Il caso Assange si arricchisce di un nuovo capitolo. E al centro resta un mistero che riguarda lo spionaggio dentro l’ambasciata dell’Ecuador a Londra. Un’ex guardia militare spagnola avrebbe organizzato un sistema di sorveglianza contro il fondatore di Wikileaks mentre viveva rifugiato nella sede diplomatica. Ora però l’uomo che doveva spiegare tutto è morto prima del processo.
A raccontarlo è un’inchiesta del quotidiano spagnolo El País, che torna sulla vicenda giudiziaria aperta in Spagna. L’indagine riguarda David Morales, ex militare della Marina e proprietario della società di sicurezza Uc Global Sl. L’azienda ha sede a Jerez de la Frontera, in Andalusia, ed è finita sotto inchiesta per le attività svolte nell’ambasciata ecuadoregna di Londra.
Morales avrebbe organizzato un sistema di controllo permanente su Julian Assange. Secondo gli investigatori la società installò telecamere e microfoni negli uffici dell’ambasciata. Le apparecchiature registravano le conversazioni del fondatore di Wikileaks con i suoi avvocati, con i collaboratori e con i visitatori.
Le indagini parlano anche di copie dei telefoni cellulari delle persone che entravano nell’ambasciata. I tecnici della società avrebbero creato rapporti dettagliati sugli incontri di Assange e sui suoi contatti. Alcuni testimoni sostengono che le immagini e le registrazioni venivano trasmesse in tempo reale a un “cliente americano”. Alcuni di loro indicano esplicitamente la Cia.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, tutto iniziò nel 2016. In quell’anno Morales compì un viaggio negli Stati Uniti. Durante la visita avrebbe incontrato responsabili della sicurezza collegati all’entourage del magnate Sheldon Adelson, noto finanziatore del Partito Repubblicano. Dopo quel viaggio l’azienda creò una squadra interna dedicata al monitoraggio di Assange.
Le attività non si fermarono alle registrazioni ambientali. L’inchiesta parla anche di piani per seguire e intimidire Stella Moris, l’avvocata che difendeva Assange e che oggi è sua moglie. Gli investigatori hanno raccolto email, documenti e testimonianze che descrivono nel dettaglio le operazioni di sorveglianza.
La magistratura spagnola aveva deciso di portare Morales a processo. L’Audiencia Nacional lo aveva rinviato a giudizio per violazione della privacy, intercettazioni illegali e altri reati legati allo spionaggio. L’accusa chiedeva una condanna a tredici anni e mezzo di carcere. Morales rischiava anche pene più alte, fino a vent’anni.
Il processo però non inizierà mai per lui. Morales è morto nei giorni scorsi per una malattia, proprio alla vigilia del dibattimento. La sua morte lascia aperti molti interrogativi sul funzionamento della rete di sorveglianza e sui possibili collegamenti con ambienti dell’intelligence americana.
Il procedimento giudiziario non si ferma comunque del tutto. Nel processo resta imputato Michel Wallemacq, ex responsabile operativo della società Uc Global. I giudici dovranno stabilire quale ruolo abbia avuto nella gestione del sistema di sorveglianza.
Il caso riporta al centro dell’attenzione gli anni trascorsi da Assange nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra. Il fondatore di Wikileaks si rifugiò nella sede diplomatica nel 2012 per evitare l’estradizione. Rimase lì fino al 2019, quando la polizia britannica lo arrestò dopo la revoca dell’asilo.
Nel 2024 Assange ha chiuso la sua lunga battaglia giudiziaria con un accordo con la giustizia statunitense. L’intesa gli ha permesso di tornare libero dopo anni di detenzione e di procedimenti legali.
Ma il mistero dello spionaggio dentro l’ambasciata resta aperto. Le indagini spagnole hanno mostrato come una piccola società di sicurezza privata avrebbe potuto trasformare una sede diplomatica in una sala di ascolto permanente. E la morte dell’uomo che doveva rispondere davanti ai giudici lascia senza risposta molte delle domande più scomode.







