Tra sondaggi meno favorevoli, il prezzo della benzina che sale e una campagna che fatica a scaldare il Paese, Fratelli d’Italia cerca ossigeno nel pop. La canzone di Sal Da Vinci può diventare la colonna sonora del “sì”, mentre Lega e Forza Italia inseguono il consenso tra famiglie simbolo, treni brandizzati e testimonial reclutati in extremis.
Quando la politica resta senza parole, spesso si mette a cantare. La destra, in piena campagna referendaria, sembra aver trovato più conforto in un ritornello che in una vera idea di mobilitazione. La scena è questa: Giorgia Meloni, dopo una giornata di telefonate internazionali sulla crisi in Medio Oriente, trova il tempo per chiamare Sal Da Vinci, fresco vincitore di Sanremo con “Per sempre sì”. Una battuta della premier rischia di trasformarsi subito in linea politica: la tua canzone è un regalo per il referendum.
“Per sempre sì”: il tormentone dell’Ariston trasloca nei comizi di Fratelli d’Italia
L’idea, dentro via della Scrofa, viene presa maledettamente sul serio. Il tormentone dell’Ariston è già immaginato come la colonna sonora dei comizi finali. Il primo grande appuntamento a Milano, al Teatro Parenti, si annuncia più simile a uno show che a una manifestazione: in scaletta giuristi, volti noti e testimonial. Attorno alla premier verrà costruita una cornice da grande evento: mancano solo le luci giuste, poi il passo tra palco politico e varietà del consenso è compiuto.
Se una maggioranza che controlla Palazzo Chigi e i ministeri sente il bisogno di appoggiarsi a una canzone sanremese, significa che qualcosa non sta funzionando. Non basta avere la premier in campo se il messaggio non scalda; non basta agitare la bandiera della riforma se poi serve il pop melodico per renderla memorabile.
Sondaggi in calo e benzina alle stelle: perché la destra ha paura del Referendum
I segnali non sono incoraggianti. I sondaggi, che mesi fa davano un vantaggio ampio al “sì”, si sono fatti meno generosi. La campagna fatica a decollare e il nervosismo cresce. Meloni deve gestire i dossier internazionali e l’aumento della benzina, cercando contemporaneamente di rianimare un referendum che il Paese reale sembra ignorare.
La telefonata a Sal Da Vinci è il sintomo di una campagna che ha bisogno di leggerezza perché da sola non vola. Il ritornello “Per sempre sì” è politicamente irresistibile: semplice, immediato, facile da memorizzare per chi della riforma sa poco o nulla. Ma quando una riforma ha bisogno del karaoke per farsi notare, il dubbio è che il problema sia la sostanza.
Da Sabino Cassese ai post di Lollobrigida: l’operazione “simpatia” di via della Scrofa
Nel quartier generale di FdI la faccenda è gestita con furbizia. Francesco Lollobrigida ha già iniziato a piazzare strofe della canzone sotto i suoi post Instagram. Per l’evento di Milano si prepara una maratona di quattro ore: l’obiettivo è mischiare il peso di giuristi come Sabino Cassese con la popolarità dei VIP, per tenere insieme serietà e spettacolo.
Tuttavia, questa operazione nasce in un clima tutt’altro che trionfale. Il coinvolgimento diretto di Arianna Meloni nella macchina organizzativa e il pressing sui governatori dimostrano che il rischio di una campagna “tiepida” è concreto. Il “sì” musicale di Sal Da Vinci serve a coprire un vuoto, una toppa brillante su una stoffa che comincia a tirare.
I treni di Forza Italia e il “caso del bosco” di Salvini: la corsa ai testimonial
Mentre la premier prova a salire sul palco del pop, gli alleati cercano scorciatoie. La Lega punta sul “caso della famiglia nel bosco”, che Matteo Salvini intende visitare trasformando una vicenda privata in un simbolo utile alla propaganda. Forza Italia risponde con la “Freccia per il sì”: treni brandizzati per portare i militanti agli eventi conclusivi. Una trovata da vecchia politica organizzativa che spera di colmare l’assenza di entusiasmo spontaneo.
Anche gli azzurri cacciano volti riconoscibili: spunta il nome di Beppe Signori, mentre Giorgio Mulè alza i toni accusando chi vota “no” di voler conservare un retaggio fascista. Esasperare il quadro serve a dare una scossa a una partita che resta troppo fredda.
Effetto Karaoke: quando il marketing politico sostituisce i contenuti
In mezzo a tutto questo c’è Meloni, perno e paradosso dell’operazione. La sua centralità rivela il carattere personalizzato della sfida: non basta il governo, serve il suo volto, la sua voce, il suo gusto per il richiamo popolare. La campagna scivola verso un modello in cui il consenso si insegue con simboli facili da consumare.
Il contatto con Sal Da Vinci funziona perfettamente in questa logica: c’è Napoli, c’è Sanremo, c’è il sentimento. È marketing politico allo stato puro. FdI ha bisogno di una canzone per far girare la sua campagna, segno che il terreno è meno solido di quanto si racconti.
Giustizia o playlist? L’ansia della destra al rush finale
Alla fine, la fotografia di questa volata è quasi spietata. C’è una premier che gestisce crisi internazionali e, contemporaneamente, deve occuparsi della playlist dei comizi. Ci sono partiti che vanno a caccia di vagoni brandizzati, ex campioni del pallone e canzoni da stadio invece di discutere il merito delle riforme.
Boschi, treni, social, VIP e karaoke. La destra arriva al traguardo con l’ansia di chi sente che il messaggio non cammina da solo. Lo accompagna con la musica, sperando che il ritornello entri nella testa della gente. Resta da capire se basti un jingle per coprire le crepe di una campagna nata come prova di forza e diventata, giorno dopo giorno, una gigantesca operazione di animazione.







