Il confronto sulla riforma della giustizia degenera in uno scontro istituzionale durissimo. Il governo respinge le accuse di voler sottomettere la magistratura, le toghe parlano di riforma punitiva e mortificante. Da Milano a Roma, da Napoli a Palermo, il dibattito travolge le Aule giudiziarie e apre una frattura profonda in vista del referendum.
A Napoli, nel cuore di un confronto sempre più rovente, Nicola Gratteri prende di mira una parola e la trasforma in un caso politico: “blasfemia”. È il termine usato dal ministro Carlo Nordio per liquidare come irricevibile l’idea che l’esecutivo voglia sottomettere la magistratura. E proprio su quella scelta lessicale, Gratteri innesta la sua critica: un “termine inappropriato”, dice, per un confronto istituzionale di questo livello. La sensazione è che non sia solo una disputa di stile. È un segnale: lo scontro tra politica e toghe non è più sotterraneo, non è più mediato dal cerimoniale, ma si è spostato in campo aperto, con parole pesanti, accuse reciproche e un clima che attraversa i palazzi di giustizia di tutta Italia. Al centro c’è la riforma costituzionale voluta dal governo, ma attorno si addensano questioni più profonde: l’equilibrio tra poteri, l’indipendenza della magistratura, il ruolo della politica e il confine, sempre più sottile, tra dialettica democratica e scontro frontale.
Nordio, intervenendo a Milano, resta fermo sulle sue posizioni. Definire “blasfemo” il sospetto che l’esecutivo voglia sottomettere la magistratura non è una battuta, ma una linea politica precisa. Il ministro respinge l’idea stessa che la riforma nasca da un intento punitivo o di controllo e ribalta l’accusa: mettere in dubbio le intenzioni del governo equivale, nella sua lettura, a delegittimare il Parlamento e il processo democratico.
A rafforzare questa impostazione arriva, da Roma, la voce della sua potentissima capo di gabinetto, Giusy Bartolozzi. Il tono è tutt’altro che conciliante. Bartolozzi invita le toghe a “imparare la continenza”, accusandole di aver oltrepassato il limite del ruolo istituzionale e di aver trasformato il confronto sulla riforma in una campagna politica mascherata. È un passaggio che segna uno spartiacque: il linguaggio della mediazione viene accantonato e al suo posto arriva una contrapposizione esplicita, quasi muscolare.
Lo scontro si allarga e trova un’altra voce pesante nel sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che a Napoli interviene con parole destinate a far discutere. Mantovano critica duramente quello che definisce un dibattito degradato, arrivato al punto di evocare scenari estremi, come l’idea che anche in Italia possano verificarsi innocenti uccisi in strada come a Minneapolis. Per il sottosegretario, questo tipo di argomentazioni fa scadere il confronto a slogan allarmistici e irresponsabili. Poi l’ironia amara: anche se dovesse vincere il sì al referendum, non c’è alcuna certezza che “il 24 marzo dell’Anno Domini 2026 si scateni l’Apocalisse”.
Dall’altra parte, la magistratura risponde senza arretrare. A Milano, il presidente della Corte d’appello Giuseppe Ondei difende la categoria e attacca il presupposto stesso della riforma: l’idea che i giudici non siano oggi sufficientemente terzi e imparziali perché appiattiti sulle richieste del pubblico ministero. Un’affermazione che Ondei definisce “non accettabile” e che, se fosse vera, configurerebbe una vera emergenza per lo Stato di diritto. La procuratrice generale Francesca Nanni parla apertamente di un intervento dal carattere prevalentemente punitivo, aggiungendo che, viste le condizioni in cui la quasi totalità degli uffici di procura è stata costretta a lavorare negli ultimi anni, la categoria non sente di meritare un simile trattamento.
A Roma, il clima non è meno teso. Il presidente della Corte d’appello Giuseppe Meliadò denuncia un contesto in cui interrogativi complessi sulla giustizia vengono ridotti alla formula semplicistica dell’invasione di campo dei giudici ai danni della politica. Una lettura che definisce fuorviante, perché lascia intendere che possa esistere una democrazia effettiva senza una magistratura indipendente. La replica di Bartolozzi è immediata e durissima: se di invasione di campo si parla, sostiene, allora ci si sarebbe aspettati una presa di distanza altrettanto netta dalle dichiarazioni di esponenti dell’Anm contro l’attività del Parlamento. L’invito alla continenza e al rispetto dei ruoli, ribadisce, dovrebbe partire prima di tutto dai magistrati.
Un altro punto di attrito riguarda la cosiddetta “frenesia normativa”. Meliadò la cita come elemento critico, Bartolozzi ribatte sostenendo che il governo ha dato risposte concrete alle esigenze della società. Il procuratore generale Giuseppe Amato esprime un profondo disagio per l’iter della riforma, definita mortificante per la categoria e segnata da un dialogo promesso ma rimasto, a suo dire, lettera morta. E sul sorteggio dei membri del Csm cala una battuta destinata a restare: non si fa nemmeno nel condominio.
A Napoli, il procuratore generale Aldo Policastro osserva che il clima peggiora con l’avvicinarsi del referendum. Ed è qui che Gratteri, tornando sulla parola che ha acceso la miccia, entra direttamente nel merito: contestare la critica usando “blasfemia”, sostiene, è spostare il confronto su un terreno improprio, quasi sacrale, che non appartiene alla dialettica tra poteri dello Stato. È il segno di una frattura che non è solo politica: è semantica, simbolica, culturale. Le parole diventano armi e ogni parola pesa come un atto.
Le polemiche si moltiplicano in tutta Italia, da Torino a Genova, da Palermo all’Aquila, dove due esponenti di Fratelli d’Italia hanno abbandonato l’aula non appena il componente laico del Csm Ernesto Carbone ha preso la parola. Dalle opposizioni interviene il senatore Pd Francesco Boccia, che lega lo scontro interno a un quadro più ampio: “Meloni imita Trump. Votare No per difendere la Costituzione”.
Il risultato è un conflitto che travalica il merito tecnico della riforma e investe il cuore del sistema democratico. Non è più solo una discussione su assetti e competenze, ma una prova di forza tra poteri dello Stato, con il rischio concreto che il referendum diventi un giudizio politico complessivo, più che un voto su singoli articoli. In questo clima, la distanza tra governo e toghe appare oggi più ampia che mai, e il solco tracciato sembra tutt’altro che facile da colmare.







