Meta e dati elettorali in Italia, l’inchiesta di Report scuote il Garante: “Fermata una maxi multa da 75 milioni”

Meta

Una raccolta massiva di dati, un intervento urgente richiesto e mai davvero attuato, una maxi multa prima proposta e poi affossata. Il caso Meta torna a far discutere a distanza di quasi tre anni dalle elezioni politiche del 2022, e lo fa con il peso di un’inchiesta destinata a riaprire un fronte delicato: quello dell’influenza digitale sul voto.

Secondo quanto anticipato da Il Fatto Quotidiano e al centro della nuova puntata di Report, nell’agosto del 2022 il colosso americano avrebbe “raccolto e trattato dati degli utenti italiani legati alle interazioni con contenuti elettorali”. Un’attività che avrebbe coinvolto oltre sei milioni e mezzo di utenti attraverso la funzione EDI (Election Day Information) attiva su Facebook e Instagram.

Raccolta dati elettorali e allarme interno al Garante

La questione non sarebbe rimasta confinata ai server di Meta. Il dipartimento tecnico del Garante per la Privacy, una volta emersa la portata dell’operazione, avrebbe chiesto un blocco immediato dell’attività. Un intervento ritenuto necessario per evitare la diffusione e l’aggregazione di dati sensibili legati alle preferenze politiche degli utenti.

Ma proprio in quel passaggio si sarebbe consumata una frattura interna. Secondo quanto riportato, i membri del collegio Guido Scorza e Agostino Ghiglia avrebbero frenato la procedura, chiedendo di attendere un coordinamento con le autorità europee. Una scelta che, di fatto, avrebbe rallentato l’azione e impedito un intervento immediato.

Il nodo, però, non si sarebbe sciolto nei mesi successivi. Anzi, nel 2023, con le elezioni regionali, il problema si sarebbe ripresentato in modo simile. In quel caso i tecnici riuscirono a ottenere un provvedimento d’urgenza per impedire a Meta la condivisione dei dati con terzi, ma il confronto sulla sanzione si trasformò in un nuovo terreno di scontro.

La maxi multa ridotta e poi bloccata

La proposta iniziale parlava chiaro: una sanzione da 75 milioni di euro. Una cifra significativa, poi ridimensionata a 25 milioni. Ma neanche quella versione “alleggerita” avrebbe trovato consenso. Sempre secondo l’inchiesta, sia Scorza che Ghiglia avrebbero votato contro il provvedimento, contribuendo a fermare di fatto la multa.

Un passaggio che, se confermato, aggiunge un elemento politico-istituzionale a una vicenda già complessa, in cui il tema della tutela dei dati personali si intreccia con quello, ancora più sensibile, della trasparenza democratica.

Il filtro sui contenuti politici e i sospetti di asimmetria

A rendere il quadro ancora più controverso è un altro elemento emerso dall’inchiesta. Nel 2021 Meta aveva introdotto un filtro per limitare la visibilità dei contenuti politici, dichiarando successivamente di averlo rimosso per tutti nel 2025. Tuttavia, un’analisi interna attribuita a tecnici del Partito Democratico suggerirebbe uno scenario diverso.

Secondo questi dati, il filtro sarebbe stato disattivato già nel novembre 2024, in coincidenza con la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti. I grafici mostrati a Report indicherebbero inoltre un effetto non neutrale: la rimozione avrebbe favorito prevalentemente contenuti riconducibili alla destra antieuropeista.

Un’accusa pesante, che introduce il tema dell’eventuale influenza algoritmica nel dibattito pubblico e, indirettamente, nei processi elettorali.

Meta, dal canto suo, respinge ogni ricostruzione. L’azienda sostiene di non raccogliere dati politici e nega qualsiasi intervento asimmetrico nella gestione dei contenuti. Una linea difensiva netta, che però dovrà confrontarsi con i documenti e le testimonianze portate alla luce dall’inchiesta.

Nel frattempo, il caso riapre una domanda che resta sospesa: quanto peso possono avere oggi le piattaforme digitali nella formazione del consenso politico?