Schlein-Conte, la guerra per Palazzo Chigi è già iniziata nel campo largo. Dicono “prima il programma, poi le primarie”, ma è la classica frase che in politica serve non a rinviare una guerra, bensì a mascherarla. Perché nel campo largo la guerra è già cominciata. Non si combatte ancora a colpi di candidature ufficiali, certo, e nessuno si è presentato davanti alle telecamere per dire “tocca a me”. Ma il punto vero è che Elly Schlein e Giuseppe Conte sanno perfettamente che la schiacciante vittoria del no al referendum sulla giustizia ha acceso la miccia della partita più importante: quella per la leadership progressista e, dunque, per la futura candidatura a Palazzo Chigi.
Il resto è contorno, tattica, linguaggio di copertura. Il programma, le regole, il metodo, la visione comune: tutte cose serissime, per carità. Ma anche tutte cose che in questa fase servono soprattutto a guadagnare tempo, a posizionarsi meglio, a non concedere all’altro il vantaggio della prima mossa. Perché né Schlein né Conte hanno la minima intenzione di regalare la guida della coalizione all’avversario interno. E questo ormai si vede benissimo.
Nel campo largo è già iniziata la partita per la premiership
La verità è che il referendum ha cambiato il clima. Ha dato all’opposizione una dose di fiducia che mancava da tempo e, insieme, ha fatto scattare il riflesso più antico della politica: se si intravede la possibilità di vincere, allora bisogna decidere chi comanda. E quando si arriva a questo punto, l’unità tanto celebrata nelle piazze e nei comunicati comincia inevitabilmente a sfilacciarsi.
Schlein ha un vantaggio strutturale: guida il partito più forte della coalizione, il Pd, e può rivendicare una centralità quasi naturale nel perimetro progressista. Conte, però, ha un altro tipo di forza: fiuta l’aria, sente il momento e sa che, se vuole tornare davvero competitivo come candidato di governo, deve smettere di apparire come il leader che mette veti e cominciare a presentarsi come quello che può tenere insieme tutti. È qui che si capisce il suo movimento di queste settimane. Non è un semplice aggiustamento lessicale. È un riposizionamento politico.
Perché se fino a ieri il capo del M5s poteva permettersi ambiguità, distinguo e frenate su alcuni dossier internazionali, oggi non più. Se vuole giocarsi fino in fondo la corsa a premier, deve rassicurare quel pezzo di centrosinistra che senza Europa, senza atlantismo minimo e senza sostegno all’Ucraina non si siede neppure al tavolo. E infatti è esattamente lì che Conte ha cominciato a limare, correggere, ammorbidire.
Conte corregge la linea su Ucraina ed Europa per non restare fuori
Il passaggio è politico, prima ancora che diplomatico. Alla convention organizzata da Riccardo Magi, il terreno era delicato: campo liberal-progressista, Europa, sostegno a Kiev, difesa comune, regole decisionali dell’Unione. Tutti temi sui quali il Movimento 5 Stelle, negli ultimi mesi, aveva tenuto una postura molto più ambigua e molto più irritante per i potenziali alleati di governo.
Conte, stavolta, non scappa. Anzi. Evita accuratamente di rimettere sul tavolo i suoi vecchi no alle forniture militari e prende una strada diversa. Dice che l’aggressione russa va sanzionata, chiude al gas russo finché non ci sarà un trattato di pace, riconosce che senza Europa una soluzione non esiste e arriva persino a definire la difesa comune “assolutamente necessaria”, aprendo anche sul superamento dell’unanimità, da sempre totem e tabù del dibattito europeo.
Non è un dettaglio. È una correzione di rotta evidente. E naturalmente nel Pd i riformisti festeggiano, quasi con malcelata soddisfazione: se Conte arretra dalle sue vecchie rigidità, il merito è anche di una linea democratica rimasta salda sul sostegno a Kiev e sul profilo europeo della coalizione. Ma la verità più cruda è un’altra: Conte si sposta non per gentilezza, ma per necessità. Perché ha capito che senza questo ritocco non potrebbe mai ambire seriamente alla leadership dell’intero campo progressista.
