Leonardo Maria Del Vecchio fa un passo deciso dentro l’editoria e lo fa con un obiettivo chiaro: prendersi la maggioranza di EN – Editoriale nazionale, la società a cui fanno riferimento QN e tre testate che, in molte città, sono ancora “il” giornale del mattino. La notizia arriva dall’ANSA: il consiglio di amministrazione di Lmdv Capital, la società di investimento dell’erede Luxottica, ha formalizzato un’offerta vincolante per l’acquisizione di una partecipazione di maggioranza in Editoriale nazionale, che controlla Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino e QN.
Sul tavolo c’è un cambio di assetto che pesa, non solo per il perimetro delle testate coinvolte, ma per ciò che rappresentano nella geografia dell’informazione italiana: quotidiani radicati, reti territoriali, redazioni che hanno attraversato decenni di trasformazioni industriali e tecnologiche, spesso con l’affanno di un mercato che stringe. L’operazione, sempre secondo quanto comunicato, ha già incassato un passaggio formale anche dall’altra parte: il cda di Monrif, che controlla Editoriale nazionale, ha deliberato di procedere alla formalizzazione dell’operazione. Tradotto: la macchina è partita e ora conta la sequenza di atti, autorizzazioni e passaggi societari.
Le dichiarazioni ufficiali, in questa fase, sono la cornice politica dell’affare. Andrea Riffeser Monti, presidente del gruppo Monrif, la presenta come una scelta di prospettiva e di tenuta: “Siamo felici e onorati di questo accordo con Leonardo Maria Del Vecchio, che rafforza il futuro di un’informazione libera e responsabile, oggi più che mai essenziale per la democrazia del nostro Paese”. Parole che suonano come un messaggio al mercato, ma anche alle redazioni: la vendita della maggioranza viene raccontata come un rafforzamento, non come una resa.
Del Vecchio, dal canto suo, mette sul piatto una narrazione industriale e identitaria, con tre parole chiave che in editoria diventano subito un test di credibilità: lungo periodo, qualità, autonomia. “Questa operazione rientra in un progetto industriale di lungo periodo che riconosce all’editoria un ruolo centrale per il Paese. Crediamo nel valore dell’informazione di qualità e nell’autonomia delle redazioni”. E poi la promessa più concreta, che guarda alla modernizzazione senza trasformarla in uno slogan: “Il nostro impegno è investire con capitale paziente, mettendo tecnologia e competenze al servizio del lavoro giornalistico. Una volta completati i passaggi formali, intendiamo confrontarci con giornalisti, redazioni e Comitati di redazione per costruire un percorso condiviso”.
È qui che si giocherà la partita vera, oltre i comunicati: cosa significhi, in pratica, “capitale paziente” dentro un settore che brucia risorse e tempo; come si declini la tecnologia senza farla diventare un taglio lineare mascherato; che spazio reale avrà l’autonomia promessa, quando l’azionista di maggioranza siederà al posto di comando. Per ora c’è una certezza: se l’operazione arriverà in porto, l’asse proprietario di uno dei poli storici dei quotidiani territoriali cambierà volto. E la rete QN, con Il Giorno, La Nazione e Il Resto del Carlino, entrerà nell’orbita di Lmdv Capital, con tutto quello che comporta in termini di strategia, investimenti e identità editoriale.
Ma sono proprio le nuove prospettive della proprietà Del Vecchio a ridisegnare il perimetro politico-editoriale dell’operazione. Perché l’ingresso di Lmdv Capital in Editoriale Nazionale non è un fatto isolato, ma un tassello dentro un mosaico che si sta componendo da mesi. A fine dicembre, infatti, Leonardo Maria Del Vecchio aveva già acquisito il 30 per cento di Editoria Italia, il gruppo che pubblica Il Giornale e Il Tempo, e che controlla indirettamente anche Libero. Un investimento che, letto oggi, assume un significato più chiaro: non una scommessa sporadica, ma la costruzione progressiva di un sistema.
Da qui l’ipotesi che circola con sempre maggiore insistenza nei palazzi romani e nelle redazioni: un possibile approdo, se non dichiarato almeno strutturale, dei quotidiani del “Quotidiano Nazionale” dentro una rete dell’informazione sempre più contigua all’area di governo. Un’orbita filo-meloniana che non passa più soltanto dalle testate storicamente schierate, ma che tende ad allargarsi a giornali territoriali, moderati, apparentemente “neutri”, ma decisivi nella formazione dell’opinione pubblica diffusa.
C’è chi, spingendosi oltre, arriva a ipotizzare una fusione finale con il gruppo di Antonio Angelucci: l’ex portantino diventato magnate della sanità privata, quattro volte parlamentare tra Forza Italia e Lega, oggi editore di riferimento di una galassia che comprende Il Giornale, Libero e Il Tempo. Uno scenario che, se oggi appare prematuro sul piano formale, non è più considerato fantapolitica sul piano industriale.
In questo contesto diventa difficile attendersi inchieste, controinformazione o veri conflitti editoriali contro quella che in molti già definiscono una nuova “razza padrona”. Per una ragione semplice: non esiste più il contrappeso. Non c’è più quella Repubblica che per decenni aveva svolto, nel bene e nel male, una funzione di antagonismo strutturale al potere economico e politico. Anche quel giornale, infatti, è rimasto impigliato nel risiko a perdere dei “comprati e svenduti”, vittima di un passaggio d’epoca che ha trasformato l’editoria in un asset finanziario e non più in un presidio culturale.
Il paradosso della Storia vuole che tutto questo avvenga proprio nei giorni del cinquantesimo anniversario di Repubblica. Un compleanno che cade dopo l’invasione delle velleità editoriali di John Elkann e di quella “contaminazione Fiat” che nulla aveva a che fare con il quotidiano fondato da Carlo Caracciolo ed Eugenio Scalfari. Elkann, nipote di un Gianni Agnelli che invece l’editoria la viveva come missione e passione, si appresta ora ad annunciare ufficialmente, a metà aprile, la vendita già siglata del Gruppo Gedi. Il nuovo proprietario sarà Theodore Kyriakou, armatore ed editore più interessato alle radio di Repubblica che alla testata in sé, considerata da molti una stampella del potere conservatore che governa oggi Atene. Sullo sfondo, nemmeno troppo sfocato, restano le mire saudite di Mohammed bin Salman. Un’operazione dal sapore corsaro, ma non certo nel senso romantico che Scalfari attribuiva a quel termine.
Il risultato finale del grande risiko dei giornali italiani sembra così delinearsi con sempre maggiore chiarezza: uno spostamento complessivo verso destra dell’asse informativo, con la progressiva marginalizzazione di voci realmente autonome. Ed è qui che la figura di Leonardo Maria Del Vecchio assume un ruolo centrale. Che cosa vuole fare davvero il nuovo “cavaliere bianco” dell’editoria italiana con il Quotidiano Nazionale? Costruire un polo moderato e affidabile o contribuire, consapevolmente o meno, a un sistema editoriale sempre più allineato?
Per ora restano le dichiarazioni rassicuranti sull’autonomia delle redazioni e sul “capitale paziente”. Ma la storia recente insegna che, nel capitalismo editoriale, le linee politiche non si impongono con gli ordini di servizio. Si costruiscono nel tempo, per prossimità, per silenzi, per convenienze. E quando il disegno sarà completo, difficilmente qualcuno potrà dire di non averlo visto arrivare.







