da una parte precisa. Senza esitazioni. E senza possibilità di fraintendimenti.