La morte di Alex Pretti, italo-americano di 37 anni, avvenuta durante un’operazione dell’Immigration and Customs Enforcement a Minneapolis, non è rimasta confinata alle cronache statunitensi. Ha funzionato come un detonatore: ha fatto saltare in superficie un disagio che, in forme diverse, attraversa anche l’opinione pubblica italiana. Non è soltanto la domanda su cosa sia successo in quelle ore, ma il modo in cui l’episodio si incastra nel racconto della sicurezza globale, nel rapporto con gli Stati Uniti e nella postura internazionale del nostro governo. Nel materiale che mi hai fornito si dice che, negli Stati Uniti, la vicenda ha accelerato una crisi di consenso già messa in luce da molti media americani.
E infatti, sempre secondo quel quadro, gli ultimi sondaggi “made in USA” registrano un calo di popolarità per Donald Trump con una media di circa dieci punti percentuali. Non è un’oscillazione fisiologica: è un segnale politico. Racconta un malessere che si lega a un’idea di “linea dura” che, invece di trasmettere controllo, produce inquietudine. È un ribaltamento psicologico prima ancora che elettorale: quando la sicurezza viene comunicata come forza permanente, l’effetto può diventare l’opposto di quello promesso.
In Italia quell’inquietudine viene fotografata dai numeri citati di Only Numbers. Tre italiani su quattro, il 73,1%, ritengono che il mondo, sotto la guida della politica trumpiana, stia diventando un posto meno sicuro. È un dato che parla di percezione, ma le percezioni, in politica estera, sono sostanza: determinano fiducia, aspettative, tolleranza verso le scelte di alleanza. E qui l’immagine che emerge è quella di un Paese smarrito, che si sente interpellato dagli equilibri internazionali come se fossero eventi domestici, quotidiani, impossibili da ignorare.
Da questo sentimento nasce la pressione sulla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il 58,7% degli italiani chiede che definisca con maggiore chiarezza le distanze da un certo tipo di politica americana, soprattutto dopo episodi controversi nei confronti del nostro Paese, come le accuse rivolte da Trump ai militari italiani impegnati in Afghanistan. È una richiesta di autonomia e di postura: alleanza sì, ma senza la sensazione di essere trascinati dentro un’agenda che non coincide con gli interessi e con la sensibilità dell’opinione pubblica italiana.
Il giudizio sulla cosiddetta “linea dura” è ancora più netto. Il 62,2% degli italiani la respinge, mentre solo il 26,3% la difende apertamente. Qui c’è un punto centrale: non è una domanda di “meno sicurezza”, è una domanda di sicurezza diversa. Non una sicurezza raccontata con l’estetica della guerra culturale, ma una che tenga insieme diritti, equilibrio istituzionale e consenso democratico. Quando la sicurezza diventa un marchio identitario, rischia di spaccare la società invece di proteggerla, e i numeri suggeriscono che molti italiani avvertono proprio questo scivolamento.
Il punto di frattura più rivelatore è l’ipotesi volutamente provocatoria dell’impiego sul territorio italiano di forze speciali sul modello Ice per contrastare l’immigrazione irregolare. Solo il 34,8% degli intervistati si dichiara favorevole, con un consenso concentrato soprattutto tra gli elettori dei partiti di governo, in particolare Lega (74,4%) e Fratelli d’Italia (60,3%). Di contro, oltre la metà della popolazione, il 52,0%, esprime una posizione apertamente contraria. È un segnale chiaro: la domanda di ordine non si traduce automaticamente nell’accettazione di modelli percepiti come aggressivi o estranei alla tradizione istituzionale italiana.
Da qui discende una conseguenza politica diretta: il rapporto di fiducia tra l’opinione pubblica italiana e Trump appare seriamente compromesso. Per il 44,2% degli italiani, il presidente americano agisce più per consolidare il proprio potere e “fare il proprio gioco” che per promuovere stabilità e cooperazione internazionale. È un cambio di prospettiva che pesa: l’America non viene più letta come stabilizzatore naturale, ma come attore interessato, pronto a usare la politica estera come estensione della politica interna.
Il dato più allarmante è quello che riguarda i valori. Il 68,3% degli italiani ritiene che Trump stia mettendo a rischio i principi stessi della democrazia. Qui la critica non è più solo geopolitica: è culturale, istituzionale. È la percezione di una leadership che, oltre alle scelte, mette in discussione le regole, e che per questo genera un rifiuto più profondo, più difficile da ricucire con un comunicato o con una foto di rito.
In questo contesto, anche il legame politico e personale tra Meloni e Trump viene messo in discussione: un italiano su due, il 47,2%, lo considera non vantaggioso per il nostro Paese e ritiene che finisca spesso per mettere la premier in difficoltà sul piano della politica interna. È il paradosso della vicinanza: quando l’alleato diventa ingombrante, la prossimità smette di essere un asset e diventa un problema da spiegare, una scelta che chiede giustificazioni continue.
Per questo il caso Pretti, al di là delle ricostruzioni e delle responsabilità, ha già prodotto un effetto misurabile: ha reso più visibile una domanda che covava da tempo e che ora pretende una risposta politica. Quanta distanza conviene tenere, quanta autonomia serve, quanta fiducia resta. E soprattutto quale idea di sicurezza gli italiani sono disposti ad accettare senza sentirsi, nel frattempo, meno protetti.







