Non è che l’Unione europea non abbia i mezzi per rispondere agli Stati Uniti. È che non ha, o non mostra, l’unità politica necessaria per farlo. Questa la sintesi di una interessante analisi del giornalista Federico Fubini sul Corriere della Sera. Il punto è tutto qui: la debolezza europea non è tecnica, è decisionale. E proprio per questo la pressione americana diventa più pericolosa di quanto appaia a prima vista. Perché quando il presidente Trump minaccia dazi differenziali contro singoli Paesi, o sposta la contesa su terreni identitari e geopolitici come la Groenlandia, non sta solo facendo negoziazione commerciale. Sta piantando un paletto dentro la casa comune europea, nel punto più fragile: il mercato unico e la fiducia reciproca tra partner.
Se davvero entrassero in vigore dazi contro la Francia o l’Olanda, ma non contro l’Italia o la Grecia, la prima vittima sarebbe proprio l’architettura economica dell’Unione. Le condizioni competitive interne divergerebbero all’improvviso: chi esporta sarebbe penalizzato in modo asimmetrico, le filiere si riposizionerebbero e nascerebbe subito il sospetto della triangolazione, con merci che potrebbero passare da un Paese “non colpito” per rientrare negli Stati Uniti. A quel punto, la reazione americana sarebbe prevedibile: nuovi dazi anche sui “porti franchi” europei, per chiudere i varchi. La spirale non colpirebbe un singolo governo: colpirebbe l’idea stessa di Unione come spazio economico integrato.
È in questo quadro che il concetto di fermezza sembra l’unica ricetta che funzioni. Non per ideologia, ma per esperienza: l’assenza di una risposta europea verrebbe letta come prova di debolezza e inviterebbe ulteriori aggressioni. Il ragionamento è semplice e brutale: in un sistema internazionale in cui la proiezione di potenza conta sempre di più, chi arretra sempre paga di più. E, soprattutto, paga dopo.
Da qui la seconda tesi: l’Europa ha leve reali. Non slogan, ma strumenti concreti. La prima è finanziaria. Gli investitori e i risparmiatori europei sono tra i principali creditori esteri del debito pubblico americano. Questo non significa “minacciare” il dollaro con annunci roboanti, ma lasciare intendere che la partita non si gioca solo sui container e sulle tariffe. Si gioca anche sulla fiducia nei mercati, sul costo del denaro, sulla stabilità percepita del sistema americano. Basta pochissimo, a volte, per far salire il prezzo di una minaccia.
La seconda leva è fiscale e industriale, ed è forse la più imbarazzante: l’“incredibile tolleranza” europea verso l’Irlanda, che consente a Big Tech e Big Pharma statunitensi di pagare tasse bassissime su profitti enormi registrati in Europa, Medio Oriente e Africa. È una crepa strutturale: Bruxelles predica sovranità economica, ma accetta un modello interno che di fatto diventa un magnete per l’elusione, con effetti pesanti sulle entrate degli altri Stati membri e sul senso stesso di equità del mercato unico. Anche qui, il punto non è aprire una guerra civile europea contro Dublino. Il punto è far capire a Washington che l’Europa non è un territorio fiscale a disposizione: se la pressione sale, anche la pazienza può finire.
La terza leva è lo strumento europeo “anti-coercizione”, che può arrivare a escludere le imprese americane dagli appalti nei Paesi dell’Unione. È un’arma meno spettacolare dei dazi, ma spesso più incisiva, perché colpisce contratti, commesse, reputazione e accesso ai mercati pubblici. E poi c’è l’opzione più lineare: l’Unione può attivare tariffe su prodotti americani per 93 miliardi di euro già individuate. Anche qui, non serve annunciare un bombardamento commerciale: serve far filtrare la disponibilità a usarlo, facendo capire che il costo della pressione non sarebbe a senso unico.
Il vero nodo, però, resta politico. Perché tutte queste leve funzionano solo se l’Europa si presenta come un blocco. Se invece ognuno tratta per sé, se si spera nella “deroga amica” o nel canale privilegiato, allora il gioco è già perso: si incentiva la strategia americana di dividere, scegliere bersagli, premiare i più accomodanti e punire gli altri, finché l’Unione smette di essere un soggetto e torna a essere una somma di Paesi in competizione tra loro.
Nel ragionamento c’è anche un altro elemento: l’accordo commerciale di luglio, definito iniquo, venduto come prezzo da pagare per la pace transatlantica e per l’impegno americano sull’Ucraina. Ma la “pace” è durata quanto un titolo di borsa. Subito dopo, osserva, la minaccia dei dazi è tornata dietro l’angolo e la realtà si è imposta: l’appeasement non compra stabilità, compra solo tempo, spesso pochissimo.
E qui entra in scena la provocazione finale, che è anche una diagnosi di stile negoziale: Trump è un bullo, e va trattato di conseguenza. Non con isteria, non con gesti simbolici contro McDonald’s, ma con il linguaggio che il bullo capisce: costi credibili, conseguenze pratiche, unità. L’Europa, se vuole evitare che il dossier Groenlandia diventi il detonatore di una crisi interna, deve far vedere che non è una platea di Stati isolati ma un soggetto politico capace di scegliere, anche quando scegliere ha un prezzo. Perché il prezzo dell’indecisione, in questa fase, è già in fattura.







