A Milano, dove la politica ama travestirsi da società civile e la società civile spesso finisce per fare politica senza dichiararlo subito, il nome nuovo che comincia a girare nei corridoi del centrodestra è uno di quelli che non passano inosservati. Giulia Ligresti. Non una consigliera di zona in cerca di visibilità, non una manager pescata all’ultimo per fare colore civico, ma la figlia di Salvatore Ligresti, uno dei cognomi più pesanti e divisivi della storia economica milanese. E proprio per questo un nome che, se davvero dovesse entrare in partita per Palazzo Marino, avrebbe il potere di incendiare la campagna ancora prima di cominciare.
La suggestione politica nasce in un momento molto particolare per lei. Giulia Ligresti esce infatti rafforzata, almeno sul piano pubblico e simbolico, dalla sentenza con cui la Corte d’Appello di Milano ha respinto il ricorso della Procura Generale e dell’Avvocatura dello Stato, riconoscendo che nel 2013 fu vittima di un errore giudiziario nell’inchiesta sul caso Fonsai. Un passaggio per lei decisivo non soltanto sul piano economico, con l’aumento dell’indennizzo già disposto nel 2025, ma soprattutto sul piano dell’onore e della narrazione. Perché dopo anni di processi, Appelli, Cassazioni e ricostruzioni, Ligresti rivendica di aver finalmente ottenuto quella che considera una piena restituzione pubblica.
“Quattro processi in Appello, tre in Cassazione e ora, finalmente, una sentenza con tutti i puntini sulle i. Sono commossa, felice, avrei voluto abbracciare i giudici, ho potuto abbracciare solo i miei avvocati Massimo Rossi e Pamela Picasso”, dice. Non parla come una donna che ha solo chiuso un contenzioso. Parla come una persona che sente di essersi ripresa una legittimità perduta. E questo, in politica, conta più di molti programmi.
Nel suo racconto, il punto centrale della sentenza è chiarissimo: il patteggiamento del 2013 non fu una libera scelta ma, sostiene, il risultato di una pressione cautelare feroce. “La sentenza riconosce che il mio patteggiamento fu il risultato di una pressione cautelare intensa. La parola pressione è il contrario di una scelta libera: mi ero ritrovata di colpo in carcere, separata dai miei tre figli, di cui uno piccolo; mia sorella era in carcere, mio padre ai domiciliari, mio fratello al riparo in Svizzera e io ero senza documentazione, senza neanche carta e penna, in pieno agosto. Come potevo organizzare una difesa adeguata?”. È un racconto politico oltre che giudiziario, perché rimette al centro il tema dell’abuso della custodia cautelare, uno dei cavalli di battaglia del centrodestra.
Ligresti insiste anche su un altro punto, per lei persino più importante. “Patteggiare non è segno di colpevolezza: io patteggiai perché il metodo è che esci se patteggi”. E ancora: “Questa sentenza scrive che l’errore giudiziario è integralmente riconducibile alla consulenza tecnica gravemente errata disposta dai pm e non alle mie dichiarazioni”. In sostanza, non solo rivendica di essere stata travolta da una macchina giudiziaria sbagliata, ma ottiene adesso una pronuncia che le consente di ribaltare l’etichetta di imputata eccellente in quella di vittima di un errore dello Stato. È un passaggio che nel clima politico attuale, soprattutto nel centrodestra, vale quasi come un’investitura morale.
Ed è qui che il suo nome entra nel radar di Palazzo Marino. Perché Milano, da anni, è il grande trofeo che il centrodestra non riesce a riprendersi davvero. Servirebbe un volto noto, con agganci forti nel mondo dell’impresa e della città profonda, ma capace anche di parlare una lingua non interamente di partito. Ligresti, da questo punto di vista, ha un profilo che intriga. È nota, viene da una famiglia che ha segnato la Milano del potere economico, ha un racconto personale di caduta e riscatto, si presenta come designer e come persona impegnata in viaggi umanitari. E soprattutto non appare, almeno per ora, consumata da anni di militanza politica tradizionale.
Lei, del resto, non chiude affatto la porta. Alla domanda sulla possibile candidatura risponde con una formula che, in politica, è già mezza apertura: “Leggo sui giornali di chat in cui si parla di me, ma di cui non so nulla. Io ho sempre detto che mi piacerebbe fare qualcosa per la mia città e il mio Paese. Ma tra il lavoro di designer e i viaggi umanitari non so quanto un simile impegno potrebbe conciliarsi con la mia vita”. Non è un no. Non è nemmeno un sì. È il classico linguaggio di chi lascia sedimentare il nome e misura le reazioni.
