La stagione dell’identità, dalla Brexit a Trump: orgoglio e valori contano più dei salari

La stagione dell’identità. Dalla Brexit a Trump, perché orgoglio e valori contano più di salari e welfare, nelle librerie dal 3 febbraio per FrancoAngeli, è un saggio che entra nel cuore della trasformazione politica dell’Occidente. Domenico Petrolo parte da una domanda semplice e decisiva che si pone il politologo britannico Colin Crouch – Perché votiamo ben sapendo che l’impatto di un singolo voto non produce effetti immediati sulla nostra vita quotidiana? – e offre una risposta che sposta l’asse del dibattito: si vota non solo per scegliere un programma, ma per confermare chi siamo e con chi stiamo, per confermare la nostra identità.

Il libro sostiene con chiarezza una tesi forte: oggi il consenso non si costruisce più soltanto su reddito, bonus o promesse di welfare, ma sul bisogno di riconoscimento, di dignità, di appartenenza. Dalla Brexit alla vittoria di Trump, fino all’ascesa dei partiti nazionalisti in Europa, Petrolo analizza dati, ricerche e casi concreti per spiegare perché la “grammatica emotiva” del populismo abbia trovato terreno fertile in società disorientate da globalizzazione, immigrazione, crisi demografica, innovazione tecnologica e cultura woke.

Senza indulgenze verso il populismo ma anche senza conformismi, l’autore attraversa temi delicati – integrazione, Islam radicale, multiculturalismo, conflitto valoriale – confrontando modelli diversi, come quello svedese e quello danese, e dialogando con studiosi e protagonisti del dibattito pubblico, tra cui Romano Prodi, Philipp Blom, Catherine Fieschi, Kwame Anthony Appiah, Guido Tabellini e Nicola Gennaioli. Ne emerge un saggio empirico e coraggioso, che invita a prendere sul serio le paure collettive: perché, scrive Petrolo, “occuparsi delle paure significa prendersi cura delle democrazie”.

Domenico Petrolo, laureato in Comunicazione politica, ha maturato una lunga esperienza nel campo della strategia e della comunicazione elettorale, partecipando a numerose campagne nazionali e locali per il Partito Democratico.

Nel 2024 ha pubblicato con Lorenzo Incantalupo Chi mi ama mi voti. È fondatore e direttore di Cuntura, società attiva nella strategia, comunicazione e relazioni istituzionali. Cresciuto a Pernocari, nel vibonese, vive tra Roma e Firenze.

L’intervista

1. Nel libro lei sostiene che oggi si vota più per il riconoscimento che per il reddito. Quando e perché, a suo avviso, è avvenuto questo spostamento dal materiale al simbolico?

È un processo che affonda le sue radici nella globalizzazione e nell’ingresso della Cina nel WTO. Intere aree industriali degli Stati Uniti e dell’Europa hanno iniziato a soffrire per la delocalizzazione delle fabbriche e per l’afflusso di merci cinesi a basso costo. In quei territori, molte persone hanno perso il lavoro, un lavoro che non garantiva solo reddito, ma anche identità: operaio, capo reparto, pilastro del settore manifatturiero. Parallelamente, hanno assistito al declino delle proprie comunità. Comunità che non riuscivano più a governare e nella quale non si sentivano più padroni del loro destino. A tutto questo, nel tempo, si sono aggiunti altri fattori percepiti come minacce alla propria identità: l’immigrazione, l’islam radicale, la cultura woke, i mutamenti demografici. Lo spostamento del conflitto dal piano materiale a quello simbolico è così poi emerso con particolare evidenza nel 2016, con la Brexit e con l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca.

2. La sua analisi non assolve il populismo, ma ne spiega la forza. Qual è stata, secondo lei, la principale responsabilità della sinistra nel lasciare spazio alla “grammatica emotiva” dei partiti identitari?

La sinistra occidentale ha da tempo rinunciato a interpretare i processi e i fenomeni che attraversano la società. I progressisti hanno progressivamente abbandonato la tradizionale funzione “pedagogica” per assumere un atteggiamento più spesso “giudicante”. Negli ultimi due decenni non sono mancati leader democratici – da Hillary Clinton a François Hollande – che hanno liquidato gli elettori conservatori come “bifolchi”, “ignoranti” o “sdentati”. Così facendo, hanno finito per lasciare ad altri il compito di dare senso al disagio sociale: populisti e nazionalisti che, pur facendo leva su quelle paure, hanno saputo intercettarle e dar voce a inquietudini che, comunque, sono reali

3. Nel capitolo dedicato all’immigrazione mette a confronto il modello svedese e quello danese. Quali insegnamenti dovrebbe trarne oggi l’Europa?

