Tagli all’editoria nel Milleproroghe, Cairo cambia tono e va all’attacco: “Il sapore è di una presa in giro, se non qualcosa di più”

C’è un momento, nella politica italiana, in cui capisci che qualcosa si è incrinato non perché lo dice l’opposizione, ma perché lo scrivono quelli che fino al giorno prima si tenevano il tono basso. Stavolta il segnale arriva da Via Solferino e ha un sottotesto chiarissimo: quando il governo tocca i rubinetti, anche i più pazienti smettono di sorridere. Nel decreto Milleproroghe, la maggioranza ha riformulato un emendamento e ha cancellato “di netto” le agevolazioni all’editoria e alla carta che erano state inizialmente proposte con l’avallo anche dell’opposizione. Tradotto: promesse, poi stop. E lo stop fa rumore.

Il Corriere del Sera, che su molte partite è stato fin qui misurato, mette il tema in prima pagina e lo fa con un articolo che non ha la voce tiepida del commento rituale. La firma è del vicedirettore Daniele Manca e il lessico è quello di chi si sente preso in giro, non quello di chi sta facendo un esercizio accademico. “Lo schiaffo brucia ancor di più perché a parole il governo e la maggioranza non fanno che richiamare giornali, giornalisti e mondo dei media a una sempre maggiore responsabilità nel loro lavoro”, scrive Manca, ricordando come per mesi l’esecutivo abbia invocato la “necessità di un’informazione libera quanto accurata” e il bisogno di contrastare “la deriva dei social”. Poi, però, “di colpo tutto ciò si è trasformato soltanto in chiacchiere”.

Il punto, nel ragionamento del Corriere, non è neppure la cifra in sé. È l’idea che sta dietro al gesto politico: togliere ossigeno a un settore già fragile mentre lo si richiama pubblicamente al dovere civico. E infatti la frase che più pesa è quella in cui Manca mette in fila le parole che, in redazione, non si scrivono se non quando si è davvero arrivati al limite: “Il sapore di una presa in giro se non qualcosa di più. Una voglia di voler far capire chi conduce il gioco e di colpire chi non è gradito”. È un’accusa frontale: non solo incoerenza, ma anche un messaggio di potere. Un “ricordatevi chi comanda”.

“L’informazione forte e di qualità diventa un qualcosa di non più necessario. Altro che pilastro della democrazia”, scrive Manca, avvertendo che, consapevolmente o meno, si finisce per favorire “quelle news usa e getta che spingono i cittadini a schierarsi più che a comprendere la natura delle questioni”. E aggiunge che finiscono “nel cestino” proprio quegli avvertimenti ripetuti sul ruolo delle piattaforme e sul rischio di notizie “di incerta verifica”.

C’è anche un passaggio politico che pesa perché non viene da una tribuna militante, ma da un giornale che si rivolge al Paese reale: la riformulazione dell’emendamento “fa capire che l’editoria è strategica solo in teoria. Non quando si tratta di sostenere un settore che tra mille difficoltà è riuscito a garantire livelli di accettabilità a un dibattito spesso sopra le righe”. Il Corriere lega il tema alle trasformazioni già in corso: “il calo delle vendite delle copie cartacee”, la “moria” delle edicole, “nel disinteresse dei partiti” per quei luoghi che erano anche socialità fisica. E rivendica, senza giri di parole, la funzione ancora concreta dei giornali: “decine di milioni di cittadini” che accedono a informazioni approfondite “grazie ai giornali. Cartacei ma anche in edizione replica digitale su tablet e telefonini”.

Il succo, messo nero su bianco, è semplice e scomodo: si è scelto di “togliere ossigeno a un intero settore” proprio mentre lo si indica come argine alla fragilità della società digitale. E se il governo continua a ripetere che l’informazione è un presidio, qui la risposta è tagliente: a parole sì, nei fatti no. Quando un vicedirettore scrive che l’impressione è quella di “colpire chi non è gradito”, non sta discutendo un emendamento: sta dicendo che la partita è diventata politica, e che l’editoria, improvvisamente, non è più un interlocutore da blandire ma un terreno da disciplinare.

E in questo scarto, tra prediche e tagli, si misura l’irritazione che oggi arriva in chiaro dalle colonne del Corriere: non è solo un settore che chiede risorse, è un pezzo di sistema che rifiuta di essere trattato come un accessorio. Soprattutto quando, al tavolo, qualcuno sembra voler far capire “chi conduce il gioco”.