Il 22 e 23 marzo gli italiani tornano alle urne per un referendum costituzionale in materia di giustizia. È un referendum “confermativo”: si vota per confermare o respingere una legge costituzionale già approvata dal Parlamento e, a differenza dei referendum abrogativi, non è previsto un quorum di partecipazione: conta solo chi vota e come vota.
La riforma su cui si vota, spesso chiamata “riforma Nordio” nel dibattito pubblico, interviene su alcuni pilastri dell’assetto costituzionale della magistratura: tra i punti centrali ci sono la separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti (pubblici ministeri e giudici), la revisione della governance e delle modalità di scelta di componenti degli organi di autogoverno, e l’istituzione di una Alta Corte disciplinare per la magistratura.
Dentro questo voto c’è qualcosa che va oltre il tecnicismo
Infatti, i dati demoscopici delle ultime settimane raccontano un fatto politico netto: per il referendum sulla giustizia, tra i più giovani il “No” è avanti e in alcuni casi con margini larghi. Il punto allora non è solo “chi vince”, ma perché una generazione sta prendendo posizione e quali conseguenze avrebbe un esito o l’altro.
I sostenitori del “Sì” e del “No”
I sostenitori del “Sì” al referendum sulla giustizia, dicono che la separazione delle carriere renderebbe più coerente il sistema accusatorio e rafforzerebbe la terzietà del giudice; che un nuovo assetto disciplinare e una diversa composizione degli organi di governo ridurrebbero corporativismi e conflitti interni.
Invece chi sostiene il “No” al referendum sulla giustizia, legge la stessa riforma in modo opposto: teme che la separazione spinga il pubblico ministero verso un ruolo più “politico” o più esposto a pressioni esterne; che alcune modifiche agli organi di autogoverno possano indebolire equilibri e garanzie costruite proprio per proteggere l’indipendenza della magistratura; e che la promessa di “efficienza” rischi di essere pagata con una riduzione dei contrappesi. Fin qui: il merito. Poi ci sono i numeri. E qui la storia cambia tono, soprattutto se guardiamo ai giovani.
Il sondaggio: tra i più giovani il “No” è avanti
Un sondaggio Ixè riportato nelle scorse settimane indica che tra i 18-34 anni il “No” è maggioritario: parliamo di una quota del 71%, quindi attorno ai due terzi (con il “Sì” molto più indietro). La fotografia complessiva delle varie fasce di popolazione insieme, invece, è più mobile: altre rilevazioni hanno mostrato scenari più equilibrati, con una fetta importante di indecisi e con l’incognita della partecipazione.
Negli ultimissimi giorni, però, alcuni istituti hanno iniziato a segnalare un sorpasso del “No”: un sondaggio SWG diffuso da LA7, ad esempio, attribuisce 52% al “No” e 48% al “Sì”. E una rilevazione YouTrend per Sky TG24, ripresa da Adnkronos, descrive un “No” avanti, con percentuali che cambiano in base al modello di affluenza considerato.
Detto in modo secco: se votassero soprattutto i giovani, oggi il “No” avrebbe buone possibilità, se non la sicurezza, di prevalere. Se votasse “l’Italia intera” secondo i diversi scenari di partecipazione, la partita resta contendibile, ma le ultime misurazioni stanno spingendo la narrativa verso un esito più favorevole al “No”.
Perché questa inclinazione generazionale?
Una parte della risposta è culturale, e riguarda la fiducia. Molti under 35 sono cresciuti in una stagione in cui la politica ha spesso chiesto “riforme” senza garantire risultati concreti nella vita quotidiana: tempi dei processi, accesso ai servizi, certezza delle regole. Davanti a una riforma costituzionale complessa, la reazione può diventare prudenza: se non è chiaro cosa migliora subito e per chi, meglio non toccare gli equilibri.
Un’altra parte è simbolica: il tema “giustizia” oggi si porta dietro un conflitto permanente tra poteri dello Stato, talk show, tifoserie e sospetti. Dentro questo rumore, una generazione che già percepisce precarietà e asimmetria di potere tende a difendere ciò che considera un argine: l’idea di indipendenza come protezione, non come privilegio.
Un dato interessante
Qui entra anche un dato interessante, più “micro” ma rivelatore. Nelle ultime settimane, tra gli studenti sono circolate rilevazioni informali e sondaggi interni in contesti universitari, come la Sapienza, mostrano una tendenza simile: il “No” resta davanti, ma con differenze sensibili tra facoltà. In particolare, Giurisprudenza ed Economia risultano più permeabili alle ragioni del “Sì”, pur senza ribaltare ovunque il quadro complessivo. Questo non è un dato demoscopico certificato: è un termometro sociale. Ma serve a capire un punto: la competenza tecnica non produce automaticamente consenso, anzi può rendere più evidente quanto il voto sia una scelta di modello istituzionale, non una scorciatoia per “far funzionare meglio” le cose.
Le speranze dei giovani attraverso il referendum giustizia
Se prevalesse il “No”, la riforma non entrerebbe in vigore. Per chi teme che questa revisione sposti l’asse dei poteri e renda più fragili alcuni contrappesi, sarebbe un esito coerente: meglio fermarsi, riaprire il confronto, riscrivere con più garanzie e con meno forzature.
La verità è che, comunque vada, questo referendum non è solo un voto “sulla giustizia”. È un voto su che tipo di equilibrio istituzionale vogliamo quando la fiducia è bassa e la società è polarizzata. E se davvero, come indicano più sondaggi, i giovani per il referendum sulla giustizia stanno spingendo verso il “No”, allora il messaggio politico è già arrivato: una parte consistente della nuova generazione non vuole riforme costituzionali percepite come calate dall’alto o sbilanciate, e chiede, prima di tutto, garanzie, trasparenza, rispetto della separazione dei poteri.
di Luca Falbo







