Delmastro in Commissione antimafia per il caso Bisteccherie d’Italia: il sottosegretario ora finisce sotto pressione politica e giudiziaria

Il sottosegretario Delmastro al ristorante Baffo

Il sottosegretario Delmastro in Commissione antimafia. La vicenda Andrea Delmastro si sposta ora su un terreno ancora più delicato, quello della Commissione antimafia. Il sottosegretario alla Giustizia sarà infatti ascoltato nell’organo parlamentare in relazione alla sua partecipazione nella srl della figlia di Mauro Caroccia, nome già noto alle cronache giudiziarie e condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni. Al centro del caso c’è il ristorante “Bisteccherie d’Italia” di Roma e, soprattutto, la società “Le 5 Forchette”, che secondo quanto emerso dovrà ora essere esaminata sia sul piano politico sia su quello investigativo.

Le richieste avanzate dai partiti di minoranza sarebbero già state accolte ufficiosamente dalla presidente della Commissione, Chiara Colosimo. Il passaggio formale dovrebbe arrivare nel prossimo consiglio di presidenza, previsto tra martedì e mercoledì, quando verrà fissato un primo calendario di audizioni. La questione, insomma, è uscita dalla dimensione della polemica esterna ed è entrata in quella istituzionale, con la prospettiva di un approfondimento parlamentare destinato a pesare.

Il caso Delmastro arriva in Antimafia

Il punto più sensibile riguarda la partecipazione di Delmastro alla società. Secondo gli elementi ricostruiti finora, il sottosegretario deteneva il 25 per cento delle quote della srl “Le 5 Forchette”, mentre altre porzioni più ridotte risultavano in mano ad altri quattro esponenti piemontesi di Fratelli d’Italia. Amministratrice unica della società sarebbe Miriam Caroccia, diciottenne e figlia di Mauro Caroccia.

Ed è proprio questo incrocio tra politica, società privata e contesto familiare del ristoratore a rendere il caso così esplosivo. Nessuno dei politici risulta, allo stato, coinvolto nelle indagini. Ma il nodo politico non si scioglie affatto, perché il solo fatto che il sottosegretario alla Giustizia debba spiegare in Commissione antimafia i contorni della sua partecipazione societaria basta già a trasformare la vicenda in un problema per il governo.

Superata la parentesi referendaria, la posizione di Delmastro sarà inevitabilmente sottoposta a nuove valutazioni all’interno dell’esecutivo. Questo è il punto che a Palazzo Chigi viene osservato con maggiore attenzione: non tanto la polemica del giorno, quanto la tenuta politica del sottosegretario davanti a un caso che continua ad allargarsi.

Le indagini della Dda e il sospetto sull’intestazione fittizia

Parallelamente si muove la Direzione distrettuale antimafia di Roma, che ha aperto un fascicolo sulla genesi della società. L’ipotesi al centro degli accertamenti è quella dell’intestazione fittizia di beni in capo a Mauro Caroccia e alla figlia Miriam. Caroccia, detenuto, è già stato condannato in via definitiva a quattro anni per lo stesso reato. Ed è proprio questo precedente a rendere particolarmente pesante la nuova inchiesta.

Una delle direttrici investigative punta a ricostruire uno schema che gli inquirenti ritengono già emerso nell’inchiesta “Affari di famiglia”, quella che ha portato alla condanna definitiva di Caroccia il 19 febbraio. Secondo quella ricostruzione, per schermare la titolarità di uno dei ristoranti della catena avrebbero utilizzato anche la suocera, Rosetta Palmieri. Gli investigatori vogliono capire se nel caso della nuova società si sia riprodotto un meccanismo simile.

I soldi in contanti e i passaggi delle quote

L’altra pista seguita dal Nucleo valutario della Guardia di finanza riguarda invece la provenienza reale del denaro utilizzato per far nascere il nuovo ristorante. Un aspetto centrale, perché la sentenza definitiva su Caroccia descriveva il suo ruolo nell’agevolare il riciclaggio del boss Michele Senese, indicato come figura di riferimento di un sistema fondato sullo spaccio.

Nella stessa ordinanza compaiono anche altri nomi di peso della criminalità romana, come Ugo Di Giovanni, mentre le intercettazioni ricostruiscono frequentazioni del locale che allargano ulteriormente lo scenario. Tra queste compare anche quella del pregiudicato Marco Turchetta, indicato come anello di congiunzione tra il clan Senese e il mondo ultras della Lazio all’epoca di Fabrizio Piscitelli, detto “Diabolik”. Sempre secondo gli atti, Turchetta avrebbe persino suggerito quale contratto di sponsorizzazione utilizzare per gli spot nelle radio sportive.

A rendere ancora più opaco il quadro c’è poi il capitolo relativo alla nascita della srl. “Le 5 Forchette”, aveva ancora sede legale nello studio del commercialista di Biella Amedeo Paraggio, i soci hanno versato le quote in contanti. Anche questo passaggio è destinato a essere approfondito. Paraggio, oltre a essere professionista di riferimento, è anche assessore comunale al Bilancio per Fratelli d’Italia.

Delmastro in Commissione antimafia

Infine c’è la questione dell’uscita di Delmastro dalla società. Per disfarsi delle quote, il sottosegretario avrebbe seguito un percorso articolato: prima il trasferimento a un’altra sua società, la G&G, poi il successivo passaggio a quella di un’avvocatessa. Un meccanismo che ora gli inquirenti e la stessa Commissione antimafia analizzeranno con inevitabile attenzione.

La sostanza politica della vicenda è questa: Delmastro, pur non risultando indagato, si ritrova nel punto in cui si incrociano una società privata, un soggetto già condannato per intestazione fittizia, un’inchiesta della Dda e un imminente passaggio parlamentare in Commissione antimafia. Ed è proprio questo intreccio, più ancora delle singole carte, a rendere il caso potenzialmente devastante. Perché quando un sottosegretario alla Giustizia deve spiegare i propri rapporti societari attorno a un ristorante finito nel radar dell’antimafia, la questione non resta più confinata nelle cronache giudiziarie. Diventa un problema politico pieno.