Ciao ciao Orbán. Lo dico subito, senza girarci intorno: per me oggi è un giorno straordinario. E sì, è tutto vero. Viktor Orbán è stato cacciato. Non battuto, non ridimensionato, ma mandato a casa da un voto popolare che non lascia spazio a interpretazioni. Sedici anni di potere spazzati via da un’affluenza record, da un Paese che ha deciso di voltare pagina senza chiedere il permesso a nessuno.
Non è una sconfitta, è la fine di un sistema
Io queste cose le guardo sempre con un certo scetticismo, perché la politica è fatta di cicli, di ritorni, di illusioni che durano il tempo di una notte elettorale. Ma qui no. Qui c’è qualcosa di diverso. Qui c’è la fine di un sistema che si era strutturato, consolidato, radicato. Un sistema che molti hanno definito “democrazia illiberale”, altri, più onestamente, una deriva autoritaria mascherata da consenso. Orbán non era solo un premier. Era un modello. Un punto di riferimento. L’idolo dichiarato di una certa destra europea, quello che piaceva a Meloni, a Salvini, quello sostenuto apertamente da Trump. Un simbolo politico, prima ancora che un leader nazionale. Ed è proprio per questo che la sua caduta pesa più del risultato in sé.
Magyar vince, ma soprattutto perde Orbán
Ha vinto Peter Magyar, ed è giusto dirlo con chiarezza: non è un progressista, non è un rivoluzionario, non è neppure un uomo di sinistra. È, semmai, il male minore. Ma oggi non era in gioco una sfumatura ideologica. Oggi era in gioco una direzione. E quella direzione ha scelto, finalmente, di riportarsi dentro un perimetro europeo, dentro uno Stato di diritto che negli ultimi anni era diventato sempre più fragile. I numeri sono impressionanti. Affluenza al 77% già prima della chiusura dei seggi, oltre il totale del 2022. Una partecipazione che da sola racconta una voglia di cambiamento che non può essere ignorata. E poi i seggi: 135 per Magyar, oltre la soglia dei due terzi, il doppio di Fidesz, che si ferma a 57. Non è una vittoria, è una demolizione politica.
Il segnale per l’Europa
C’è un’immagine che più di tutte racconta questo momento. Orbán che si congratula. Orbán che ammette: “I risultati sono chiari, è doloroso per noi”. È la frase che chiude un’epoca. Non perché sia elegante o sportiva, ma perché arriva da chi per anni ha costruito un sistema che sembrava impermeabile a qualsiasi scossa. Io non credo alle favole. Non penso che da domani l’Ungheria diventerà un modello perfetto di democrazia. Ma una cosa sì: oggi si riapre uno spazio. E quando uno spazio si riapre dopo essere stato chiuso per così tanto tempo, succede sempre qualcosa. Questa non è solo una notizia ungherese. È una notizia europea. È un segnale che attraversa i confini, che arriva anche qui, anche da noi, anche a chi in questi anni ha guardato a Orbán come a un esempio da seguire. Perché quando cade un modello, non cade mai da solo. E allora sì, me lo concedo: ciao ciao Orbán, a non incontrarci mai più.







