Venezia ha un talento crudele: prendere una facciata bellissima e farci crescere addosso una storia che non ti lascia in pace. Ca’ Dario è questo, in scala monumentale. Un palazzo rinascimentale sul Canal Grande, nel sestiere di Dorsoduro, fermata Salute del vaporetto: arrivi, alzi gli occhi e capisci perché Monet l’ha voluto sulla tela. Poi ti avvicini e ti ricordi perché, quando si pronuncia quel nome, in città qualcuno abbassa la voce.
Adesso Ca’ Dario è di nuovo in vendita. Venti milioni di euro, trattative riservatissime, gestione affidata al ramo immobiliare di Christie’s e a Engel & Völkers. E con l’annuncio torna anche l’altra parte del pacchetto, quella che non sta nei metri quadri e nei soffitti, ma nella leggenda: “il palazzo maledetto”, quello che da 546 anni si porta dietro, come un’ombra, una scia di tragedie, rovine economiche e finali violenti attribuiti ai suoi proprietari e affittuari.
«Ci risiamo. Ma davvero è di nuovo in vendita? Tanto non ci riescono, lo restaurano, ma non lo trovano più qualcuno che ci investe milioni sfidando la disgrazia», dice Paola, titolare di una galleria d’arte che si affaccia sul piccolo canale a fianco. È una frase semplice, da veneziana pratica: non fa filosofia sul male, fa contabilità. Qui, da anni, la maledizione è anche una faccenda di mercato. Perché un conto è la bellezza, un altro è l’idea di mettere la firma su un atto di acquisto che, per la narrazione popolare, ti consegna un biglietto di sola andata verso guai grossi.
Il palazzo, raccontano le cronache, è nelle mani di un proprietario che dal 2006 non ha mai voluto rivelare la propria identità, rappresentato da una società americana. E, da quando lo ha acquistato, non lo ha mai abitato né affittato né utilizzato. Un gesto che, agli occhi di chi crede alle coincidenze fino a un certo punto, suona come una precauzione: possederlo, sì. Viverci, mai. Come se bastasse stare lontani, lasciarlo chiuso, far finta che sia solo un bene immobiliare e non un personaggio.
Il personaggio, però, non sta fermo. Ca’ Dario vive della sua fama e la sua fama vive di un elenco che sembra scritto da qualcuno con il gusto del dramma. Si comincia dal committente: Giovanni Dario, segretario del Senato della Repubblica di Venezia, che nel 1485 lo destinò in dote alla figlia Marietta per il matrimonio con il mercante di spezie Vincenzo Barbaro. La storia, così come viene raccontata, ha la cadenza di una ballata nera: lui prima fallisce e poi viene accoltellato; lei si suicida buttandosi nel canale; poco dopo anche il figlio Vincenzo viene ucciso in un agguato in Grecia. È l’innesco, l’origine del mito: la prima famiglia e la prima catena di disgrazie.
Poi arrivano gli altri, e qui la leggenda si fa più insistente, quasi metodica, come se ogni epoca dovesse lasciare il suo tributo. Ai primi dell’Ottocento, un commerciante armeno di pietre preziose, Arbit Adboll, lo acquista dagli eredi Barbaro e va in rovina, costretto a cederlo a nobili inglesi per una cifra irrisoria. Alla fine del secolo, la maledizione – dicono – smette di colpire solo i proprietari e comincia a “contagiare” anche gli ospiti: il poeta francese de Régnier, ricordato da una targa in piazzetta, soggiorna lì, si ammala gravemente e muore. La storia, a quel punto, cambia passo: non è più solo un destino di famiglia, diventa una reputazione.
Nel Novecento la sequenza si infittisce e prende nomi che suonano familiari anche a chi non ha mai messo piede a Venezia. Il palazzo diventa il set perfetto per un film che non si gira mai: quello in cui ricchezza e disgrazia entrano dalla stessa porta d’acqua. In mezzo, c’è un episodio del 1970 che nella narrazione pesa come un chiodo piantato nel legno: l’omicidio del conte Filippo Giordano delle Lanze, assassinato all’interno del palazzo da un marinaio croato, ucciso anche lui durante la fuga. Da lì in poi, Ca’ Dario smette di essere soltanto un edificio “sfortunato”: diventa un luogo con una scena del crimine nel curriculum.
Eppure, nemmeno quel delitto basta a fermare chi pensa che Venezia, alla fine, sia più forte di qualsiasi voce. Christopher “Kit” Lambert, manager degli Who, compra l’edificio senza farsi impressionare. E qui la leggenda mette insieme una catena che sembra costruita per convincere anche gli scettici: dipendenza da stupefacenti, arresto, rovina economica. Nel racconto entra anche la morte del bassista John Entwistle, morto per infarto mentre era ospite proprio a Ca’ Dario. Una coincidenza, forse. Ma le coincidenze, in questo palazzo, non vengono mai lasciate in pace: diventano subito prove.
Dopo Lambert, la proprietà passa a Fabrizio Ferraro, imprenditore veneziano. E anche qui la storia non allenta la presa: una tragedia personale – la morte della sorella Nicoletta Ferraro in un incidente stradale – si incastra nel mosaico. Poi arriva Raul Gardini, l’uomo che in quegli anni rappresenta un pezzo di capitalismo italiano. Gardini, coinvolto nello scandalo di Tangentopoli, si suicida nel 1993. Un fatto enorme, con cause e contesto che non hanno bisogno di folklore, eppure, nel romanzo infinito di Ca’ Dario, diventa un’altra pagina nera attribuita al palazzo. Ed è proprio dopo quella morte che, raccontano, anche Woody Allen avrebbe rinunciato a finalizzare una trattativa che sembrava definita. Quando perfino un regista abituato alle nevrosi di Manhattan decide che Venezia è troppo, la leggenda si gonfia e ride sottovoce.
Il risultato è che oggi Ca’ Dario è un bene immobiliare con un dettaglio che nessun catasto registra: la paura. Una paura elegante, spesso ironica, ma concreta. La raccontano i vicini, la raccontano i veneziani che ci passano davanti e dicono “io lì non ci entrerei”. E intanto il palazzo resta lì, magnifica facciata sul Canal Grande, storia che si vende insieme alle stanze, come un extra non richiesto.
Chi lo mette sul mercato, ovviamente, prova a riportare tutto alla dimensione razionale: valore storico, posizione irripetibile, restauro, prestigio, firma di una grande agenzia internazionale. La maledizione non è un parametro di valutazione, è un rumore di fondo. Ma nel 2026 il rumore di fondo è diventato parte del prodotto, e forse anche parte del prezzo: perché comprare Ca’ Dario significa comprare un palazzo e, nello stesso gesto, comprare la conversazione che ne seguirà. La curiosità morbosa, i titoli, le battute, i racconti sussurrati nei bar, la domanda che ti faranno tutti: “Ma tu, ci dormirai davvero?”
Venezia, intanto, fa la sua parte: resta immobile e teatrale, come se nulla la riguardasse. Il Canal Grande continua a scorrere, la fermata Salute continua a scaricare turisti, le gondole continuano a passare davanti a quella facciata come comparse fedeli. E Ca’ Dario resta lì, al centro di una contraddizione perfetta: un luogo così bello da sembrare irreale, e una storia così nera da sembrarti, ogni volta, più reale del marmo.







