La notizia dell’arresto di Nicolás Maduro, che era già nell’aria da parecchi mesi, è stata la cosa più ovvia del mondo, per questo non deve destare sorpresa, anzi la deposizione del leader venezuelano è drammaticamente irrilevante nella sua dimensione fattuale. Il fatto accaduto non è verità, è totalmente disallineato con la realtà, ed è solo decisivo nella sua funzione simbolica e nella sua vendita come prodotto. Addirittura conta poco se sia avvenuto davvero; ciò che conta è solo ed esclusivamente come e perché viene raccontato. Perché la storia, così come i fatti di cronaca o gli assetti geopolitici, come insegnano Carl Schmitt e Karl Marx, non procede per principi morali, ma solo per rapporti di forza. E quando i rapporti di forza cambiano, anche i concetti di legalità, democrazia e legittimità vengono riscritti. Questo è accaduto con Maduro, è accaduto con Saddam, è accaduto con Allende ed accade ogni giorno con Gaza. Al di là del giudizio personale per cui il leader venezuelano non è neanche lontanamente un dittatore, Maduro non è un dittatore per ciò che è, ma per ciò che non è: è diventato dittatore quando non si è allineato, quando non è stato riconosciuto funzionale/ integrabile nel perimetro dell’ordine dominante. È qui che ritorna con brutale attualità Umberto Eco che nella sua riflessione sulla costruzione del nemico, aveva dimostrato come il nemico non sia mai semplicemente “l’altro”, ma colui che non si è allineato, quel nemico che serve per rinsaldare un popolo, per ricostruire un’identità in crisi. Il dittatore, oggi, non è più una categoria politica, non è un uomo autoritario come lo erano i dittatori del passato, il dittatore è una categoria figlia di una narrazione operativa.
L’arresto illegale di Maduro è come l’esecuzione brutale di Gheddafi, come la consegna di Ocalan alla Turchia; esso infatti non è un caso isolato, ma è un prodotto sociale e discorsivo che è in estrema coerenza con quello che negli ultimi decenni l’Occidente ha edificato giustificandolo, però, in un racconto autoassolutorio. Un racconto fatto di buoni e cattivi, di armi giuste, di guerre “umanitarie”, bombe “chirurgiche”, un racconto di esportazione della democrazia come se essa fosse un software installabile al di fuori dei contesti storici e sociali. Chi critica Trump farebbe meglio a tacere, perché egli non fa altro che fare quello che hanno fatto i suoi predecessori, solo che le bombe patinate dell’era Barack Obama, l’interventismo moralizzato di Tony Blair, non gli servono più; Trump sa benissimo che saranno le multinazionali a prendere il controllo del paese sudamericano, e lo dice con una limpidezza davvero encomiabile, perché distrugge almeno quelle bugie che hanno prodotto macerie reali e messo in crisi il consenso narrativo. L’etica che è servita per decenni a rendere digeribile la forza è finalmente caduta. Ma questo è avvenuto non perché Trump sia “peggiore”, ma perché è più sincero nella sua brutalità. Ha detto ciò che l’Occidente ha sempre fatto senza dirlo: gli Stati perseguono i propri interessi, punto. Niente universalismo, niente missioni salvifiche, niente comunità internazionale come soggetto morale, o giudice sostanziale. Solo potenza, economia, deterrenza e forza di ritorsioni immediate. In questo mondo sporco e senza veli si assiste, nella sua tragica violenza, alla nuova spartizione del mondo. I protagonisti del nuovo ordine, Stati Uniti, Cina e Russia, con i loro alleati Arabi, paesi come il Brasile e l’India, non stanno preparando una guerra democratica, non stanno esportando valori, ma stanno generando aree di influenza per una guerra fredda multipolare, fatta di aree d’intervento, tecnologia, energia, finanza, sanzioni, uso della AI e proxy war. Una guerra senza ideologia, ma con moltissimo cinismo; una guerra in cui gli unici sconfitti sono i cittadini, sempre più poveri ed isolati dai centri di potere.
E l’Europa? Inesistente. Marginale. Divisa.
Le profezie accomodanti di Romano Prodi su un’Europa capace di competere come soggetto unitario si sono infrante contro la realtà: oggi contano più gli Stati nazionali che l’Unione Europea. L’UE non decide, esegue. Non anticipa, reagisce. Non progetta, subisce. Non ha visione, si adegua e reagisce anche in maniera scomposta, come nella disastrosa gestione del conflitto russo-ucraino.
Quello che si è visto in Ucraina, lo si era già visto nei Balcani, in Afghanistan, in Iraq. Gli altri attaccano, decidono ed ogni volta l’Europa paga il prezzo delle guerre altrui: flussi migratori, crisi energetiche, inflazione, instabilità sociale. Il caso del gas americano è emblematico: una dipendenza sostituita con un’altra, a costi economici e ambientali enormi, in nome di una fedeltà atlantica mai messa in discussione ed in nome di una sudditanza che ha i contorni amari della umiliazione. Ma quelli messi peggio siamo proprio noi italiani; se negli anni 80 e 70 l’Italia era arrivata a gestire le crisi con una classe politica di spessore, il nostro paese si trova ad essere governato da persone totalmente inadeguato a cui si oppone una opposizione che, a parte qualche riflessione di Renzi, o di personaggi non allineati come Di Battista, vive nell’emisfero delle fiabe. Il governo Meloni si presentava come sovranista, identitario, conservatore, ma nei fatti si è rivelato essere uno dei governi più allineati, più umiliati e più prudenti della storia repubblicana. Nessuna visione autonoma, nessun coraggio strategico, nessuna reale difesa dell’interesse nazionale, anzi si assiste ad una quotidiana mortificazione degli interessi del paese, in nome di non sa bene cosa. Storicamente Meloni tradisce anche i suoi elettori. Una destra che avrebbe dovuto rompere i dogmi dell’atlantismo automatico e del neoliberismo residuale si è trasformata nel suo esecutore più diligente. Una destra armata contro la propaganda, è diventata il passacarte della propaganda stessa. Il tradimento più devastante del governo Meloni non è, infatti, verso l’Europa o verso l’Occidente, ma si è compiuto, anzi si compie ogni giorno, verso la tradizione politica della destra stessa, che nasceva come pensiero della decisione, gestione attiva del conflitto e difesa strenua della sovranità. Oggi resta solo la gestione dell’esistente, mascherata da retorica identitaria. Addirittura la Meloni ha rispolverato la guerra difensiva per giustificare l’arresto illegale di Maduro, roba così maldestramente post-ideologica, che neanche Fassino avrebbe mai pensato.
La verità è semplice e scomoda: non esistono dittatori buoni o cattivi, esistono alleati e nemici. Non esistono guerre giuste, ma guerre utili. Non esiste una comunità internazionale morale, ma un equilibrio instabile di potenze. Chi continua a raccontare il contrario, non è ingenuo: è funzionale. E in un mondo che ha smesso di fingere, continuare a credere alle favole del tipo aggressore/aggredito, lotta al narcotraffico, riarmarsi per la pace è l’atto politico più irresponsabile e vigliacco di tutti.







