Svuotare il conto del marito o della moglie può non essere reato: la Corte costituzionale mette sotto accusa una legge vecchia di 96 anni

Svuotare il conto corrente del marito, appropriarsi dei risparmi della moglie o utilizzare una delega bancaria per sottrarre denaro al proprio coniuge può non comportare conseguenze penali. Non si tratta di una provocazione, ma degli effetti di una disposizione del codice penale italiano che risale al 1930. Adesso la Corte costituzionale ha deciso di mettere in discussione questa particolare forma di protezione dei rapporti familiari, sollevando con l’ordinanza numero 162 del 2026 una questione di legittimità costituzionale sull’articolo 649. Una norma nata per difendere l’unità della famiglia, ma che oggi rischia di lasciare senza tutela penale chi subisce gravi abusi economici da parte del coniuge.

Cosa prevede l’articolo 649?

L’articolo 649 del codice penale stabilisce la non punibilità di determinati reati contro il patrimonio commessi ai danni di alcuni familiari, tra cui il coniuge non legalmente separato. Il principio risale al codice Rocco e riflette una concezione della famiglia nella quale la tutela della sua coesione veniva considerata prioritaria rispetto alla repressione penale di alcune condotte patrimoniali.

La disposizione non costituisce tuttavia un’immunità generale. Sono previste eccezioni, tra cui la rapina, l’estorsione e il sequestro di persona a scopo di estorsione, mentre la disciplina cambia in presenza di separazione legale. Rimangono inoltre possibili conseguenze civili, come l’obbligo di restituire le somme indebitamente sottratte.

I dubbi della Consulta

Con l’ordinanza numero 162 del 2026, la Corte costituzionale ha sollevato davanti a sé stessa una questione sulla compatibilità dell’articolo 649 con gli articoli 2, 3 e 29 della Costituzione. Al centro del problema ci sono i diritti inviolabili della persona, il principio di uguaglianza e la tutela costituzionale della famiglia.

Il giurista Carlo Rimini ha riassunto efficacemente la filosofia originaria della norma: «Se un marito mette le mani nelle tasche della moglie (o viceversa), è meglio non guardare, perché i panni sporchi si lavano in famiglia». Una concezione che oggi appare particolarmente problematica quando la sottrazione di denaro diventa uno strumento per privare il partner della propria indipendenza economica.

Svuotare il conto del coniuge, undici anni senza una riforma

Il tema della violenza economica all’interno delle famiglie assume un peso crescente nel dibattito giuridico. Sottrarre risparmi, impedire l’accesso alle risorse finanziarie o utilizzare il denaro come strumento di controllo può compromettere profondamente la libertà personale, anche in assenza di aggressioni fisiche.

La Corte costituzionale aveva già invitato il Parlamento a intervenire nel 2015, ma undici anni dopo la disciplina è rimasta sostanzialmente immutata. Adesso la Consulta dovrà valutare se la protezione dell’unità familiare possa ancora giustificare un trattamento penale differente per comportamenti che, se commessi ai danni di un estraneo, sarebbero punibili.

L’ordinanza non ha cancellato la norma, che rimane in vigore fino a un eventuale intervento legislativo o a una pronuncia di illegittimità costituzionale. La questione riguarda però un principio fondamentale: il matrimonio non dovrebbe trasformarsi in uno strumento capace di ridurre la tutela dei diritti individuali. E il denaro sottratto a un coniuge può rappresentare molto più di una perdita patrimoniale, soprattutto quando diventa il mezzo per limitarne autonomia e libertà.