Meloni alza la voce: «I giudici bloccano il governo». Giustizia, migranti e guerra nel discorso più duro della premier

Giorgia Meloni sceglie la televisione amica di Rete4 per tornare a fare quello che, in questa fase, considera evidentemente necessario: alzare il tono contro la magistratura, blindare la linea del governo su immigrazione e sicurezza, prendere le distanze dal conflitto con l’Iran senza incrinare l’asse con gli alleati e, insieme, mandare un segnale interno alle famiglie e alle imprese preoccupate per il possibile effetto domino della crisi sui prezzi. Il risultato è un intervento molto politico, dove tutto tiene insieme tutto: giudici, migranti, antagonisti, bambini affidati ai servizi sociali, guerra, benzina, energia e terrorismo. E soprattutto dove il bersaglio polemico è chiaro: non solo l’opposizione, ma anche quei pezzi dello Stato che, secondo la premier, starebbero ostacolando l’azione dell’esecutivo.

La frase destinata a restare è quella con cui Meloni rimette al centro la riforma della giustizia come chiave per sbloccare dossier che, in teoria, sembrerebbero appartenere ad altri ministeri. «Se non partiamo dalla base, non possiamo risolvere i problemi. Sono convinta che la riforma della giustizia interviene anche su materie come immigrazione e sicurezza». È il cuore del ragionamento politico della presidente del Consiglio: la giustizia non è una materia separata, tecnica, autonoma dal resto, ma il punto in cui il governo misura la possibilità concreta di tradurre il consenso in potere effettivo.

Per spiegarsi, Meloni individua tre livelli che dovrebbero marciare insieme. Il primo sono le leggi «messe a disposizione» dal governo. Il secondo è il lavoro delle forze dell’ordine. Il terzo, dice, è la «magistratura che faccia rispettare le leggi». Se uno di questi tre anelli si spezza, «il meccanismo si inceppa». Ed è proprio lì che la premier colloca il suo atto d’accusa. Non un conflitto astratto con le toghe, ma la denuncia di una catena decisionale che, nella sua lettura, si blocca proprio quando si arriva al passaggio giudiziario.

Gli esempi scelti non sono casuali. Meloni cita le «devastazioni dei centri sociali a Roma e a Torino», lamentando che «non c’è stato nessun seguito giudiziario» e che «addirittura i giudici hanno annullato il Daspo fatto agli antagonisti». Il messaggio è trasparente: lo Stato interviene, la polizia agisce, il governo produce norme, poi però arriva una parte della magistratura e tutto si svuota. È una narrazione che alla destra funziona da sempre, ma che in questa fase la premier esaspera e porta a un livello ulteriore, perché non la usa solo contro singole sentenze: la usa per giustificare la necessità strutturale della riforma.

Il secondo fronte è ancora più esplosivo, quello dell’immigrazione. Qui Meloni torna a evocare «continue interpretazioni forzate delle norme per impedirci di governare il fenomeno». La formula è pesante, perché suggerisce non solo un dissenso tecnico o culturale, ma quasi un’intenzionalità politica: non giudici che interpretano diversamente, ma giudici che impediscono deliberatamente al governo di fare ciò per cui ha ricevuto mandato dagli elettori. È la vecchia teoria del conflitto tra volontà popolare e contropoteri, tradotta in linguaggio televisivo e resa ancora più concreta da un caso specifico.

La «novità» annunciata in trasmissione riguarda infatti, racconta la premier, il mancato trattenimento in Albania di «un altro immigrato stupratore di minore, condannato per violenza sessuale su un minore». Meloni sceglie parole fortissime, quasi costruite per generare indignazione immediata: «Cioè a un pedofilo che entra illegalmente in Italia, e stupra un minore, io non lo posso trattenere, non lo posso rimpatriare, e rischio perfino che i giudici gli diano la protezione internazionale». In una sola frase si concentrano i nuclei ideologici più potenti della sua narrazione: illegalità, violenza sessuale, minori, impotenza dello Stato, garantismo deformato, giudici lontani dal sentire comune.

Il passaggio successivo è ancora più politico: «Gli stessi che sono così comprensivi con i criminali stranieri magari poi usano il pugno duro con chi si difende da una rapina in casa». Qui Meloni non si limita più a contestare una singola decisione. Costruisce un’immagine complessiva della magistratura come soggetto sbilanciato, indulgente verso il crimine e severo verso i cittadini comuni. È una semplificazione potentissima, perché parla direttamente all’elettorato che avverte da tempo la giustizia come distante, ideologica, selettiva. E non a caso la premier la usa nel momento in cui sta cercando di saldare il consenso su sicurezza, immigrazione e riforme istituzionali.

