Nelle ultime ore si è tornati a discutere della sentenza che ha condannato lo Stato a risarcire con 76 mila euro per i fatti legati allo sbarco del 2019. Una sentenza che ha fortemente lacerato il mondo politico. Ne abbiamo parlato con l’avvocato cassazionista Antonino Polimeni
“Siamo davanti all’ennesimo, plateale tentativo della politica di piegare una questione giuridica a fini di propaganda, trasformando un fatto tecnico in uno slogan. Lo dico non perché cerco consensi, cerco solo di dire le cose come stanno. E in questo mi sento quasi chiamato in causa, nel mio ruolo. Che sia Giorgia Meloni o Matteo Salvini, non mi interessa fare politica.”
Restiamo allora sul piano giuridico: che cosa è successo davvero?
Rimanendo nel mio campo, quello del diritto, provo a spiegare con la massima semplicità cosa è accaduto. I fatti sono questi: Giorgia Meloni – ma anche Salvini e parte della stampa di destra – hanno pubblicato messaggi molto duri sulla sentenza che ha condannato lo Stato a risarcire con 76 mila euro per i fatti dello sbarco del 2019 che coinvolse Carola Rackete.
Qual è la narrazione che, a suo giudizio, è stata costruita attorno alla sentenza?
È uno storytelling molto semplice: i giudici ostacolano il governo, la magistratura interferisce con la politica migratoria. Ma qui l’immigrazione non c’entra nulla. Carola Rackete non c’entra nulla e non prenderà un euro.
In che senso?
Questo caso riguarda una cosa molto banale: un fermo amministrativo di un mezzo, in questo caso di una nave. Molto semplice: la prefettura – che non è la magistratura ma il governo, cioè il Ministero dell’Interno – doveva convalidare per legge il fermo entro dieci giorni. Non l’ha fatto. Da quel momento il fermo diventa illegittimo per un vizio procedurale. Vale per una nave, vale per un’auto, vale per un aereo.
E invece cosa è accaduto?
La nave è rimasta bloccata sei mesi, in mezzo a questioni burocratiche, senza che venisse restituita. In quei sei mesi la ONG ha sostenuto costi portuali – quasi 40 mila euro – oltre a spese tecniche e oneri di gestione.
E quindi il risarcimento da dove nasce?
Dal fatto che, essendo il fermo illegittimo, gli avvocati hanno chiesto il rimborso delle somme sostenute e di altre voci. Alcune sono state riconosciute, altre rigettate. È ordinaria amministrazione giudiziaria, null’altro.
Che cosa hanno fatto, in concreto, i giudici?
Una cosa lineare: hanno preso atto che il fermo era illegittimo per mancata convalida nei termini e hanno liquidato le spese documentate. Nessuna valutazione sulle politiche migratorie, che non sono nemmeno state sfiorate.
Allora perché, secondo lei, si è acceso uno scontro politico così forte?
Perché si racconta un’altra storia. Raccontiamo balle, sempre, tutti i giorni. Costruiamo frame narrativi che portano le persone lontano dai fatti. In questo Paese è diventato impossibile fare una discussione seria quando si parte da una versione distorta della realtà. Non si può parlare davvero se ognuno piega i fatti fino a farli combaciare con la propria convenienza.
È questo il nodo più preoccupante?
Sì. Tutto diventa propaganda. Possibile che non ci sia un minimo di onestà intellettuale? Che non si possa discutere almeno su fatti reali? La cosa più pericolosa è che abbiamo iniziato a considerare la propaganda come fisiologica nella politica, come se fosse normale tutto questo. Il rischio vero sta lì.
Riccardo Montanaro







