Che cosa ci fa un ministro della Difesa in un’area ad altissima tensione mentre Stati Uniti e Israele colpiscono l’Iran? E perché, nel pieno di un’escalation che coinvolge il Golfo, si collega a una riunione di governo con un iPhone, dispositivo civile notoriamente vulnerabile a intercettazioni e intrusioni? La sequenza degli eventi che riguarda Guido Crosetto non è solo materia di polemica politica: è una questione di metodo, di opportunità e di percezione internazionale.
Il ministro si trovava negli Emirati Arabi Uniti quando la situazione è precipitata. Sostiene di essere partito per una missione istituzionale e che «le informazioni disponibili non lasciavano presagire una tale accelerazione». Poi, quando ha compreso che «ci sarebbe potuto essere anche un attacco agli Emirati Arabi Uniti», ha deciso di riportare in Italia la famiglia. Fin qui la versione ufficiale.
Ma il nodo non è solo la tempistica. È la gestione. In un momento in cui il Medio Oriente brucia, il titolare della Difesa italiana si collega al Consiglio dei ministri da Dubai con uno smartphone. In un’epoca in cui la sicurezza delle comunicazioni è parte integrante della sicurezza nazionale, l’immagine che passa è quella di un improvvisato collegamento domestico più che di una catena di comando blindata.
Crosetto rivendica normalità e trasparenza. «Io non sono andato di nascosto», dice, spiegando di aver utilizzato voli civili senza scorte «anche quando avevo sulla testa una taglia Wagner». E quando è rientrato con un velivolo militare, ha annunciato di aver «bonificato al Comando del 31esimo stormo un importo triplo rispetto a quello che prevede la tariffa». La tariffa ospite è di 1.500 euro. Lui ha pagato 5.000.
Il problema è che la cifra simbolica versata non coincide con il costo reale dell’operazione. Un volo di Stato in Italia costa in media 28.000 euro a tratta, secondo i dati ufficiali del 2025 della Presidenza del Consiglio. Si può scendere a 13.000 euro per tratte brevi, ma per missioni più lunghe la spesa sale rapidamente, fino a cifre ben superiori. Il Gulfstream G550 dell’Aeronautica non è un taxi di lusso: è un assetto strategico, con equipaggio, carburante, pianificazione operativa e costi strutturali che non si coprono con un bonifico individuale.
Il punto politico non è se Crosetto abbia pagato più del dovuto per la sua quota personale. È se fosse opportuno trovarsi lì in quel momento. È se sia accettabile che il ministro della Difesa di un Paese membro della NATO si ritrovi “bloccato” in un’area a rischio mentre esplode una crisi militare. È se la comunicazione istituzionale possa passare attraverso un telefono cellulare civile in un contesto che richiederebbe canali protetti.
L’opposizione parla di dimissioni. Il ministro replica con durezza: «Sono preoccupati della mia salute, ma poi fanno polemiche inventate. Non meritano la fatica che ho dedicato al servizio della nazione». Ma al di là delle frasi, resta un’impressione che pesa più dei numeri: quella di una gestione leggera in un momento che leggero non è.
La Difesa è il cuore della credibilità internazionale di un Paese. Ogni gesto, ogni spostamento, ogni collegamento conta. Quando la narrazione pubblica scivola dal piano strategico a quello dei meme sul “ministro bloccato a Dubai”, il problema non è l’ironia della rete. È l’immagine istituzionale che si incrina.
E in un mondo dove la deterrenza si gioca anche sulla percezione di serietà, la sensazione che trapela è pericolosa: più che una cabina di regia, sembra una compagnia di dilettanti allo sbaraglio.