Schlein osserva e incassa, ma non può sentirsi al sicuro
Qui entra in scena Elly Schlein. E anche lei, in questa fase, gioca una partita doppia. Da un lato lascia filtrare prudenza, ragionevolezza, volontà di costruire prima una piattaforma comune. Dall’altro osserva ogni movimento di Conte sapendo che dietro ogni concessione lessicale, dietro ogni apertura europea, dietro ogni frase più morbida sulla politica estera, si nasconde un messaggio preciso: il leader del M5s sta lavorando per diventare presentabile come capo di una coalizione di governo.
Per Schlein questa è una buona notizia e una pessima notizia insieme. Buona, perché un Conte meno barricadero rende più credibile l’idea di un’alleanza larga e di una possibile alternativa alla destra. Pessima, perché un Conte più rassicurante diventa automaticamente più competitivo. E dunque più pericoloso.
Per questo la formula “prima il programma, poi le primarie” non può essere presa sul serio fino in fondo. È una tregua armata. Una sospensione del conflitto, non la sua archiviazione. Serve a guadagnare tempo, a non scoprirsi troppo presto, a evitare che la sfida esploda quando ancora la coalizione non ha definito nemmeno i propri confini. Ma sotto la superficie, il confronto è già pienamente in atto.
Le primarie fanno paura a tutti proprio perché contano davvero
Il tema delle primarie, infatti, è il convitato di pietra di tutta questa storia. Ufficialmente vengono rinviate. Ufficiosamente sono il vero punto della contesa. Perché se si arrivasse a primarie aperte, il rischio per il Pd sarebbe evidente: consegnare a Conte una legittimazione popolare che lo renderebbe difficilissimo da fermare. Ma anche per Conte la partita non sarebbe senza rischi, perché misurarsi in un campo aperto significa smettere di giocare solo di sponda e accettare una conta vera.
Ecco perché tutti, ora, parlano di programma. Perché il programma è una coperta perfetta dietro cui nascondere la paura della conta. Prima mettiamoci d’accordo sui contenuti, dicono. Prima decidiamo le regole, aggiungono. Prima costruiamo una visione condivisa, insistono. Tutto giusto. Ma nessuno lo dice apertamente: il motivo vero è che nessuno, adesso, vuole una resa dei conti immediata.
Da qui arrivano anche le voci esterne. I renziani che spingono sulle primarie, i centristi che frenano per evitare il “talent show”, i riformisti che accolgono con favore la svolta europea di Conte ma già mettono paletti. Tutti parlano della forma, ma tutti stanno ragionando sulla sostanza: chi guiderà il centrosinistra quando la partita diventerà davvero seria?
Il centrosinistra si mostra unito, ma la lotta per il comando è già cominciata
Ed è proprio questo il punto finale. Il campo largo, in questo momento, prova a esibire unità. Ne ha bisogno. Deve dare l’idea di essere una coalizione pronta, adulta, competitiva, capace di trasformare una vittoria referendaria in una prospettiva di governo. Ma questa rappresentazione convive già con un’altra verità, molto meno rassicurante e molto più reale: la lotta per il comando è partita.
Conte lavora per smussare i suoi spigoli e allargare il suo perimetro. Schlein tiene il punto e difende la centralità del Pd. Attorno a loro si muovono i comprimari, i consiglieri, i frenatori, gli agitatori, i teorici delle regole e quelli del “prima i contenuti”. Tutti, in fondo, stanno partecipando alla stessa partita. Una partita che non si combatte ancora con nomi ufficiali, ma con posture, messaggi, aperture e silenzi.
Schlein-Conte, la guerra per Palazzo Chigi
Per questo dire oggi che “prima viene il programma” è una formula quasi comica nella sua trasparenza. Il programma verrà, certo. Ma la corsa è già in atto. E anzi, il programma stesso rischia di diventare il terreno su cui questa corsa si consumerà: ogni apertura, ogni parola, ogni correzione di rotta servirà a costruire il profilo del futuro candidato premier.
Insomma, il centrosinistra fa finta di parlare del domani. In realtà sta già litigando sul dopodomani. E se qualcuno pensava che la vittoria del no al referendum avrebbe portato solo entusiasmo e compattezza, adesso dovrebbe ricredersi. Ha portato soprattutto una cosa: l’inizio ufficiale della battaglia tra Elly Schlein e Giuseppe Conte per la guida del campo progressista.







