Morte di Riccardo Magherini, l’Europa condanna l’Italia: “Un errore tenerlo bloccato a terra durante l’arresto”

Roma – Roma, 15 Novembre 2018 Andrea e Guido Magherini (fratello e padre di Riccardo) con l’avvocato Fabio Anselmo (al centro) all’uscita dalla Corte di Cassazione ph. © Luigi Mistrulli

La Corte europea dei diritti umani condanna l’Italia per la morte di Riccardo Magherini, avvenuta a Firenze nella notte del 3 marzo 2014 mentre l’uomo era a terra, immobilizzato dai carabinieri. È una sentenza pesante non solo per l’esito – lo Stato italiano ritenuto responsabile di quella morte e un risarcimento di 140.000 euro per la famiglia – ma per le parole scelte dai giudici di Strasburgo, che vanno a colpire il punto più delicato: l’uso della forza e la gestione dell’immobilizzazione.

Riccardo Magherini morì nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014 a Firenze, dopo essere stato fermato dai carabinieri e immobilizzato a terra in posizione prona, con il peso dei militari sulla schiena. L’uomo, in evidente stato di agitazione, urlava di non riuscire a respirare mentre veniva tenuto schiacciato sull’asfalto per diversi minuti, senza che la tecnica di immobilizzazione venisse modificata. Secondo la ricostruzione della Corte europea dei diritti umani, non esisteva alcuna “assoluta necessità” di mantenerlo in quella posizione, altamente rischiosa per la respirazione, e proprio quella scelta operativa ha contribuito in modo determinante al decesso, avvenuto per arresto cardiaco legato a insufficienza respiratoria.

Nel testo della decisione la Corte afferma che non c’era “l’assoluta necessità” di mantenere Magherini bloccato a terra. La Cedu non entra nel merito della responsabilità individuale dei carabinieri né del procedimento italiano che si è chiuso con l’assoluzione, ma individua una responsabilità dello Stato sul piano della tutela del diritto alla vita. E lo fa mettendo in fila carenze che, per Strasburgo, non possono essere liquidate come dettagli: non si tratta di una singola scelta, ma di un sistema che deve prevenire i rischi più gravi quando una persona viene fermata e immobilizzata.

Un passaggio centrale della sentenza riguarda l’assenza di “istruzioni chiare e adeguate sul posizionamento delle persone in posizione prona al fine di ridurre al minimo i rischi per la salute e la vita”, oltre alla mancanza di formazione delle forze di polizia “per garantire che possedessero il livello di competenza necessario nell’impiego di tecniche di immobilizzazione, come la posizione prona, che potrebbero mettere a rischio la vita”. È una contestazione che non si limita alla cronaca di quella notte: chiama in causa la catena di responsabilità pubblica, dalle procedure ai protocolli, dall’addestramento alle linee guida operative.

C’è poi un secondo fronte, altrettanto sensibile, che la Corte sottolinea con parole nette: il requisito dell’indipendenza delle indagini. I giudici ricordano che “è necessario che le persone incaricate dell’indagine siano indipendenti da quelle coinvolte nei fatti”. E precisano cosa intendono per indipendenza: “Ciò significa non solo l’assenza di legami gerarchici o istituzionali, ma anche un’indipendenza effettiva”. Nel caso Magherini, invece, la Corte rileva che “alcuni degli agenti direttamente coinvolti nei fatti contestati hanno condotto le prime indagini, raccogliendo le testimonianze dei testimoni la notte stessa dei fatti”.

Non è solo una questione formale. Strasburgo osserva che non era indispensabile agire con quella immediatezza e invita a considerare “il rischio reale di influenza o pressione indiretta derivante dal semplice fatto”, ravvisando dunque “carenze in termini di conformità delle indagini al requisito di indipendenza”. In altre parole, la sentenza non si concentra soltanto su cosa accadde, ma anche su come lo Stato ha accertato – o avrebbe dovuto accertare – ciò che accadde. Ed è un rilievo che, in casi come questo, incide direttamente sulla credibilità di qualsiasi ricostruzione: chi indaga deve essere, oltre che imparziale, percepito come indipendente, sin dal primo minuto.

La decisione della Cedu arriva anche come risposta a una battaglia durata anni e che la famiglia Magherini ha condotto pubblicamente. Il padre Guido parla di “grande soddisfazione” e lega la sentenza a un tema identitario e umano, prima ancora che giudiziario: “Siamo contenti ed emozionati, finalmente Brando, il figlio di Riccardo, sa con certezza che suo padre era una persona perbene. È stata una battaglia dura, lunghissima, ma è finita come doveva finire”. Poi la frase che sintetizza lo scontro di questi anni, tra narrazione e dignità: “Hanno fatto passare Riccardo per un drogato, per una persona pericolosa, ma ora è lo Stato italiano che viene condannato perché ha violato il diritto alla vita di Riccardo”.

Nelle sue parole c’è anche un affondo sul percorso giudiziario italiano: “Alla luce di questa sentenza mi chiedo se i giudici che hanno assolto quei carabinieri non dovrebbero dimettersi”. Un giudizio che fotografa il senso di frattura tra ciò che la famiglia ha percepito come verità e ciò che in Italia è stato stabilito nelle aule di giustizia, frattura che Strasburgo non ricompone sul piano penale, ma che riconosce sul piano della responsabilità dello Stato e delle garanzie.

In questo quadro, il risarcimento da 140 mila euro disposto dalla Corte non è solo una cifra: è il segno concreto di una violazione accertata e, insieme, un promemoria istituzionale. La Cedu parla di diritto alla vita, di tecniche di immobilizzazione potenzialmente letali se non gestite con regole e competenze adeguate, e di indagini che devono essere “effettivamente” indipendenti. È un insieme di rilievi che, al di là del caso specifico, mette pressione su procedure, protocolli, formazione e prassi investigative.

La sentenza, infine, viene descritta come un passaggio destinato a fare scuola. “Sono veramente emozionato. È una sentenza storica che condanna l’Italia per come ha processato i responsabili della morte di Riccardo Magherini. Che condanna l’Italia per come sono stati violati i suoi diritti fondamentali, sanciti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo”, si legge nel testo che accompagna la reazione della famiglia. E la partita, almeno sul piano pubblico, non sembra chiudersi qui: perché quando una Corte scrive che non c’era “assoluta necessità” e che le prime indagini non erano realmente indipendenti, la domanda che resta sospesa è sempre la stessa: quante altre volte, in Italia, quei due punti sono stati dati per scontati.