Venezuela, il diritto internazionale di fronte a un bivio: tenere la linea dura o temporeggiare?

L’operazione militare contro il Venezuela segna una frattura profonda nell’ordine internazionale e apre un precedente che difficilmente potrà essere archiviato come un episodio isolato. I raid statunitensi hanno prodotto un cambio di regime manu militari, un evento che nell’emisfero occidentale non si vedeva da decenni e che riporta indietro le lancette della storia della sicurezza globale.

La cornice formale che non tiene

Si tratta del primo intervento diretto di Washington per deporre un leader latinoamericano dall’invasione di Panama del 1989. Un’azione avvenuta senza un mandato internazionale e senza una dichiarazione formale di guerra. È questo l’elemento che rende l’episodio particolarmente dirompente: non solo l’uso della forza, ma la sua legittimazione implicita al di fuori delle regole condivise che, almeno sulla carta, dovrebbero governare i rapporti tra Stati.

Le reazioni critiche di Cina e Russia erano ampiamente prevedibili, così come le prese di distanza di diversi Paesi dell’America Latina, a partire da Colombia e Brasile. Più significativo, però, è il segnale che arriva dall’Europa. Dall’Unione europea emerge una linea improntata alla cautela, che riflette le difficoltà strutturali dell’UE nel difendere il principio di legalità internazionale quando questo entra in collisione con la volontà di Washington.

Come si muove l’Europa

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è limitata ad affermare di seguire “da vicino la situazione”, ribadendo che qualsiasi soluzione deve rispettare il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite. Parole misurate, che evitano lo scontro frontale ma che, proprio per questo, mostrano tutta la fragilità della posizione europea in un contesto di crescente unilateralismo.

Sulla stessa linea, il capo della diplomazia europea Kaja Kallas ha richiamato la necessità di una transizione pacifica in Venezuela e il rispetto dei principi del diritto internazionale e della Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, invitando alla moderazione. Un appello che suona quasi difensivo di fronte a un fatto compiuto che rischia di svuotare di significato le regole multilaterali.

È qui che si apre la vera questione di fondo. Se un cambio di regime può essere imposto militarmente, senza un mandato Onu e al di fuori di un quadro di legalità condivisa, il diritto internazionale smette di essere un argine e diventa una variabile opzionale. Il rischio non riguarda solo il Venezuela, ma l’intero sistema globale: l’idea che la forza possa sostituire il diritto come strumento ordinario di gestione delle crisi.

Per le Nazioni Unite si apre così una nuova sfida, forse la più delicata degli ultimi anni. Non si tratta soltanto di condannare o legittimare un singolo intervento, ma di riaffermare il senso stesso dell’ordine multilaterale. Se l’Onu non riuscirà a recuperare centralità e autorevolezza in questa fase, il precedente venezuelano potrebbe diventare un modello replicabile, con conseguenze potenzialmente destabilizzanti su scala globale.

La crisi venezuelana, dunque, non è solo una crisi regionale. È un banco di prova per il diritto internazionale, per la credibilità delle istituzioni multilaterali e per la capacità della comunità internazionale di resistere alla tentazione dell’unilateralismo. Da come verrà affrontata questa frattura dipenderà molto più del futuro di un singolo Paese: dipenderà la tenuta stessa delle regole che dovrebbero governare il mondo.