Ranucci sgancia la bomba da Fedez: “L’ordigno sotto casa mia è della camorra”, poi il conto choc di querele, massoneria e segreti indicibili

Roma, trasmissione tv “La Confessione”. Nella foto: Sigfrido Ranucci

Ranucci sgancia la bomba da Fedez. Sigfrido Ranucci non gira intorno alle parole, non addolcisce, non sfuma. E nella nuova puntata di Pulp Podcast, ospite di Fedez e Mr Marra insieme a Tommaso Ricciardelli, decide di toccare uno dei nervi più scoperti della sua vita recente: l’ordigno esploso fuori casa sua. Il racconto è secco, preciso, quasi chirurgico. Ma proprio per questo fa ancora più impressione. Perché qui non si parla di una generica intimidazione, di una lettera anonima o di una minaccia nebulosa. Qui si parla di una bomba piazzata davanti al cancello di casa, esplosa il 16 ottobre alle 10:17, capace di distruggere due auto, la sua e quella della figlia, pochi minuti dopo il suo rientro.

Il dettaglio che colpisce non è solo la violenza del gesto, ma l’ambiguità della scena. Ranucci racconta che l’ordigno era stato posizionato in modo tale da esplodere teoricamente verso l’esterno e non verso l’interno dell’abitazione. Ma lì accanto c’erano due auto a gas e, se fossero esplose, avrebbero potuto buttare giù la palazzina. Una dinamica che rende tutto ancora più inquietante. Errore? Avvertimento? Tentativo fallito? Gli interrogativi restano, ma il giornalista lascia cadere una frase destinata a pesare: da quello che ha capito, le indagini starebbero andando verso ambienti vicini alla camorra, legati alle inchieste svolte da Report.

L’attentato a Ranucci e la pista che porta verso la camorra

È il passaggio più forte dell’intera conversazione, quello che inevitabilmente monopolizza l’attenzione. Perché quando un giornalista d’inchiesta racconta che la Procura di Roma starebbe guardando verso ambienti vicini alla camorra, il punto non è più soltanto la sua vicenda personale. Il punto diventa il prezzo concreto del giornalismo investigativo in Italia.

Ranucci, del resto, inserisce questo attentato dentro un quadro più ampio, che è quello delle pressioni subite negli anni. E i numeri, anche qui, sono di quelli che non permettono di derubricare tutto a semplice conflittualità pubblica. Dice di aver ricevuto 220 querele e denunce. Un elenco sterminato, dentro cui trova spazio anche una battuta amarissima su una vicenda di Varese legata a Giancarlo Giorgetti: “Mi ha querelato la moglie, la sorella della moglie, Fontana e sua figlia, insomma hanno fatto l’all-inclusive”. Una frase che strappa il sorriso, ma solo per un attimo. Perché subito dopo torna il nodo vero: in Italia fare giornalismo d’inchiesta, soprattutto quando tocca poteri economici, mafiosi o istituzionali, significa spesso vivere sotto pressione costante.

Ranucci lo mette in fila con cifre che da sole bastano a raccontare il clima. Trenta giornalisti uccisi dal dopoguerra a oggi per aver raccontato mafie, terrorismo e conflitti. Ventotto magistrati ammazzati mentre cercavano giustizia e verità. Duecentosettanta giornalisti sotto tutela, ventinove sotto scorta. E ancora centinaia di episodi di minacce. È un elenco che non serve a fare vittimismo, ma a ricordare che la libertà di stampa, in questo Paese, continua a essere un territorio pericoloso.

Le 220 denunce, la riforma Cartabia e la guerra ai giornalisti scomodi

Dal racconto dell’attentato il discorso si allarga subito al rapporto malato tra potere, giustizia e informazione. Ranucci parte dal suo libro Il ritorno della casta e torna su un punto che considera centrale: i reati dei colletti bianchi non sarebbero affatto diminuiti perché i colletti bianchi sono diventati più virtuosi, ma perché le indagini sono state rese più difficili da una precisa trasformazione normativa e culturale.