Ma l’offensiva contro i giudici non si ferma lì. Meloni interviene anche sul caso della cosiddetta famiglia nel bosco, quello dei tre bambini affidati ai servizi sociali. Il tema è delicatissimo, perché tocca minori, fragilità sociali e decisioni giudiziarie su cui, in teoria, la politica dovrebbe muoversi con cautela. Lei invece decide di entrare a gamba tesa. «A me lascia senza parole perché si era deciso di affidare ai servizi sociali questi tre bambini che vivevano con i genitori nella natura ma almeno stavano ancora con la madre. Adesso si è deciso di allontanare la madre dalla struttura protetta e io penso che questa sia una decisione che non penso che faccia stare meglio questi bambini». La costruzione è volutamente empatica: i bambini, la madre, il trauma.

Poi arriva l’affondo vero. «Penso che infligga loro un altro pesantissimo trauma e qui io penso che siamo oltre perché noi dobbiamo assistere inermi a queste decisioni che sono, secondo me, figlie anche di letture ideologiche». È una frase gravissima sul piano istituzionale, perché attribuisce a una decisione giudiziaria una matrice ideologica in un campo, quello della tutela dei minori, dove il sospetto di politicizzazione pesa ancora di più. E infatti Meloni rafforza subito il messaggio annunciando che «il ministro Nordio sta mandando un’ispezione». Non è solo commento. È intervento politico.

Sul fronte internazionale, invece, la linea è molto più calibrata. La premier sa che l’Italia non può apparire né trascinata nel conflitto né frontalmente ostile agli Stati Uniti e a Israele. Così costruisce una posizione di equilibrio complicato: linguaggio prudente, riconoscimento del caos e rifiuto di pronunciarsi in modo netto sull’intervento militare. «Noi dobbiamo fare i conti con un quadro nel quale sono oggettivamente saltate le regole del diritto internazionale». È una diagnosi severa, ma subito dopo Meloni precisa che questo sfondamento delle regole non nasce oggi. A suo dire la crisi è diventata strutturale già con l’invasione dell’Ucraina, quando si è vista tutta l’anomalia di un membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu che invade un Paese vicino.

Quando le viene chiesto se condivida o condanni l’intervento militare di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran, la risposta è costruita per non scontentare nessuno ma anche per non esporsi troppo. «Proprio perché non sono afona, risponderei nessuno dei due». È una formula che sembra quasi un gioco di equilibrio semantico, ma in realtà rivela il punto politico essenziale: Meloni non vuole farsi trascinare né nel campo dei giustificazionisti né in quello dei censori. Rivendica di non avere «gli elementi necessari» per una posizione categorica e osserva che, al netto del premier spagnolo, nessun altro leader europeo ha condannato l’iniziativa, così come nessuno sta partecipando al conflitto.

La sostanza della linea italiana è dunque questa: capire senza aderire, restare nel perimetro occidentale senza farsi arruolare, proteggere gli interessi nazionali senza assumere posture da potenza. Meloni conferma infatti che «l’Italia non è parte del conflitto, non intende essere parte del conflitto». Il rafforzamento della presenza italiana nei Paesi del Golfo attaccati dall’Iran con missili e droni, spiega, ha «solo scopo difensivo». La scelta nasce dalla necessità di proteggere «le decine di migliaia di italiani che sono presenti nell’area», oltre ai contingenti militari italiani, circa duemila soldati dislocati nella regione.

Qui la premier si muove con abilità, perché lega la prudenza militare a due argomenti molto forti: la tutela dei connazionali e la difesa degli interessi energetici. I Paesi del Golfo, ricorda, sono nazioni con cui l’Italia ha «ottimi rapporti» e che risultano «vitali» per gli interessi energetici italiani. In altre parole: niente guerra, ma massima attenzione a una regione da cui passano sicurezza, gas, petrolio, equilibrio strategico e protezione dei nostri uomini. È una postura da governo pragmatico, che non vuole fare l’ideologo della geopolitica ma neppure il vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro.

