Il monitor rimanda l’ultimo aggiornamento dei sondaggi di fine febbraio 2026, una polarizzazione che spacca il Paese a metà, alimentata da una pioggia di dark ads sui social che martellano i distretti elettorali più indecisi. Non è più un dibattito, è un assedio sensoriale. La strategia della destra è mutata nelle ultime settimane, facendosi più granulare, più subdola. Non si punta più solo alla promessa della velocità, ma si è passati alla fase della “democratizzazione del sospetto”. Ogni accento, ogni virgola della riforma viene presentata come l’abbattimento di un muro di Berlino giudiziario che, in realtà, esiste solo nelle grafiche sature di Instagram, di Tiktok e di Facebook.
Il cuore del paradosso, quello che deve essere sventrato, è la creazione dell’Alta Corte disciplinare. Sul piano dello studio dei media è un capolavoro di rebranding, poiché la presentano come il “Tribunale dei Giusti” che punirà le toghe che sbagliano. Ma basta grattare la vernice fresca per vedere la ruggine del controllo politico. In un sistema di pesi e contrappesi, l’Alta Corte sposta il baricentro fuori dalla magistratura per consegnarlo a un organo la cui composizione rischia di essere figlia di spartizioni parlamentari. È il lupo che si traveste da pecora per spiegare alle pecore che il pastore è il vero nemico. Eppure, sui social, il frame è opposto: “Chi controlla i controllori?”. Una domanda legittima che viene usata come un’arma impropria per giustificare l’invasione di campo della politica.
C’è poi il feticcio del sorteggio per i membri del CSM
La propaganda lo dipinge come la fine delle correnti, un colpo di spugna moralizzatore. È una bugia che brilla di luce propria perché solletica l’istinto anti-casta. La realtà tecnica è un’altra, ovvero che il sorteggio svuota di significato la rappresentanza e il merito, riducendo l’autogoverno della magistratura a una lotteria di Capodanno. Ma provate a spiegarlo in un video di quindici secondi mentre un leader politico mangia un panino e indica un magistrato che ha appena firmato un provvedimento sgradito. La velocità della comunicazione digitale ha ucciso la complessità. Il “Sì” diventa un gesto liberatorio, quasi un rito esorcistico contro un male oscuro, mentre i dati reali ci dicono che questa riforma non aggiungerà un solo cancelliere nei tribunali, né coprirà i buchi d’organico che sono la vera causa del collasso del sistema.
La contraddizione più feroce riguarda però la separazione delle carriere
Sui canali ufficiali della maggioranza si legge che “il giudice sarà finalmente terzo”. È una suggestione potente. Peccato che l’articolo 111 della Costituzione preveda già che il giudice sia terzo e imparziale. Il problema non è la vicinanza fisica tra ufficio del PM e ufficio del GIP nello stesso corridoio, ma la carenza di risorse per la difesa. Ma parlare di fondi per il gratuito patrocinio non porta clic. Dire che il PM deve diventare un corpo separato, trasformandolo di fatto in un super-poliziotto che risponderà inevitabilmente a logiche meno giurisdizionali e più securitarie, è un messaggio che “buca”. Si vende l’isolamento del PM come una garanzia per il cittadino, quando in realtà è l’inizio della sua trasformazione in un braccio armato dell’accusa meno vincolato alla ricerca della verità anche a favore dell’indagato.
Siamo immersi in una narrazione che usa i fallimenti del presente per giustificare un salto nel buio istituzionale. La destra ha occupato lo spazio del disagio sociale, nel senso che se la giustizia non funziona, la colpa è dei magistrati “politicizzati”, non di trent’anni di tagli lineari e riforme monche. È una tecnica di diversione di massa. Si sposta il mirino dal “che cosa fare” al “chi colpire”. L’articolo di legge diventa un patibolo mediatico. E mentre le opposizioni faticano a trovare un linguaggio che non sia un freddo legalismo da convegno, la macchina del “Sì” macina consensi parlando alla pancia di chi ha subito un torto, vero o presunto, promettendo una vendetta che chiama riforma.
Febbraio 2026 rimarrà nei manuali di comunicazione come il mese in cui la Costituzione è diventata un contenuto virale, spogliata della sua funzione di garanzia per diventare un oggetto di merchandising politico. La verità è che non si vota su un modello di giustizia, ma sulla sopravvivenza di un’idea di indipendenza che molti, al potere, considerano un fastidio. Il referendum è l’ultima stazione di un treno che corre verso un modello di democrazia dove il controllo di legalità deve essere “gentile” con chi governa. E se per arrivarci bisogna raccontare che i processi diventeranno veloci come un clic, beh, la propaganda non si è mai fatta troppi scrupoli morali.
Manca poco meno di un mese al voto
Il rumore di fondo delle notifiche copre il silenzio delle aule giudiziarie vuote per mancanza di personale. Chissà se l’elettore, nel segreto dell’urna, cercherà la velocità promessa o se si accorgerà che, a furia di separare carriere, stiamo separando la giustizia dalla realtà. Vedremo.
di Gianfranco Donadio







