Parliamo di dieta mediterranea e della nuova “piramide” alimentare americana con Ludovico Abenavoli, professore ordinario di Gastroenterologia all’Università “Magna Græcia” di Catanzaro. Medico e ricercatore di riconosciuto profilo internazionale, è esperto in malattie del fegato, nutrizione clinica e patologie metaboliche. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali, affianca all’attività clinica e di ricerca un intenso impegno nella formazione universitaria e specialistica, con particolare attenzione alla prevenzione e agli stili di vita salutari.
Professore, la nuova “piramide” alimentare americana fa bene alla salute?
Le nuove Dietary Guidelines for Americans 2025-2030, annunciate dal Segretario alla Salute degli Stati Uniti Robert Kennedy Jr., rappresentano un aggiornamento rilevante delle raccomandazioni nutrizionali. Tuttavia, queste indicazioni restano ancorate a una visione prevalentemente riduzionista, centrata sui singoli nutrienti e su obiettivi essenzialmente quantitativi. Dal punto di vista clinico e sulla base di una solida e consolidata letteratura scientifica internazionale, questo approccio rischia di essere efficace sul piano teorico, ma meno sostenibile e scarsamente aderente nella vita reale delle persone, soprattutto nel lungo periodo.
Se le confrontiamo con la dieta mediterranea, cosa emerge?
Il confronto tra il modello alimentare mediterraneo tradizionale e quello oggi proposto negli Stati Uniti mette in luce una differenza di paradigma profonda. Le linee guida americane indicano cosa mangiare e quanto, mentre la dieta mediterranea definisce anche come e in quale contesto. Quest’ultima rappresenta un modello alimentare complesso, frutto di secoli di stratificazione e contaminazioni culturali, validato da decenni di studi epidemiologici e clinici, inclusi quelli pubblicati dal gruppo di ricerca che coordino. Le evidenze dimostrano come l’integrazione tra qualità degli alimenti, stile di vita e dimensione sociale sia determinante nel ridurre il rischio cardiovascolare, le patologie metaboliche e l’infiammazione cronica, con effetti diretti e misurabili anche sulla composizione e sulla funzione del microbiota intestinale.
C’è anche la mancanza di un riferimento a convivialità, cultura del pasto, stagionalità e territorio.
Si tratta di un’assenza tutt’altro che marginale. La dieta mediterranea, riconosciuta dall’UNESCO nel 2010 come patrimonio culturale immateriale dell’Umanità, include elementi che oggi sappiamo avere un impatto biologico rilevante: convivialità, rispetto della stagionalità, filiera corta e tradizione culinaria. Numerosi studi indicano che questi fattori migliorano l’aderenza dietetica, modulano positivamente il comportamento alimentare e influenzano il microbiota intestinale, con ricadute cliniche concrete sull’infiammazione, sul metabolismo e, in ultima analisi, sulla salute complessiva dell’individuo.
Perché la dieta mediterranea è un modello nutrizionale unico?
La dieta mediterranea rappresenta uno dei rarissimi modelli nutrizionali capaci di coniugare evidenza scientifica, sostenibilità ambientale e profondo radicamento culturale. Non è una “dieta” in senso restrittivo, ma uno stile alimentare flessibile, adattabile e facilmente trasferibile nella pratica clinica quotidiana. Le evidenze scientifiche disponibili dimostrano come questo modello sia efficace non solo nella prevenzione, ma anche nella gestione di patologie croniche complesse, favorendo un approccio educativo e di lungo periodo piuttosto che una prescrizione rigida e difficilmente mantenibile.
È chiaro, dunque, che non conta solo cosa mangiamo, ma anche come mangiamo.
I tempi del pasto, la masticazione, la condivisione e la riduzione dello stress legato al cibo incidono profondamente sulla fisiologia digestiva, sull’asse intestino–cervello e sulla risposta infiammatoria sistemica. Come confermato dalle evidenze scientifiche più recenti, trascurare questi aspetti significa perdere una parte sostanziale dell’effetto protettivo dell’alimentazione, in particolare a livello gastrointestinale e metabolico.
Dieta mediterranea che, ricordiamolo, ha origini calabresi.
Si tratta di un dato storico e scientifico incontrovertibile, ma troppo spesso sottovalutato o dimenticato. Gli studi di Ancel Keys e il Seven Countries Study nacquero dall’osservazione delle popolazioni del Sud Italia e della Calabria, in particolare di Nicotera, caratterizzate da elevata longevità e da una bassa incidenza di malattie cardiovascolari. Parliamo dunque di un modello che nasce in territori oggi considerati marginali, ma che hanno fornito una delle più importanti e durature lezioni di medicina preventiva della storia moderna.
Riccardo Montanaro