Il punto più realistico del ragionamento arriva quando Meloni ammette che, anche senza entrare nel conflitto, l’Italia rischia comunque di esserne investita. «Chiaramente l’Italia rischia comunque di essere coinvolta soprattutto dalle conseguenze del conflitto, sia sul piano della sicurezza interna soprattutto, sia ovviamente sul piano economico». E qui il discorso si sposta subito sul portafoglio degli italiani, cioè sul terreno su cui qualsiasi guerra lontana diventa immediatamente vicina.

La premier annuncia allora una serie di contromisure contro possibili speculazioni. Sul fronte energetico, spiega, l’Autorità dell’energia ha già attivato una task force e i primi report sul prezzo del gas dovrebbero arrivare a breve. Sul piano dei prezzi al consumo, entra in scena il ministro Urso con il solito “Mister Prezzi”, il sistema di monitoraggio pensato per verificare che non si producano aumenti ingiustificati soprattutto su benzina e generi alimentari. È il linguaggio dell’amministrazione che prova a dare un messaggio di presidio: sappiamo che il rischio c’è, stiamo guardando, non lasceremo che la crisi diventi una mangiatoia per i furbi.

La questione carburanti è quella politicamente più sensibile. Per questo Meloni apre alla possibilità di attivare il meccanismo delle cosiddette accise mobili. Ricorda che si tratta di uno strumento esistente dal 2008, reso più efficace dal governo nel 2023, e lo descrive in modo semplice: se i prezzi dovessero aumentare in modo stabile, una parte del maggiore gettito Iva generato dall’aumento potrebbe essere usata per calmierare i prezzi riducendo le accise.

È interessante che la premier citi esplicitamente anche la proposta dell’opposizione, in particolare quella avanzata da Elly Schlein, quasi a voler disinnescare il tema rivendicando di essere già al lavoro sulla stessa leva. Ma il messaggio vero è un altro: «Sono molto determinata a fare quello che posso per evitare che la speculazione sfrutti la crisi sulla pelle delle famiglie e delle imprese». È una frase da capo del governo che vuole mostrarsi non spettatrice della crisi ma barriera contro i suoi effetti più impopolari.

C’è poi il tema sicurezza interna, che nel discorso di Meloni torna come un ritornello costante. La premier prova a rassicurare: «Non ci sono particolari allarmi». Ma subito aggiunge che, «a scopo di prevenzione», il Comitato Antiterrorismo e il Comitato Nazionale Difesa e Sicurezza sono convocati praticamente a oltranza. Si riuniscono continuamente, dice, perché in queste situazioni «è sempre meglio prevenire». Anche qui il linguaggio è calibrato: niente allarmismo, ma massima mobilitazione. Nessuna emergenza dichiarata, ma macchina della sicurezza già in moto.

Nel complesso, l’intervento di Meloni a Fuori dal coro fotografa molto bene la fase politica. La premier sente che il contesto internazionale può diventare una trappola: se il conflitto si allarga, l’Italia pagherà il prezzo in termini di energia, sicurezza, tensione sociale e nervosismo economico. Per questo prova a occupare contemporaneamente più posizioni. Ferma contro i giudici, per parlare al suo elettorato. Prudente sulla guerra, per non impantanarsi. Attiva sui prezzi, per non lasciare il malcontento alle opposizioni. Protettiva sulla sicurezza, per non dare l’idea di un governo colto di sorpresa.

Ma il vero filo rosso dell’intervista è un altro: la convinzione che il governo, anche quando ha il consenso, non riesca davvero a governare fino in fondo perché incontra resistenze interne al sistema. I giudici che annullano, che non convalidano, che interpretano, che ostacolano. I servizi e i tribunali che decidono sui minori. Gli assetti internazionali che rendono impossibile una posizione netta. I mercati che rischiano di trasformare una crisi geopolitica in un salasso per famiglie e imprese. Tutto, nel racconto della premier, sembra concorrere alla stessa tesi: senza una riforma dei meccanismi profondi dello Stato e senza una catena di comando che funzioni davvero, la politica resta azzoppata.

È un messaggio che servirà a compattare la sua maggioranza e a preparare i prossimi scontri sulla giustizia. Ma è anche un messaggio che apre un conflitto istituzionale sempre più esplicito. Perché dire che «i giudici ci impediscono di governare» non è una lamentela estemporanea da talk show. È una dichiarazione di guerra politica a una parte della magistratura. E quando a pronunciarla è la presidente del Consiglio, non resta confinata nello studio televisivo. Entra direttamente nel cuore del sistema.