E infatti le reazioni nel centrodestra non sarebbero affatto neutre. L’ipotesi, da quanto filtra, tenta soprattutto una parte di Forza Italia e l’area di Fratelli d’Italia più vicina a Ignazio La Russa. Il legame storico tra La Russa e Salvatore Ligresti non è mai stato un mistero, e l’idea di una candidatura che unisca mondi milanesi tradizionali, moderatismo borghese e una certa destra cittadina di relazioni non dispiace a chi pensa che Milano non si riconquisti con un tribuno da talk show ma con un nome capace di stare nelle stanze giuste.
Il problema è che una candidatura del genere aprirebbe subito almeno tre fronti. Il primo è interno a Fratelli d’Italia: Giorgia Meloni sarebbe davvero pronta a benedire una figura così poco “sua”, così milanese, così legata a un sistema di relazioni che non nasce certo a Colle Oppio? Il secondo è dentro Forza Italia: tutti sarebbero disposti a convergere su un cognome ingombrante ma non controllabile fino in fondo? Il terzo, forse il più esplosivo, riguarda la Lega. Perché Milano è da sempre terreno sensibilissimo per il Carroccio, e immaginare che accetti senza problemi una candidata cresciuta nel mondo Ligresti significa non conoscere abbastanza il centrodestra lombardo.
C’è poi un’altra faccia della vicenda, meno politica ma non meno importante. Ligresti punta molto sul riconoscimento dei danni biologici, esistenziali, morali e reputazionali. “Questo è il vero punto. Prima dell’arresto, ero nel mondo dell’impresa, delle istituzioni, svolgevo attività umanitarie ed ero appena rientrata da Gaza. Ma negli atti, si parla di comportamento criminale e particolare devianza: parole lette da migliaia di persone. La diffamazione è stata massiva”. È un passaggio decisivo, perché prova a ricostruire la propria figura pubblica non solo come assolta, ma come persona cui è stata strappata una reputazione. In altre parole, non soltanto innocente: danneggiata.
Anche la scelta di destinare l’indennizzo ad attività benefiche va letta dentro questa strategia di riposizionamento. “Andranno a padre Sibi, in India, perché i suoi bambini hanno bisogno di scarpe e divise, e alla fondazione Realmonte per i Maristi blu in Siria, per i bambini e una sartoria che dà lavoro alle donne”. È una risposta che serve a consolidare una certa immagine di sé: non la rampolla viziata che una parte del racconto giudiziario e mediatico le aveva cucito addosso, ma una donna che rivendica sensibilità sociale, impegno e distanza dal cliché mondano del cognome.
Naturalmente tutto questo non basta ancora a fare una candidatura. Perché Milano è una città feroce, classista in modo sofisticato, moralista a corrente alternata. Ed è una città che sul nome Ligresti non reagirebbe in modo neutro. Per una parte dell’elettorato moderato potrebbe rappresentare un ritorno a una certa Milano della sostanza, del potere economico, del fare. Per un’altra parte sarebbe invece il simbolo perfetto di un passato che non si vuole rivedere. E il centrosinistra, se la candidatura prendesse quota, avrebbe gioco facilissimo nel trasformare il voto in un referendum su un cognome più che su un programma.
Ma proprio qui sta il fascino dell’operazione. Perché nel centrodestra milanese, logorato da nomi consumati, veti incrociati e leadership non risolte, una figura come Giulia Ligresti può apparire insieme azzardata e seducente. Ha una storia forte, una ferita pubblica da rovesciare in narrazione politica, una riconoscibilità immediata e quella quota di imprevedibilità che in una campagna per Milano può diventare un vantaggio. Soprattutto se l’obiettivo è sparigliare, più che amministrare.
La verità, per ora, è che il suo nome circola perché manca ancora il nome vero. E quando in una coalizione cominciano a spuntare figure laterali ma pesanti, vuol dire che il cantiere è tutt’altro che chiuso. Giulia Ligresti può restare una suggestione, un ballon d’essai, una carta agitata per testare reazioni e rapporti di forza. Oppure può diventare qualcosa di più. Dipenderà da cosa vorrà fare lei, ma soprattutto da quanto il centrodestra avrà voglia di scegliere una candidata che non nasce dal partito ma da una storia.
E a Milano, come sempre, le storie contano quasi più delle sigle.







