Non è più solo un’ipotesi: l’Occidente fa scattare il piano militare per un intervento armato nel Golfo Persico. Un documento riservato svela il piano di sette potenze mondiali per strappare lo Stretto di Hormuz al blocco iraniano.
Missione Hormuz
Il piano è ambizioso e ad alto rischio. Non si tratta solo di pattugliamento, ma di una vera e propria scorta militare per le petroliere. Francia e Gran Bretagna stanno già censendo le forze disponibili: l’idea è schierare almeno una nave da guerra per ognuno dei sette Paesi coinvolti (inclusa l’Italia), supportata da una protezione aerea costante. Le basi logistiche nel Golfo sono già sotto esame.
Trump e il pressing sugli alleati
Dietro la mossa c’è il pressing della Casa Bianca. Donald Trump ha chiesto agli alleati di non restare a guardare mentre il prezzo di gas e petrolio schizza alle stelle. Nonostante i dubbi di alcuni governi, nessuno è riuscito a tirarsi indietro: la minaccia di Teheran alle rotte energetiche globali è considerata un “punto di non ritorno”.
Italia e ONU
L’Italia insiste per una missione di pace sotto la bandiera delle Nazioni Unite, da avviare solo dopo il cessate il fuoco. Tuttavia, il documento firmato dai leader suggerisce una realtà diversa: le parole scelte non escludono un intervento immediato, anche senza il via libera formale dell’ONU. La priorità è ripristinare la libertà di navigazione, costi quel che costi.
Europa divisa
Macron ha chiesto a Trump «di cessare tutti questi bombardamenti e attacchi contro le infrastrutture civili, il gas, il petrolio, ma anche l’acqua» invocando una tregua “pasquale”. Invece il Cancelliere tedesco Merz ha detto: «Voglio che da parte nostra parta un segnale chiaro: siamo pronti ad aiutare». Ma serve che prima «cessino le ostilità». È evidente che il primo obiettivo di questo documento congiunto è quello di non irritare la Casa Bianca.
Rutte è stato anche più esplicito: «Per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz, tutti gli alleati concordano sul fatto che non può rimanere chiuso». La più dura è stata Kaja Kallas: l’Alto rappresentante UE ha gelato gli alleati definendo “illegale” l’offensiva israelo-americana. Una frattura che rischia di complicare un piano logistico già ai limiti della tensione diplomatica.
La nota diramata
«Noi condanniamo nei termini più forti i recenti attacchi dell’Iran contro navi commerciali disarmate nel Golfo, gli attacchi contro infrastrutture civili incluse installazioni per il gas e il petrolio e la chiusura de facto dello Stretto di Hormuz da parte delle forze iraniane». Per questo i sette leader si dichiarano «pronti a contribuire agli sforzi per garantire un transito sicuro attraverso lo Stretto» e apprezzano «le nazioni disposte a impegnarsi nella pianificazione preparatoria» di una futura operazione. Ma quanto futura non è chiaro. Perché le parole scelte non escludono affatto la possibilità di agire prima della fine del conflitto e anche senza le Nazioni Unite. Pure l’invito a Teheran a «cessare immediatamente le sue minacce» sembra la premessa per una risposta effettiva. Che si baserebbe sulle risoluzioni dell’Onu (in particolare la 2817) e sul «fondamentale principio di diritto internazionale della libertà di navigazione».
La necessità di un piano sostenibile
Macron e Starmer con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, hanno dunque ribadito la necessità di «un piano sostenibile». E che una presenza militare nel Golfo per “scortare” i mercantili non è più da escludere, lo si capisce dal fatto che alcuni di questi esecutivi – soprattutto di Francia e Gran Bretagna – stanno già verificando quali e quante forze inviare. Perché oltre alla scorta navale ci sarebbe bisogno di una copertura aerea. Tanto che sul tavolo c’è il coordinamento di almeno una nave militare per ciascuno dei sette Paesi. Sono poi in corso di esame anche le basi logistiche cui fare riferimento nei Paesi alleati del Golfo.







