Apple compie 50 anni, Marco Landi racconta: “Riportai Steve Jobs a Cupertino quando nessuno parlava più di lui”

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C’è stato un italiano, nato a Chianciano, che a metà anni Novanta si è seduto davvero nella stanza dei bottoni di Apple. E non in un momento facile, ma nel pieno della crisi. Marco Landi, 82 anni, manager dalla carriera internazionale e unico italiano arrivato ai vertici della Mela come presidente e direttore generale, ha ripercorso quella stagione in una lunga intervista a Repubblica, raccontando il suo ruolo nel ritorno di Steve Jobs a Cupertino e gli anni in cui Apple sembrava aver perso non solo la rotta, ma perfino la memoria di se stessa.

Dall’Italia a Cupertino, la scalata di Marco Landi

Il primo incontro con Jobs, ricorda Landi, avviene in California, in una sala del ristorante Il Fornaio di Mountain View, luogo molto frequentato per incontri d’affari nella Silicon Valley. Non era una scelta casuale: in quel periodo Apple era in cattive acque e certi colloqui era meglio farli lontano dai riflettori. Di Jobs, Landi dice di non aver mai dimenticato “lo sguardo fulminante” e quel carisma che, appena entrava in una stanza, si sentiva immediatamente.

Il suo arrivo al vertice di Apple non nasce dal caso. Landi spiega che a pesare furono soprattutto i 24 anni in Texas Instruments, trascorsi in giro per il mondo, compreso un periodo a Hong Kong, ma anche il lavoro fatto in Apple Europa. Quando prese in mano quella struttura, racconta, perdeva 300 milioni di dollari e nel giro di un anno vennero riportati utili per 100 milioni, grazie a una riorganizzazione drastica: chiusura della sede di Parigi, trasferimento a Bruxelles, un solo magazzino in Olanda, distribuzione centralizzata e produzione in Irlanda.

Ricorda anche la telefonata che gli cambiò la carriera, quando un head hunter gli chiese se volesse continuare “a vendere silicio o venire a cambiare il mondo”. Scelse la seconda strada.

Apple in crisi e il vuoto lasciato da Steve Jobs

Quando arriva a Cupertino, il clima che trova è tutt’altro che brillante. L’ufficio è “tetro”, l’atmosfera spenta, quasi senza energia. E soprattutto, racconta, “nessuno parlava di Jobs là dentro, era come se non fosse mai esistito”.

Apple, in quel momento, era in difficoltà strutturale. Tre sistemi operativi, tre microprocessori diversi, una strategia confusa. Nel frattempo il modello Microsoft-Intel avanzava con una semplicità industriale devastante. Anche Windows 95, sottolinea Landi, venne sottovalutato, contribuendo ad aggravare la distanza competitiva.

Da qui nasce la necessità di trovare un nuovo sistema operativo, una base tecnica capace di rimettere Apple in corsa. Il ceo Gil Amelio crea una task force con Landi ed Ellen Hancock per cercare una soluzione all’esterno.

La trattativa e il ritorno di Steve Jobs

La prima pista porta a Be Inc., ma l’accordo salta per questioni economiche. A quel punto l’attenzione si sposta su Next, la società fondata da Steve Jobs. È qui che tutto si riannoda.

Landi racconta che il negoziato partì proprio dall’incontro al ristorante Il Fornaio e si sviluppò molto rapidamente. Apple acquisì Next per 400 milioni di dollari. L’idea era che il ritorno di Jobs, da annunciare al Macworld Expo di San Francisco, avrebbe rilanciato entusiasmo e fiducia attorno all’azienda.

Ma la realtà, come spesso accade con Jobs, superò ogni previsione. Inizialmente entrato come consulente, diventò presto il centro del potere. “Capimmo subito che non avrebbe fatto l’advisor per molto”, racconta Landi. Nel luglio 1997 Jobs prende il controllo e si libera di Amelio.

Il tentativo italiano di entrare in Apple

Dopo aver lasciato Cupertino, Landi mantiene i rapporti con Jobs. Nel 1998 torna a incontrarlo, questa volta per un’operazione ancora più ambiziosa. Su richiesta di ambienti legati a Telecom Italia, prova a sondare la possibilità di acquisire Apple.

Il progetto era concreto: acquistare un milione di iMac e distribuirli nelle scuole italiane. Jobs, però, risponde che sono già in corso altre trattative, probabilmente con Oracle. L’operazione non si concretizzerà mai, anche per i cambiamenti nel panorama industriale italiano e per l’Opa guidata da Roberto Colaninno.

L’eredità di Jobs e la lezione di Landi

Guardando indietro, Landi non ha dubbi: senza il ritorno di Jobs Apple non sarebbe diventata quello che è oggi. Anzi, la rivoluzione innescata dal fondatore ha cambiato l’intero mondo tecnologico.

Ma il suo racconto non è solo industriale. È anche personale. Richiama il celebre discorso di Jobs a Stanford e quel concetto di “unire i puntini”, Connecting the dots, che è diventato anche il titolo della versione inglese del suo libro. Un invito a fidarsi del percorso, anche quando le esperienze sembrano scollegate. Perché è solo nel tempo che trovano un senso compiuto.