In questo schema, la riforma Cartabia viene definita senza mezzi termini “una delle leggi peggiori della storia d’Italia”. Il ragionamento è netto: se il procedimento supera certi tempi in Appello e Cassazione, l’imputato può uscire dal processo, e non solo. Secondo Ranucci, può perfino proteggersi sul piano reputazionale, scegliendo l’anonimato di fronte all’opinione pubblica. È un punto su cui insiste molto, perché lo collega direttamente alla frustrazione delle vittime e alla progressiva dissoluzione del rapporto tra responsabilità penale e responsabilità pubblica.

Il quadro che ne esce è feroce. Da un lato magistrati e giornalisti scomodi, dall’altro un sistema che, pezzo dopo pezzo, renderebbe più faticoso arrivare alla verità. Per questo il tema delle querele temerarie, delle pressioni giudiziarie e dell’intimidazione legale non viene trattato come una seccatura personale, ma come uno strumento di logoramento. Un modo per stancare, consumare, rendere più costoso e più rischioso il lavoro di chi indaga.

Massoneria, associazioni segrete e il mistero attorno a Carmine Gallo

La parte forse più perturbante della puntata arriva quando il discorso scivola dentro le zone più opache del potere. Ranucci affronta il tema della massoneria e delle associazioni segrete senza indulgere troppo in formule da romanzo nero, ma usando parole abbastanza pesanti da far drizzare le antenne. Dice che la massoneria è “più sgamata”, quasi più riconoscibile, mentre a fare davvero paura sarebbero le associazioni segrete impenetrabili, quelle con diversi livelli di segretezza e con una forza tale da aver infiltrato le istituzioni. Fa anche un riferimento preciso a una matrice del Sud Italia e a una componente trapanese che riconduce alle origini di Licio Gelli.

È uno di quei passaggi in cui si sente chiaramente il marchio di Ranucci: il tentativo di collegare fatti, percezioni, memorie storiche e nuove forme di potere, mostrando come il vecchio e il nuovo non si siano mai davvero separati. Dentro questo stesso schema entra anche il riferimento a Carmine Gallo, l’ex poliziotto al centro dell’inchiesta su Equalize, morto improvvisamente prima della testimonianza sul caso Farfalla. Ranucci si limita a dire una frase pesantissima nella sua apparente sobrietà: “Si è portato via un bel po’ di segreti. A me hanno detto che la sua è una morte naturale”.

Ranucci sgancia la bomba da Fedez

Non serve aggiungere molto altro. Perché il punto non è che Ranucci stia formulando accuse. Il punto è il clima che descrive, fatto di segreti che spariscono con gli uomini, verità che si frantumano prima di arrivare in aula, livelli di potere che restano sempre un passo più in là rispetto a ciò che è formalmente visibile.

In mezzo ci sono poi le mafie contemporanee, che secondo lui non hanno più senso se raccontate al singolare. Non una mafia sola, ma mafie che si consorziano, si uniscono temporaneamente, collaborano finché conviene, esattamente come un’alleanza d’impresa. C’è il caso Hydra, c’è l’anticipazione sulla puntata di Report del 12 aprile, ci sono le foto che per Ranucci non sono mai tutte uguali. E c’è persino una stoccata agli assetti editoriali del Paese, con l’idea che i lettori dovrebbero sapere sempre chi sono gli editori e quali interessi industriali o finanziari si portano dietro.

Alla fine, la puntata di Pulp Podcast non è solo una lunga intervista. È quasi un catalogo delle paure italiane: la camorra, le querele a raffica, la giustizia che si svuota, le istituzioni infiltrate, i segreti sepolti con chi li custodiva, l’informazione sotto pressione. E Ranucci, che piaccia o no, si conferma esattamente questo: un detonatore narrativo. Uno che quando parla non offre un salotto confortevole, ma spalanca una botola. E sotto, ancora una volta, si intravede il solito Paese opaco, feroce e irrisolto.