Scuola, vacanze “a scelta” e turismo fuori stagione: il piano Santanchè taglia 10 giorni d’estate e accende lo scontro con Valditara

Roma – Daniela Santanche’ e Giuseppe Valditara durante l’assemblea Confcommercio 2023

L’idea ha la forma di una scorciatoia e l’ambizione di una riforma: ridurre le vacanze estive di dieci giorni e trasformare quel “pacchetto” in una dote mobile, che ogni Regione potrebbe spendere dove preferisce. Non è un dettaglio di calendario, è un messaggio politico: niente più vacanze uguali per tutti, ma un modello modulabile per favorire il turismo fuori stagione e distribuire i flussi lungo l’anno. Daniela Santanchè, che sul tema ha messo la firma pubblica, non dà segnali di voler rallentare. Anzi: nei racconti che filtrano dai suoi uffici, l’impostazione è quella di chi vuole “tirare dritto”.

Il punto, nella versione che circola in queste ore, è semplice da spiegare e complicato da far passare. Le Regioni costiere potrebbero lasciare intatta l’estate “extralarge”, difendendo la stagione lunga di ombrelloni e bagnasciuga. Le aree montane potrebbero allungare di qualche giorno le vacanze natalizie e provare a costruire una settimana bianca più strutturata a febbraio. Altre zone potrebbero giocarsi la carta di Pasqua o dell’autunno, spostando di conseguenza fine lezioni e ripartenza. Una flessibilità “alla europea”, come viene presentata: meno concentrazione, più pause spezzate.

Fin qui, la narrazione. Poi c’è la macchina dello Stato, e soprattutto c’è il ministero dell’Istruzione. Giuseppe Valditara, tecnico in quota Lega, ha scelto la linea del freno tirato: da un lato la ministra del Turismo parla di revisione e di confronto, dall’altro dal Mim filtrano parole fredde, quasi notarili: allo stato non ci sarebbero proposte concrete su cui lavorare, eventuali ipotesi verranno valutate “al momento opportuno”. Tradotto: non è un dossier pronto, e non è detto che lo diventi presto.

Il retroscena, però, racconta un quadro meno netto: secondo ricostruzioni giornalistiche, Santanchè e Valditara ne avrebbero già parlato a margine dell’ultimo Consiglio dei ministri, e in settimana potrebbe esserci un incontro per provare a dare forma tecnica alla “visione”. Un doppio binario classico: si sonda il terreno senza intestarsi ufficialmente l’incendio. Perché la prima reazione che il governo teme non arriva dalle cartoline turistiche, ma dalle scuole. E dalle persone che ci lavorano: docenti, personale amministrativo, dirigenti, famiglie.

Dietro l’idea della destagionalizzazione c’è un ragionamento economico che piace a molti: se l’Italia smette di vivere di picchi compressi in poche settimane, il turismo può diventare più stabile, i prezzi meno isterici, le città meno invivibili nei periodi caldi. Il settore, infatti, non ha chiuso la porta. Al Forum internazionale del Turismo, Santanchè ha incorniciato la proposta dentro un piano più ampio, con orizzonte lungo, da attuare per gradi nell’arco di anni. E il mondo delle imprese ascolta volentieri qualsiasi progetto che prometta “sistema” e non solo spot: Confindustria, per esempio, ha parlato di necessità di un piano industriale del turismo.

Ma la scuola non è un calendario appeso in segreteria: è trasporti, mense, orari, contratti, esami, edilizia. E soprattutto è clima. Ogni volta che si tocca l’estate, torna il tema che in Italia viene trattato come un fastidio e poi, puntualmente, presenta il conto: edifici spesso vecchi, aule che d’estate diventano forni, condizionamento assente o insufficiente. Se accorci l’estate “a casa”, rischi di allungare l’estate “in classe”, e la differenza non è semantica. Non a caso, nel dibattito sono già entrate considerazioni sul bisogno di risorse per ristrutturazioni, isolamento, impianti e adeguamenti: senza questo, la riforma rischia di essere solo un trasferimento del disagio.

C’è poi la politica, che su un tema del genere si divide per riflesso. Da un lato l’argomento “modernizzazione”: in Europa i calendari sono spesso più spezzettati e meno centrati su tre mesi estivi, e l’Italia potrebbe “adeguarsi”. Dall’altro l’argomento “autonomia”: lasciare alle Regioni la distribuzione dei dieci giorni significa aprire un fronte nuovo, perché la scuola è già uno dei terreni più sensibili quando si parla di differenze territoriali. Il rischio percepito è che nascano Italie scolastiche diverse non solo per qualità e servizi, ma anche per tempi di vita. E su questo, appena la proposta diventa concreta, la discussione smette di essere turistica e diventa costituzionale, sindacale, amministrativa.

Santanchè, intanto, gioca la partita come sa fare: lancia l’idea in un contesto favorevole, la incornicia come “visione”, la lega a una promessa di crescita e di razionalità, e costringe tutti gli altri a posizionarsi. Valditara, per ora, si protegge con il linguaggio della prudenza: nessun piano definito, nessun testo sul tavolo. In mezzo ci sono le categorie, che annusano un vantaggio, e le famiglie, che vedono arrivare l’ennesima riforma potenziale senza sapere come si incastrerà con lavoro, figli, nonni e costi.

La sensazione, oggi, è che il vero scontro non sia tra “estate lunga” ed “estate corta”, ma tra due logiche che raramente in Italia dialogano davvero: quella del turismo come industria nazionale e quella della scuola come infrastruttura sociale. Santanchè prova a cucirle con un taglio netto, dieci giorni, e un principio semplice: flessibilità regionale. Il ministero dell’Istruzione, per ora, risponde con una parola che in politica vale più di un no: “non c’è”. E finché resta così, la riforma rimane sospesa in quella terra di nessuno dove le idee fanno rumore, ma la realtà chiede progetti, risorse e firme.