La Svezia, negli ultimi anni, ha adottato una politica dell’immigrazione particolarmente generosa, arrivando ad accogliere circa due milioni di persone, in gran parte di origine non occidentale, pari a quasi il 20% della popolazione. Oggi, nonostante abbia dedicato buona parte del suo welfare all’integrazione, la Svezia si ritrova con le bande etniche criminali, le sparatorie, i bambini assoldati come killer, l’assalto ai commissariati. Questo ci fa capire che l’integrazione non è una cena di gala, ma un processo complesso che richiede, prima di tutto, volontà e reciprocità. Diverso è il caso della Danimarca, dove da circa trent’anni conservatori e socialdemocratici collaborano sulle politiche migratorie e di integrazione. Con provvedimenti che possono apparire severi, ma che mirano a coniugare coesione sociale, integrazione e tenuta della democrazia danese.

4. “Woke for Trump” è un titolo provocatorio. In che modo una cultura nata per includere ha finito, secondo lei, per alimentare reazioni identitarie opposte?

La cultura woke, nata con l’intento di promuovere l’emancipazione, ha finito talvolta per generare dinamiche di censura ed esclusione. Con l’inasprirsi del politicamente corretto, abbiamo visto docenti universitari, giornalisti e artisti costretti a scusarsi o addirittura a dimettersi per una parola sbagliata. Le politiche identitarie statunitensi hanno spinto una parte della sinistra ad accantonare principi universali per concentrarsi sulla tutela di gruppi e identità specifiche — immigrati, comunità LGBTQ+, minoranze etniche e religiose — arrivando in alcuni casi a descrivere l’identità tradizionale come un retaggio del passato. Si pensi alla proposta, avanzata da una parte della sinistra italiana, di sostituire ‘mamma’ e ‘papà’ con ‘genitore 1’ e ‘genitore 2’, oppure all’introduzione della schwa nelle parole al posto del maschile e del femminile. Per molti uomini e donne, queste scelte — così come altre formule “neutre” — non rappresentano un progresso, ma vengono percepite come un indebolimento o un annullamento della propria identità.

5. Lei richiama Fromm e il bisogno di affidarsi al leader forte in tempi di incertezza. Le democrazie liberali hanno ancora gli strumenti per rispondere alle paure senza scivolare nell’autoritarismo?

La politica tradizionale, e la sinistra in particolare, deve riconoscere questi sentimenti, occuparsi di queste paure. Non basta più denunciarle o denunciarne la strumentalizzazione. Deve attribuire un valore agli individui, alle loro tradizioni, alle loro radici. Riconoscere il valore positivo del loro vissuto, il valore delle loro identità, anche se non sono cosmopolite e multiculturali. Dovrà imparare a parlare il linguaggio dell’appartenenza senza scivolare nella retorica del sangue e suolo. Coniugare riconoscimento e universalismo, radici e apertura. Perché dietro ad ogni voto “contro” c’è sempre un bisogno “di”: di dignità, prima ancora che di reddito. 

6. Se dovesse indicare una priorità politica concreta per ricostruire un equilibrio tra identità e apertura, quale sarebbe

Il prossimo grande conflitto identitario e culturale in Italia riguarderà l’Islam radicale. Negli altri paesi europei lo scontro sui valori è già in corso, spesso con una violenza senza precedenti; da noi è destinato ad accentuarsi nei prossimi anni, con la crescita della comunità musulmana e l’ascesa dell’Islam politico. Parliamo di una sfida che riguarda l’identità culturale, la sicurezza, il diritto e la coesione sociale, ma allo stesso tempo anche la libertà di culto. Per affrontarla sarà necessaria un’alleanza tra destra, sinistra e islam moderato per mettere in sicurezza il paese senza rinunciare ai principi democratici. In Francia, Belgio e Gran Bretagna la sinistra non si è dimostrata all’altezza di questa prova. Mi auguro — e lo dico da uomo di sinistra — che quella italiana ne comprenda presto l’urgenza e la portata. 

Luca Falbo